Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/40

Oggi: Manzoni, la storia, il romanzo.

Capitolo 7, pp. 155-158

Manzoni propone alcuni, rapidi e puntuali, riscontri sui debiti evidenti, e non dichiarati, di Giannone nei confronti di un altro autore, stavolta uno dei grandi ,Paolo Sarpi, e conclude la sua rassegna sui prestiti taciuti, che però vengono ora chiamati col loro nome, furti, in questa maniera:

E chi sa quali altri furti non osservati di costui potrebbe scoprire chi ne facesse ricerca; ma quel tanto che abbiam veduto d’un tal prendere da altri scrittori, non dico la scelta e l’ordine de’ fatti, non dico i giudizi, l’osservazioni, lo spirito, ma le pagine, i capitoli, i libri, è sicuramente, in un autor famoso e lodato, quel che si dice un fenomeno. Sia stata, o sterilità, o pigrizia di mente, fu certamente rara, come fu raro il coraggio; ma unica la felicità di restare, anche con tutto ciò (fin che resta), un grand’uomo. E questa circostanza, insieme con l’occasione che ce ne dava l’argomento, ci faccia perdonare dal benigno lettore una digressione, lunga, per dir la verità, in una parte accessoria d’un piccolo scritto.” (p. 155)

La rassegna dettagliata dei plagi non incide sulla grandezza dell’uomo, che rimane -per quanto durino, nota per inciso lo scrittore, le cose degli uomini- tale. Manzoni si è spesso posto la questione dei grandi uomini, del fondamento della loro grandezza, della franca ammissione delle loro debolezze: lo ha fatto con Napoleone nel Cinque maggio, lo ha fatto nel romanzo con il Cardinale Borromeo; in tutti questi casi, la grandezza non esime dal riscontro delle debolezze umane, per amore della verità, che è quella della complessità del guazzabuglio del cuore umano.

 

Dopo Giannone, vengono altri due grandi, Parini e, ultimo, Pietro Verri. La sequenza non è una scelta casuale, perché, così come ha fatto per lo storico di Ischitella, anche per gli altri due Manzoni ha modo di sviluppare una riflessione che esula dal perimetro della ricerca storica che qui egli sta concludendo, e che guarda in una direzione più ampia.

 

Di Paini, Manzoni riporta i versi che il poeta dedicò alla colonna infame, esecrando il delitto che ne aveva causato la costruzione. Qui l’autore scrive:

Era questa veramente l’opinion del Parini? Non si sa; e l’averla espressa, così affermativamente bensì, ma in versi, non ne sarebbe un argomento; perché allora era massima ricevuta che i poeti avessero il privilegio di profittar di tutte le credenze, o vere, o false, le quali fossero atte a produrre un’impressione, o forte, o piacevole. Il privilegio! Mantenere e riscaldar gli uomini nell’errore, un privilegio! Ma a questo si rispondeva che un tal inconveniente non poteva nascere, perché i poeti, nessun credeva che dicessero davvero. Non c’è da replicare: solo può parere strano che i poeti fossero contenti del permesso e del motivo.” (p. 156)

Le credenze, vare o false che fossero, come fondamento per l’impressione, forte o piacevole. Quest’ultimo passaggio rimanda all’estetica sensista, mentre l’inizio della formulazione ha a che fare con uno dei fondamenti dell’immaginario della poesia di Parini e del Neoclassicismo in generale, cioè il mito: la credenza condivisa. Nelle sue parole, Manzoni rifiuta entrambe le condizioni: mantenere gli uomini nell’errore cozza contro la ricerca di verità, che è pure altra cosa che l’impressione, forte o piacevole che sia.

 

E si giunge a Pietro Verri, l’autore del saggio che ha consentito di rivedere tutta la vicenda del processo agli untori e ricostruirne lo sviluppo. Il lavoro di Verri, pronto nel 1777, fu pubblicato solo nel 1804, per la cautela dell’editore nell’urtare il Senato milanese; per spirito di corpo, insomma:

Ora un tale spirito non troverebbe l’occasione d’estendersi tanto nel passato, giacché, in quasi tutto il continente d’Europa, i corpi son di data recente, meno pochi, meno uno soprattutto, il quale, non essendo stato istituito dagli uomini, non può essere né abolito, né surrogato. Oltre di ciò, questo spirito è combattuto e indebolito più che mai dallo spirito d’individualità: l’io si crede troppo ricco per accattar dal noi. E in questa parte, è un rimedio; Dio ci liberi di dire: in tutto.” (p. 157)

Manzoni guarda al tempo in cui vive, nel quale molte istituzioni sono cadute e molte sono quelle nuove; elemento comune dei tempi che son cambiati è lo spirito d’individualità, che -aggiunge lo scrittore- per molte, ma non tutte, le cose, può essere un rimedio: l’individualismo romantico è temperato da una considerazione più pensosa, appena accennata ma chiara per il lettore manzoniano.

C’è però un’ultima ragione, per il ritardo nella pubblicazione dell’opera di Verri, e riguarda Verri stesso, il cui padre, dice lo scrittore, era presidente del Senato (per inciso, la notizia non è esatta: Verri padre era autorevole membro del Senato, ma non ne fu mai a capo); il riguardo del figlio nei confronti del padre, presidente di quell’istituzione cui muovere (sia pure per il passato) un rimproverò, potè essere una buona ragione, però:

Così è avvenuto più volte, che anche le buone ragioni abbian dato aiuto alle cattive.” (p. 158)

 

L’opera si chiude quindi con una notazione che rimanda alla complessità delle ragioni umane, e con due aggettivi che rimandano alla sfera etica. Come ha dichiarato fin dall’inizio, Manzoni ha dedicato la sua ricerca alla minuziosa ricostruzione dei fatti e degli arbitri avvenuti nel corso dell’inchiesta e del processo proprio con l’intento di stabilire quale fosse l’esatto perimetro nel quale si tenesse la scelta degli individui tra bene e male. In tutto lo scritto, abbiamo avuto modo di individuare, con chiarezza, i momenti nei quali i singoli ebbero di fronte questa scelta; Manzoni accompagna con pietà anche le decisioni più dannose, quando a causarle furono la tortura e la paura, riservando una pagina all’umile, giovane arrotino che fece più conto della verità, che dell’interesse.

La storia, ricostruita con attenzione, consente d’individuare quei punti decisivi: cosa si agiti dentro le persone, in quei momenti, essa non può dire, come in effetti qui Manzoni non fa. Lo fa, invece, nel romanzo: e nel momento in cui lo scrittore, nella ricerca del vero, ha abbandonato la dimensione del romanzo per la maggior precisione dello studio storico, in realtà sta definendo per la storia quel confine oltre il quale si legittima la scelta romanzesca.

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