Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/31

Oggi: Orazio e l’incostanza di chi asseconda le passioni pubbliche.

Capitolo 5, pp. 123-125

Gli interrogatori al barbiere e al commissario di Sanità si susseguono, moltiplicando l’effetto della loro trama fondamentale: le domande e poi le torture, la richiesta di nomi di complici ed il cedimento dell’interrogato, che o inventa o pesca il primo nome che gli sovvenga:

“Lo sventurato, rimesso alla tortura, nominò pur troppo una persona reale, un Giulio Sanguinetti, banchiere: “il primo venuto in mente all’uomo che inventava per lo spasimo”. (p. 124)

E subito dopo, ancora, a dimostrazione dell’illogicità di tutta la sequenza di azioni:

“Il Piazza, che aveva sempre detto di non aver ricevuto danari, interrogato di nuovo, disse subito di sì. (Il lettore si rammenterà, forse meglio de’ giudici, che, quando visitaron la casa di costui, danari gliene trovaron meno che al Mora, cioè punto.) Disse dunque d’averne avuti da un banchiere; e non avendogli i giudici nominato il Sanguinetti, ne nominò lui un altro: Girolamo Turcone. E questo e quello e vari loro agenti furono arrestati, esaminati, messi alla tortura; ma, stando fermi a negare, furon finalmente rilasciati.” (p. 124)

 

Il coinvolgimento del figlio del comandante del Castello porta ad un intervento di avvocati difensori e di strategie difensive più strutturati rispetto alle povere possibilità di Mora e Piazza. Il padre di Padilla, in particolare, interviene, dopo che i due sono stati condannati, per ottenere un rinvio della sentenza e loro successive audizioni, ma non lo ottiene; gli si oppone, come ragione, la pressione popolare:

Il padre, e si rileva dalle difese medesime, fece istanza, per mezzo del suo luogotenente, e del suo segretario, perché si sospendesse l’esecuzione della sentenza contro il Piazza e il Mora, fin che fossero stati confrontati con don Giovanni. Gli fu fatto rispondere “che non si poteva sospendere, perché il popolo esclamava…” (eccolo nominato una volta quel civium ardor prava jubentium; la sola volta che si poteva senza confessare una vergognosa e atroce deferenza, giacché si trattava dell’esecuzion d’un giudizio, non del giudizio medesimo. Ma cominciava allora soltanto a esclamare il popolo? o allora soltanto cominciavano i giudici a far conto delle sue grida?)” (p. 125)

La citazione oraziana (Carmina, 3,3, 2) contrappone, implicitamente, il modello di saldezza e coerenza dell’uomo politico, delineato dal poeta latino, con l’incostanza dei magistrati milanesi: è un richiamo alle passioni che hanno intorbidito tutta la vicenda.

 

A suggello della vicenda processuale di Mora e Piazza, Manzoni sintetizza così l’incoerenza degli argomenti prodotti:

“E il detto d’ognuno di que’ due infami valse contro l’altro! E i giudici l’avevan tante volte chiamato verità! E nella sentenza medesima decretarono che, dopo l’intimazion di essa, fossero l’uno e l’altro tormentati di nuovo su ciò che riguardava i complici! E le loro deposizioni promossero torture, e quindi confessioni, e quindi supplizi; e se non basta, anche supplizi senza confessioni!” (p. 125)

Tenuti in prigione, torturati, messi l’uno contro l’altro, secondo una cieca serie di azioni sempre più violente e insensate: la frase finale ce le mette di fronte, nella loro consequenzialità e nella loro ferocia.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/30

Oggi: l’accanimento inquisitorio, le sue incongruenze, e il disinteresse nei loro riguardi.

Capitolo 5, pp. 119-123

La trovata del personaggio di riguardo quale mandante delle unzioni, che Piazza ha disperatamente escogitato per provare a salvarsi, determina una nuova serie di chiamate a testimonianza, di torture prima promesse e poi inflitte, di iniziali resistenze e poi di cedimenti del Mora. Ora Manzoni può integrare il racconto con le osservazioni dell’avvocato del figlio del comandante del Castello, il giovane Padilla cui viene imputato il progetto di diffusione della pestilenza; questo nuovo e competente punto di vista consente di sottolineare con maggior vigore le manipolazioni dei poveri imputati:

