Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/23

Oggi, contenuto extra: La storia di Lucia, l’untrice

[Don Lisander perdoni l’ardire]

 

1.

Lucia salutò il giovane carabiniere, che le restituì, dopo aver scribacchiato una firma, il foglio di autodichiarazione. Si sporse sulla sua destra, aprì la borsa a sacco che teneva sul sedile del passeggero, piegò il foglio, lo schiacciò dentro. Sfiorando il portafogli, le venne in mente che le serviva un po’ di denaro liquido, per quelle due cose da prendere senza usare la carta.

 

La giornata di lavoro era stata pesante, Roberto si era dimenticato di prendere le sigarette, si era fatto tardi, non aveva i contanti giusti per il distributore che stava nel palazzo di fronte a casa sua, dove stava l’edicola-tabacchi.

C’era lo sportello Bancomat: avrebbe preso un taglio piccolo, venti euro, giusto per l’acquisto. Parcheggiò davanti al POS, c’era un’altra auto lì vicino, ne stava uscendo una ragazza.

 

Il POS era sulla strada principale, che portava verso casa sua. Lucia aprì lo sportello, sentì pruderle il naso. La sua allergia stagionale: doveva scrivere al medico per farsi girare la ricetta per lo spray.

Si avvicinò allo sportello, era uno di quelli che davano direttamente sulla strada. Mise la tessera nella fessura, digitò il PIN; lo schermo le comunicò che l’operazione era sospesa.

Tirò su col naso.

Riprovò.

Ancora operazione sospesa, si prega di provare più tardi.

Va bene, si disse Lucia, domattina. Il naso le pizzicava, si sfregò la narice con l’indice destro e tornò in auto, per rincasare.

 

Roberto attese che la ragazza finisse, ci stava mettendo un po’. Bene o male, se ne andò; lui scese.

Prelievo momentaneamente non disponibile.

Vabbè, domani.

 

2.

La mattina dopo c’era un bel sole, l’aria era fresca e l’allergia di Lucia stava, ovviamente, progredendo. Uscì di casa un po’ prima del solito per fermarsi al POS. Mise su la mascherina prima di chiudere la porta del suo appartamento, tenne fuori dalla borsa il portafogli, per averlo pronto per la sosta allo sportello.

Arrivò, parcheggiò, le squillò il telefono. Il naso le prudeva e si era pure tappato. Sollevò la mascherina, rispose. Sua madre le chiedeva come stesse, come ogni mattina. Lucia vide che un’altra auto parcheggiava, uscì per finire la conversazione e arrivare per prima a fare il prelievo.

 

Roberto fermò l’auto. C’era una ragazza che stava andando allo sportello; sembrava quella della sera prima, stava telefonando.

 

Lucia chiuse la conversazione, si avvicinò allo sportello, iniziò la sequenza del PIN. Il naso era sempre più chiuso. Apparve la schermata per la scelta dell’importo, lei toccò il tasto dei 50 euro. Sternutì.

Gli schizzi s’infransero sulla tastiera e sul monitor. Si era dimenticata di calare la maschera, lo fece. Il POS ronzava per emettere la banconota, lei frugò nella borsa, trovò le salviette umidificate, ne estrasse una dal pacchetto, iniziò a sfregare lo sportello, per pulirlo un poco.

 

-Cosa fai? Vergognati.

 

Lucia vide dietro di sé un signore, che era uscito da un’auto che era arrivata subito dopo la sua.

-Dice a me? Perché?

-Non ti vergogni, brutta stronza? Sternutisci e poi spalmi i germi sullo sportello. Ma ti rendi conto? Vuoi farci ammalare tutti? Vuoi contagiarci tutti?

La voce di Roberto si faceva più alta ad ogni frase. Lucia restò ferma, a guardarlo, non sapeva che dire.

Si affacciò l’edicolante, venne fuori anche il cassiere, che stava disponendosi all’apertura.

-Ma vi rendete conto che questa sternutisce e spalma i germi sullo sportello? Brutta stronza, ci vuoi fare ammalare?

Roberto le si avvicinò, l’edicolante e il cassiere fecero qualche passo verso di lei. Roberto era proprio vicino, adesso, spalma i germi spalma i germi continuava a ripetere.

Lucia tirò su col naso.

Roberto si fermò a due passi forse da lei. Lucia distolse lo sguardo e si diresse verso l’auto, spalma i germi spalma i germi continuava la voce, a Roberto si avvicinarono gli altri due uomini. Lucia li vide dallo specchietto dell’auto, vide l’uomo e uno degli altri due estrarre dalla tasca della giacca il cellulare.

 

3.

Era arrivata al lavoro da un quarto d’ora, forse, e le si avvicinò Giorgia, dall’altro ufficio.

-Ma sei tu su Facebook? Che hai fatto?

Lucia estrasse il suo telefono dalla borsa, andò sulla pagina che Giorgia le aveva indicato, “Noi di…”.

Il post era fatto di tre fotografie, lei di profilo vicino all’auto, la targa dell’auto, lei che entrava in auto. “Questa deficiente spalma il contagio ai Bancomat! Vergognati! Brutta stronza!” I like erano già 150, i commenti 70. Luisa lesse il primo, “Brutta scema, fermarli questi deficienti stronzi coglioni”, e si fermò.

Erano in pochi, negli uffici vicini: quelli che come lei dovevano per forza lavorare lì e non da casa, ma quel giorno nessuno si affacciò.

Il telefono continuò a vibrarle.

Il telefono, a un certo punto, suonò. Era un giornalista della redazione di un quotidiano locale, e le chiese cosa avesse da dire. Lucia si chiese come facesse ad avere il suo numero, non lo chiese però al giornalista.

-Non ho niente da dire.

Chiuse la conversazione, silenziò il telefono.

A metà pomeriggio i like erano 1300, i commenti 580, ma Lucia non li volle leggere. Le chiamate perse erano 10, tutte di numeri sconosciuti.

Poi, qualcosa cambiò.

 

4.

Aperta la porta di casa, Lucia andò in bagno a lavarsi, si rivestì con la tuta e, prima di iniziare a prepararsi la cena -a mettere in tavola una pizza surgelata, ecco cos’era-, decise che era il momento di affrontare Facebook, i commenti e tutto il resto.

La pagina di “Noi di…” aveva ora altri post, sopra quello che riguardava.

Altre foto.

Altre persone.

Altri deficienti stronzi coglioni che non si vergognavano.

La mattina dopo, ce n’erano ancora tanti di più.

A qualcuno iniziarono a fare del male.

Poi, a più di qualcuno.

E sempre più male.

 

A lei, nessuno fece più caso, ce ne erano altri da cercare.

Sempre nuovi.

Più male.

 

5.

Sette giorni dopo, la mattina, a Lucia salì un po’ la febbre.

Normale, si disse, con l’allergia.

Telefonò in ufficio, avvisò che non sarebbe andata, avrebbe chiamato il medico.

Poi, vennero il mal di gola, la tosse, la difficoltà a respirare, il ricovero.

 

6.

In qualche modo, da qualche parte, qualcuno le aveva trasmesso il contagio.

 

 

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