venticinque

Pioveva come oggi, il giorno che dalla segreteria del Liceo mi chiamarono per la mia prima supplenza, venticinque anni giusti oggi. Dieci giorni in una quinta Ginnasio, le diciotto ore alla settimana di italiano-latino-greco-storia-geografia che facevano, bene o male che fosse, del docente l’adulto di riferimento più presente nella vita dei suoi studenti.

Cominciai il giorno dopo, una mattinata tra le forme dell’aoristo terzo da spiegare, una versione di latino da correggere, e un film in videocassetta  -sì, le videocassette col nastro-, da finire di vedere. E così fu il primo giorno di quello che -non lo sapevo ancora, ancora non ci avevo molto pensato- sarebbe diventato il mio lavoro.

Succede così, in giorni di pioggia, in mezzo alla successione delle pagine di libri da leggere, quaderni da scrivere, tra un punto e l’altro di un film da vedere -succede così che cominciano le storie.

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