Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/24

Oggi: la luce della verità è un’altra cosa.

Capitolo 4, pp. 86-90

Per accontentare gli scrupoli degli inquirenti, il commissario di Sanità Piazza s’ingegna d’inventarsi un incontro fortuito, durante il quale il barbiere Mora gli avrebbe dato appuntamento per consegnargli il materiale per ungere i muri. Tutta la storia ha una inverosimiglianza che Manzoni fa giganteggiare semplicemente riportandola e che collide con gli effetti perniciosi (la diffusione del contagio) che pur quella consegna avrebbe recato. I magistrati non dicono nulla e aggiungono l’ulteriore assurdità di torturare di nuovo Piazza, perché la sua testimonianza sia confermata:

“Chi fossero, non lo sa; sospetta che dovessero essere vicini del Mora; come fossero vestiti, non se ne rammenta; solo mantiene che è vero tutto ciò che ha deposto contro di lui. Interrogato se è pronto a sostenerglielo in faccia, risponde di sì. È messo alla tortura, per purgar l’infamia, e perché possa fare indizio contro quell’infelice.” (p. 87)

 

Manzoni spiega che questa forma di tortura, fatta perché il reo confermasse la sua versione, era consueta; egli aggiunge che, comunque,  ebbe molta meno drammaticità di quella precedentemente inflitta all’accusato:

Del resto, è facile indovinare che la tortura datagli per fargli ritrattare un’accusa, non dovette esser così efficace come quella datagli per isforzarlo ad accusarsi. Infatti, non ebbero questa volta a scrivere esclamazioni, a registrare urli né gemiti: sostenne tranquillamente la sua deposizione.” (p. 89)

 

Un dubbio resta ai giudici, come mai Piazza non abbia raccontato prima la versione che accusa lui stesso e Mora. Il commissario di Sanità attribuisce la sua esitazione iniziale all’influsso sui di lui dell’acqua che aveva bevuto; si tratta di una fragile spiegazione, che i giudici non possono che farsi bastare:

Gli domandaron due volte perché non l’avesse fatta ne’ primi costituti. Si vede che non potevan levarsi dalla testa il dubbio, e dal cuore il rimorso, che quella sciocca storia fosse un’ispirazion dell’impunità. Rispose: fu per l’impedimento dell’aqua che ho detto che haueuo beuuta. Avrebbero certamente desiderato qualcosa di più concludente; ma bisognava contentarsi.” (p. 89)

 

Del resto, nota lo scrittore, i giudici non potevano sperare di trovare nella bizzarra storia di Piazza la soddisfazione che deriva dall’aver trovato la verità:

potevan pretendere di trovarci quella soddisfazione che può dar la verità sinceramente cercata? Spegnere il lume è un mezzo opportunissimo per non veder la cosa che non piace, ma non per veder quella che si desidera.” (p. 90)

Sviare, falsare, manipolare consentono, certo, di distogliere lo sguardo da quello che non piace vedere e che non torna con la propria versione precostituita, ma di certo non gettano luce su niente di vero.

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