qualcosa di buono

Al ritorno dalle vacanze di Natale, gli studenti dell’ultimo anno di Liceo -glielo leggi in viso appena entrato in classe- assaporano la piena consapevolezza che si va verso l’esame, verso il tempo della scelta universitaria: quella vera, non quella avvolta di sogno, aspettativa, vaghezza che spesso accompagna gli anni precedenti.

Per conseguenza, aumentano le domande, che si fanno pure più mirate, urgenti.

Come stamane, quando A., nel cuore di una domanda sui percorsi possibili per chi voglia studiare antropologia, ha posto una delle questioni decisive: “Ma come si fa a capire se una Facoltà è buona?”. Buona, per A., significa: che prepari sul serio, che faccia studiare, che faccia ricerca.

Come risposta -la risposta vaga e imprecisa che potevo darle, ovviamente- le ho detto: leggi i programmi dei corsi, cerca il curriculum e le bibliografie dei docenti, vai a vedere, informati sulle biblioteche, sulle convenzioni per gli Erasmus, chiedi.

L’ho detto ad A., guardando anche i suoi compagni, che,  su percorsi di studi in merito ai quali posso (per mia esperienza e formazione) informarli di meno, meno compiutamente,  in testa però avevano (ed hanno in effetti formulato) domande dello stesso genere.

L’ho detto apprezzando l’indubbio (ed impegnativo) privilegio che, nel momento in cui proponevano o solo pensavano questo tipo di domande, i miei allievi mi facevano sperimentare, quello di giovani intelligenze che cercano, prima di tutto (prima di un lavoro che comunque sarà arduo, prima di un reddito più o meno certo), qualcosa che non sia facile, immediato, fruibile.

Qualcosa di più: qualcosa di buono.

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