Si viene a un nuovo confronto, e si domanda al Piazza, se è vero che il Mora gli venibadel Padiglia, figliolo del signor Castellano di Milano. Il difensor del Padilla osserva, con gran ragione, che, “sotto pretesto di confronto”, fecero così conoscere al Mora “quello che si desiderava dicesse”. Infatti, senza questo, o altro simil mezzo, non sarebbero certamente riusciti a fargli buttar fuori quel personaggio. La tortura poteva bensì renderlo bugiardo, ma non indovino.” (pp. 120-121)

 

Dalla testimonianza di un servitore, del resto, si ha la conferma che Mora diceva quello che gli accusatori si aspettavano dicesse, o addirittura suggerivano:

“et lui disse che l’haueua dato fuori per hauerlo sentito nominare là, et che perciò rispondeua a tutto quello che sentiva, o che li veniua così in bocca.” (p. 123)

Rispondeva a tutto quello che sentiva, o che gli veniva messo in bocca: in due righe sta tutta la vicenda degli interrogatori, nell’esperienza del povero barbiere.

 

Nella loro puntigliosità, che pur non cura le contraddizioni, gli inquirenti chiedono al barbiere chi lo abbia messo in contatto con Padilla; qui, Mora s’inventa del tutto anche un nome:

“E perché, tra tante cose dell’altro mondo, parve strana anche ai giudici quella relazione tra il barbier milanese e il cavaliere spagnolo; e domandarono chi c’era stato di mezzo, alla prima disse ch’era stato uno de’ suoi, fatto e vestito così e così. Ma incalzato a nominarlo, disse: Don Pietro di Saragoza. Questo almeno era un personaggio immaginario.” (p. 123)

Ma questa palese incongruenza, naturalmente, non cambia niente.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/29

Oggi: le vie dell’iniquità, per le quali gli innocenti contribuiscono alla propria rovina.

Capitolo 5, pp. 113-119

Il Capitolo 5 ci conduce al nuovo giro di interrogatori cui Mora e Piazza sono sottoposti, stavolta con l’esclusione della tortura. La figura più attiva, tra i due, è quella del commissario di Sanità, al quale le richieste degli inquirenti provocano, come già accaduto nelle precedenti sedute, l’imbarazzo di inventare qualcosa:

“Da aggiungere, lui non aveva nulla, e non sapeva che n’avevan loro; e forse, accusando un innocente, non aveva preveduto che si creava un accusatore.” (p. 114)

Capendo che la propria posizione si è aggravata, per l’effetto dell’invenzione a sua volta costruita da Mora -che gli ha attribuito una responsabilità attiva nell’ideare il piano per ungere-, il commissario di Sanità rilancia ulteriormente, alludendo alla complicità di una persona importante, che avrebbe sponsorizzato l’operazione:

“Sperava, con l’ammetter tutto, di ripescar la sua impunità. Poi, o per farsi sempre più merito, o per guadagnar tempo, soggiunse che i danari promessigli dal barbiere dovevan venire da una persona grande, e che l’aveva saputo dal barbiere medesimo, ma senza potergli mai cavar di bocca chi fosse. Non aveva avuto tempo d’inventarla.” (p. 115)

 

Il passaggio successivo è la fissazione del processo e l’assegnazione dei difensori d’ufficio: una cosa difficile, soprattutto per il barbiere, sul quale ormai grava l’opinione comune di colpevolezza:

Il furore”, dice, “era giunto al segno, che si credeva un’azione cattiva e disonorante il difender questa disgraziata vittima” (p. 117)

In questa occasione, nota Manzoni, beffa si aggiunge a danno: al povero Mora viene assegnato come difensore un notaio, che non ha la competenza professionale per assisterlo:

A un uomo condotto ormai appiè del supplizio (e di qual supplizio! e in qual maniera!), a un uomo privo d’aderenze, come di lumi, e che non poteva aver soccorso se non da loro, o per mezzo loro, davano per difensore uno che mancava delle qualità necessarie a un tal incarico, e n’aveva delle incompatibili! Con tanta leggerezza procedevano!”  (p. 117)

Del resto, i tempi concessi per imbastire una difesa sono strettissimi; quanto meno, nota lo scrittore, è così per due persone umili come Piazza e Mora, ma non sarà così per un nuovo imputato, meglio protetto dal suo rango:

