Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/30

Oggi: l’accanimento inquisitorio, le sue incongruenze, e il disinteresse nei loro riguardi.

Capitolo 5, pp. 119-123

La trovata del personaggio di riguardo quale mandante delle unzioni, che Piazza ha disperatamente escogitato per provare a salvarsi, determina una nuova serie di chiamate a testimonianza, di torture prima promesse e poi inflitte, di iniziali resistenze e poi di cedimenti del Mora. Ora Manzoni può integrare il racconto con le osservazioni dell’avvocato del figlio del comandante del Castello, il giovane Padilla cui viene imputato il progetto di diffusione della pestilenza; questo nuovo e competente punto di vista consente di sottolineare con maggior vigore le manipolazioni dei poveri imputati:

Si viene a un nuovo confronto, e si domanda al Piazza, se è vero che il Mora gli venibadel Padiglia, figliolo del signor Castellano di Milano. Il difensor del Padilla osserva, con gran ragione, che, “sotto pretesto di confronto”, fecero così conoscere al Mora “quello che si desiderava dicesse”. Infatti, senza questo, o altro simil mezzo, non sarebbero certamente riusciti a fargli buttar fuori quel personaggio. La tortura poteva bensì renderlo bugiardo, ma non indovino.” (pp. 120-121)

 

Dalla testimonianza di un servitore, del resto, si ha la conferma che Mora diceva quello che gli accusatori si aspettavano dicesse, o addirittura suggerivano:

“et lui disse che l’haueua dato fuori per hauerlo sentito nominare là, et che perciò rispondeua a tutto quello che sentiva, o che li veniua così in bocca.” (p. 123)

Rispondeva a tutto quello che sentiva, o che gli veniva messo in bocca: in due righe sta tutta la vicenda degli interrogatori, nell’esperienza del povero barbiere.

 

Nella loro puntigliosità, che pur non cura le contraddizioni, gli inquirenti chiedono al barbiere chi lo abbia messo in contatto con Padilla; qui, Mora s’inventa del tutto anche un nome:

“E perché, tra tante cose dell’altro mondo, parve strana anche ai giudici quella relazione tra il barbier milanese e il cavaliere spagnolo; e domandarono chi c’era stato di mezzo, alla prima disse ch’era stato uno de’ suoi, fatto e vestito così e così. Ma incalzato a nominarlo, disse: Don Pietro di Saragoza. Questo almeno era un personaggio immaginario.” (p. 123)

Ma questa palese incongruenza, naturalmente, non cambia niente.

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