desideri, bisogni, compleanni e generazioni

Il treno delle 8 per Venezia non traboccava, ai miei tempi, di filologi (classici o romanzi che fossero) in erba, né di fini interpreti di Hegel ai primi passi, piuttosto di un esercito di economisti (economisti aziendalisti meglio ancora). E le chiacchiere che si diffondevano tra gli scompartimenti -quelle sul calcio a parte- sapevano, prevalentemente, di quanto bello sarebbe stato andare a lavorare in Benetton -qui pure gli studenti in lingue si associavano, nell’auspicio di viaggi all’estero- o in Arthur Andersen a fare il controller. Ce n’era anche per noi umanisti nerd però, se ci si redimeva sulla via del marketing (ciò che in effetti accadde a molti ed anche per poco pochissimo non capitò al sottoscritto).

Di politica non ho mai sentito parlare su quel treno, sui suoi corrispettivi del ritorno, e nemmeno nella tratta Venezia Mestre-Padova (e ritorno) con la quale io completavo il mio viaggio. Ma portate pazienza, in televisione c’era la pubblicità della Milano da bere, a Drive In su Italia Uno il ritornello era “piatto ricco mi ci ficco” ed i film che andavano erano Wall Street (tanto l’epilogo era solo epilogo, buono ed ipocrita il giusto per quei falsi bacchettoni di puritani Wasp reaganiani, no? e di gran lunga Gordon Gekko era molto più interessante di quel fessacchiotto dell’apprendista stregone) o Una donna in carriera.

Insomma: generazionalmente -e mi perdonino quanti tra noi non mollarono il colpo, tennero duro, intuirono nuovi orizzonti, ma d’altra parte fate conto che pure io che scrivo lo sto facendo non proprio da dentro la corrente, pure se di questo non credo sia da darmene vanto-, ci hanno comperati con un po’ di beni di consumo, Baudrillard del resto lo stava scrivendo (ma lo stavamo a badare? al massimo lo citavamo, si citava di tutto allora, tutto era citazione), che noi consumatori postmoderni realizzavamo l’upgrade della società terziarioavanzata che  abbandona il bisogno per centralizzare il desiderio -mutevole, cangiante, riproducibile e capriccioso, va da sé.

Ci hanno comperati e ci siamo venduti, generazionalmente e senza offesa per nessuno. E adesso che i conquantacinquenni saggi guardano la loro generazione di sedicenti immortali (come fa il mio amico Francesco Stoppa nel suo bellissimo La restituzione -un libro del quale giustamente si parla e si parlerà) svelando che il loro Tutto e subito aveva per corollario anche Per sempre e solo per noi (e pure qui scusate la generalizzazione, l’ingenerosità verso i singoli etc. etc.), pensando (senza essere né saggio né senza macchia né senza paura) alla mia generazione di quarantenni pasticcioni, pasticciati, incasinati in relazioni umani precarie, in matrimoni e convivenze equilibristici e a scadenza (dai quali usciamo con ebeti sorrisi di nonchalance e crepe interne momentaneamente cartongessate), affannose rincorse alla tecnologia così naturale per i nostri pargoli ed a nuovi saperi, ecco, pensando tutto questo e guardando oggi mio figlio che compie dieci anni, mi auguro che la parte del gioco che ci tocca -e che ancora non giocammo- ci tocchi adesso, e stia nel fare quello che un altro mio amico, Giorgio Jannis (per fortuna ho degli amici sveglissimi) pone ad esergo del suo blog.

I gangheri, cioè i cardini. Cioè, quelli che consentono il transito da una parte all’altra (mica dovrò spiegare oltre, no?).

Non certo oggetti di desiderio, ma cose di cui c’è bisogno.

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