la casa e il posto giusto

Se c’è per me qualcosa che abbia la forza del simbolo di “casa”, è  questa foto.
Ulivi, attraversati dal vento e animati dalle cicale. E la terra marrone intenso, secca, che si sgrana a toccarla. Non è  fantasia, è un ricordo: mio nonno mi ci portava alle cinque del mattino, sulla sua Fiat Giardinetta. Mio nonno voleva che la terra fosse il nostro lavoro, di noi nipoti: ma ce ne siamo ben guardati, abbiamo guardato altrove, e il figlio del nonno, mio padre, che questa terra ha tanto amato ed ama, ha fatto di tutto perché fosse così (grazie, papà: non era così scontato e non è  stato facile). La casa è un luogo a cui si torna, ma bisogna partirne.

Oggi pomeriggio, in cerca di un dolmen con i piccoli, tra gli ulivi, la vacanza di quest’anno ha trovato il suo centro. Per due settimane ho amato il mare di qui, come sempre, e l’ho insieme sentito, con sorpresa, per la prima volta, sfasato. Oggi ho capito perché: dopo avere, in questi anni, ripreso familiarità  con il paese e il suo mare, dovevo tornare un pò più indietro, alla terra, radice della mia famiglia paterna. Era tempo: perché  si viaggia in avanti, e andando avanti si cercano radici.
Per fare cosa: per guardare meglio avanti. I piccoli, con me, me ne davano la certezza, nella carne. Insieme a un dettaglio: oltre gli ulivi che sono in foto, c’è il mare. Che, oggi, per la prima volta in questa vacanza, ho sentito al suo posto giusto. Alla distanza giusta, visto a partire dal posto giusto, per essere il desiderio (desiderium: l’indizio di una mancanza) che è.

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Il posto da cui guardi le vacanze

Per ogni viaggio credo ci sia un posto, scoperto per caso o per caso fattosi avanti, che diventa il punto di osservazione per tutta l’esperienza.
Di questa vacanza pugliese, ho capito quale fosse, per me, quel punto, al ritorno, lungo l’ultimo pezzo di autostrada, la scorrevolissima e necessarissima (almeno un tempo) Conegliano- Portogruaro.
È il muretto che, di fronte a palazzo Ammazzalorsa, si affaccia sul porto di Bisceglie. Lì  la sera terminavo la passeggiata per le intricate e sorprendenti viuzze di un centro storico meraviglioso, tutto o quasi ancora da sottoporre a manutenzione (fatti salvi angoli o tratti d’incanto, come quello che mena da via Tupputi alla Cattedrale).
Accompagnare di lì il digradare dela luce era come avvertire quanto si era depositato nelle ferree giornate di caldo: lo svuotamento di ogni altra intenzione che non fosse la cura dei cuccioli e l’essenzialità parca nei movimenti. In buona sostanza, le cose che veramente danno sapore, lo stesso processo che toccava ai sassi messi ad asciugare dai piccoli, sui quali restava la patina sapida del sale.
Lì fermo, prima di prendere la strada verso il gelato di Cova, ho più volte, girando lo sguardo, enumerato tutte le cose che, quando ero piccolo, turbavano le mie abitudini: gli orari sballati, le luminarie barocche per la festa dei Santi Protettori, gli accenti del dialetto biscegliese, i riflessi della pietra bugnata dei palazzi. Oggi, ho pensato, tutto questo, che mi inquietava, rappresenta l’unità di misura cui riconduco ogni altra cosa.

Una di queste ultime sere, dopo averlo pensato, mi sono voltato verso i cuccioli.
Sono le cose di mio padre, queste, mi sono detto. E dovevo diventare padre anch’io per capire.

Uniti dalla crisi

Mi fermo al forno vicino a casa per comprare pane e focaccia.