“Quello assegnato al Piazza, “comparve e chiese a voce che gli fosse fatto vedere il processo del suo cliente; e avutolo, lo lesse”. Era questo il comodo che davano alle difese? Non sempre, poiché l’avvocato del Padilla, che divenne, come or ora vedremo, il concreto della persona grande buttata là in astratto e in aria, ebbe a sua disposizione il processo medesimo, tanto da farne copiar quella buona parte che è venuta per quel mezzo a nostra notizia.” (p. 118)

L’iniquità agisce in ogni piccolo passaggio della vicenda, Manzoni ne annota ogni manifestazione puntualmente. Una delle sue manifestazioni è la collaborazione attiva che le offrono quelli stessi che ne sono colpiti; Piazza, infatti, ha tentato la mossa del coinvolgimento di un notabile della città, nella speranza di potersi così salvare:

Pensò probabilmente che, se gli riusciva di tirare in quella rete, così chiusa alla fuga, così larga all’entrata, un pesce grosso; questo per uscirne, ci farebbe un tal rotto, che ne potrebbero scappar fuori anche i piccoli.” (p. 119)

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/28

Oggi: Manzoni, gli umili sotto tortura, Umberto Eco.

Capitolo 4, pp. 106-112

Dopo una notte in carcere, Mora torna dagli inquirente per l’interrogatorio di conferma. Egli, fattosi coraggio, ritratta la confessione del giorno avanti:

A quella minaccia, rispose ancora: replico che quello che dissi hieri non è vero niente, et lo dissi per li tormenti.” (p. 109)

Ricomincia la tortura, Mora cede di nuovo, ritratta la ritrattazione. Manzoni riassume la meccanica brutalità delle cose in neanche una riga, quella iniziale che qui segue:

Di nuovo alla tortura, dove di nuovo disse quello che volevano; e avendogli il dolore consumato fino all’ultimo quel poco resto di coraggio, mantenne il suo detto, si dichiarò pronto a ratificar la sua confessione; non voleva nemmeno che gliela leggessero. A questo non acconsentirono: scrupolosi nell’osservare una formalità ormai inconcludente, mentre violavan le prescrizioni più importanti e più positive. Lettogli l’esame, disse: è la verità tutto.” (p. 110)

Ottenuta la confessione, così come per il Piazza, anche per il Mora viene il momento in cui i giudici non si contentano, ma vogliono approfondire le motivazioni. Il barbiere non è in grado di dare spiegazione, per il semplice motivo, nota lo scrittore, che si trova ormai depauperato di se stesso, mero esecutore della volontà di altri:

Rispose: che sappia mi, quanto a me, non ho altro fine. Che sappia mi! Chi, se non lui, poteva sapere cosa fosse passato nel suo interno? Eppure quelle così strane parole erano adattate alla circostanza: lo sventurato non avrebbe potuto trovarne altre che significassero meglio a che segno aveva, in quel momento, abdicato, per dir così, sé medesimo, e acconsentiva a affermare, a negare, a sapere quello soltanto, e tutto quello che fosse piaciuto a coloro che disponevan della tortura.” (p.110)

Che sappia mi: Manzoni rileva il dialettalismo, ed il lettore non può non ricordare un altro testo, che chiaramente a questo s’ispira, in cui c’è tortura e c’è un debole che parla la lingua degli incolti, anzi, una lingua popolare mista: il testo è Il nome della Rosa, il debole è Salvatore, sottoposto all’inquisizione di Bernardo Gui.

 

Il culmine dell’inverosimiglianza è quando, interrogato, il malcapitato Mora dice ai giudici di chiedere al commissario di Salute quali fossero le sue, di ragioni, non essendo lui capace di dare una risposta. Ma il bisogno dei giudici di trovare colpevoli va oltre l’inverisimile.

I giudici dicono al Mora: come è possibile che vi siate determinati a commettere un tal delitto, per un tal interesse? Il Mora risponde: il commissario lo deve sapere, per sé, e per me: domandatene a lui. Li rimette a un altro, per la spiegazione d’un fatto dell’animo suo, perché possan chiarirsi come un motivo sia stato sufficiente a produrre in lui una deliberazione. E a qual altro? A uno che non ammetteva un tal motivo, poiché attribuiva il delitto a tutt’altra cagione. E i giudici trovano che la difficoltà è sciolta, che il delitto confessato dal Mora è diventato verisimile; tanto che ne lo costituiscono reo.” (p. 112)

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/27

Oggi: le contraddizioni che non si voglion vedere.