Il proprietario mi saluta, ci si aggiorna: che piacere rivedersi dopo un anno, che novità ci sono. Inevitabilmente si parla della crisi. Eh, fa lui.. Fino all’ anno scorso la domenica incassavo 500 euro, adesso 150: in un mese la differenza è l’affitto. Poi le tasse, l’IMU, le banche che faticano a darti credito (usura e gratta e vinci vanno alla grande, invece): insomma, se va così a dicembre si chiude e vado a fare pane in Germania, dice.
Ci salutiamo, e penso che, più o meno, lo stesso discorso di questo fornaio pugliese l’ho sentito a Pordenone diverse volte, di questi tempi.

sole e narrazioni

Nel mio cauto approccio al primo sole della mia stagione, ieri, -mentre i miei piccoli ritrovavano curiosi (e abbronzati da giorni e giorni di piscina) il mare-, ho ripreso la
lettura del bell’articolo di Giuseppe Granieri ispirato da un denso testo di Sergio Maistrello. Cambiano le tecniche di lettura, ma (quello che Granieri e Maistrello giustamente dicono) è che il punto sta nella curiosità del lettore e, soprattutto, nella sua volontà di farsi protagonista non solo dell’atto della fruizione, ma di un universo di possibilità e di condivisioni sociali che la lettura con i nuovi mezzi implica. Una co-lettura, insomma, che parte dalla lettura di un testo e arriva a quella del mondo; un atto di fiducia in sé e negli altri, in quello che si costruisce insieme.

Intanto, mentre il sole s’alzava ed io assecondavo l’area coperta dall’ombrellone, sono passato alla lettura dei giornali: cartacea, da spiaggia imbiancata dai sassi e dal sole.
La faccia di Tremonti e la manovra economica, insomma, e la faccia assente, quella  del Presidente del Consiglio, a marcare (per chi non lo avesse ancora saputo) l’idea che nell’universo semiotico berlusconiano non ci sia campo per leggere e narrare certe notizie, nella mesmerica convinzione che farle narrare ad altri sia delegarne la responsabilità (re-spon-sa-bi-li-tà, la parola tabù). Davvero, una povera narrazione questa, falsa perché è la narrazione che vuole essere epica e riesce grottesca, è la narrazione che non si fa, perché non vuole nemmeno provarci, testo-mondo -pensavo.

Ed intanto, mentre il mio intrepido esploratore portava sassi levigati, bianchissimi o nerissimi, sul telefonino mi son messo a leggere cose delle mie parti, e una dietro
l’altra, in dichiazioni politiche e commenti di anchorman, ho trovato narrazioni nostalgiche dell’epica protoleghista: la sicurezza minata, i forconi della protesta, in una dimensione sempre più concentrica, di risoluta selezione dei confini del mondo, di ostinata attenzione al passato bucolicamente riscritto, di delimitazione del dicibile e, per conseguenza, di delimitazione di sé. Non è nemmeno la nostalgia delle favole, quelle erano testi-mondo (cattiveria, malattia, dolore, prove da affrontare, mica son cose che le favole nascondono), è la nostalgia dei una propria dimensione di fuga dal presente e dal futuro.

Ma io? La mia narrazione diversa, più conscia? La domanda mi ha accompagnato mentre siamo risaliti a pranzo, mentre aggiungevo di nascosto la ricotta salata al sugo di pomodori, ché mia figlia non mi vedesse (e poi ne ha voluta ancora, di pasta, e alla fine quella ricotta -dopo al rivelazione del trucchetto- se l’è pure assaggiata).

E forse la cosa che cercavo mi ha raggiunto verso sera, sulla spiaggia progressivamente abbandonata dai biscegliesi che a mare fanno giornata presto, poi hanno altro da combinare, e lasciano le -per me- incantevoli ore di mezzo meriggio a
pochi.

E’stato quando i piccoli, sulla strada per risalire a casa, mi hanno chiesto di raccontare della bisnonna che non hanno conosciuto, mia nonna Gina. Parlandone, ad un certo punto, mi son fermato. Piangevo. Io, quelle lacrime, le avevo cercate
invano quando vent’anni fa, la nonna ci ha lasciati. Le ero affezionatissimo, ma non riuscivo, non c’era verso, a piangerla, avevo il groppo in gola, ma queste lacrime non arrivavano.

E son venute invece tanti anni dopo, e mentre venivano le due creature meravigliose cui ho il dono di essere padre (sul fatto che avermi per padre sia dono per loro, ho dubbi) mi hanno detto, sorridendo, che si vedeva che volevo bene a mia nonna.

Eccome, bambini.

E raccontandovi la nonna, mi è venuto in mente questo: che le storie che contano sono quelle che si raccontano da una generazione all’altra, sapendo di essere, ogni generazione, un passaggio tra chi c’è prima e chi c’è dopo. E sono le storie in cui non abbiamo paura di condividere, con chi le ascolta, le nostre lacrime.

Ed è un programma etico-sociale-politico, altrochè.