Capitolo 4, pp. 102-106

Con il nuovo interrogatorio del barbiere la vicenda del processo trova un suo snodo fondamentale. Messo alla tortura, Mora va oltre le domande sulle sue contraddizioni, e confessa di aver preparato l’unzione per diffondere la peste. Manzoni ha seri dubbi su questa ampia ammissione:

“Ci troviam, dico, tra il credere che il Mora s’accusasse, senza esserne interrogato, d’un delitto orribile, che non aveva commesso, che doveva procacciargli una morte spaventosa, e il congetturar che coloro, mentre riconoscevan col fatto di non avere un titolo sufficiente di tormentarlo per fargli confessar quel delitto, profittassero della tortura datagli con un altro pretesto, per cavargli di bocca una tal confessione. Veda il lettore quel che gli pare di dovere scegliere.” (p. 103)

 

Il barbiere, dopo la confessione, si trova a dover dare spiegazione del perché avesse voluto diffondere la peste, ed offre una spiegazione secondo la quale lui e Piazza avevano progettato il contagio per trarne profitto nelle rispettive attività:

“Ora, l’infelicissimo Mora, ridotto a improvvisar nuove favole, per confermar quella che doveva condurlo a un atroce supplizio, disse, in quell’interrogatorio, che la bava de’ morti di peste l’aveva avuta dal commissario, che questo gli aveva proposto il delitto, e che il motivo del fare e dell’accettare una proposta simile era che, ammalandosi, con quel mezzo, molte persone, avrebbero guadagnato molto tutt’e due: uno, nel suo posto di commissario; l’altro, con lo spaccio del preservativo.” (p. 104)

Qui, Manzoni invita il lettore a prestare attenzione alla contraddizione tra la versione di Piazza, che aveva detto che il barbiere gli si era rivolto quasi casualmente, per strada, e quella dello stesso Mora:

Ecco dunque due cagioni d’un solo delitto: due cagioni, non solo diverse, ma opposte e incompatibili. l’uomo stesso che, secondo una confessione, offre largamente danari per avere un complice; secondo l’altra, acconsente al delitto per la speranza d’un miserabile guadagno.” (p. 105)

Una contraddizione evidente, salvo ai giudici, che non ritengono di approfondirla, e passano avanti:

I nostri esaminatori, avuta quella risposta del Mora: perché lui hauerebbe guadagnato assai, poiché si sarian ammalate delle persone assai, et io hauerei guadagnato assai con il mio elettuario, passarono ad altro. Dopo ciò, basterà, se non è anche troppo, il toccar di fuga, e in parte, il rimanente di quel costituto.” (p. 106)

Il più, su quell’interrogatorio, nota Manzoni, si è detto: l’evidente incongruenza della confessione, la contraddittorietà delle versioni di Mora e di Piazza, con, sullo sfondo, le pressioni degli inquirenti per costruire una qualche parvenza di motivazione per procedere. Il nodo, come sempre per lo scrittore, è la deliberazione, dopo la quale le azioni vengono di conseguenza.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/26

Oggi: arbitrio e tradimento, che non sono giustizia.

Capitolo 4, pp. 96-102

La rivelazione molto tardiva di Piazza sull’amicizia tra lui e il barbiere e sui testimoni a proposito, spinge i giudici a sentire questi ultimi, ma nessuno conferma le parole del commissario di Salute. Gli inquisitori ritengono però di continuare su questa strada, che comunque, nota lo scrittore, non era legittima:

“È vero che non era, né poteva diventar mai un mezzo legittimo né legale, e che l’amicizia più intima e più provata non avrebbe potuto dar valore a un’accusa resa insanabilmente nulla dalla promessa d’impunità.” (p. 97)

Pe tentare di ottenere qualche rivelazione da Mora, durante il nuovo interrogatorio cui lo sottopongono, gli inquirenti falsano le affermazioni dei testimoni, appena sentiti, che hanno negato il rapporto di amicizia tra Piazza e Mora:

“Risponde: è ben vero che detto Commissario passa da lì spesso dalla mia bottega; ma non ha prattica di casa mia, né di me. Replicano: che non solo è contrario al suo primo esame, ma ancora alla depositione d’altri testimonij…” (p. 98)

Qui Manzoni nota come i giudici abbiano cercato una ragione per sottoporre nuovamente a tortura, trovandola -egli sottolinea più volte, senza legittimità- nell’affermazione dell’amicizia tra i due, formulata da Piazza nelle circostanze dubbie che si son viste, e nel particolare della ricetta stracciata da Mora durante la perquisizione della sua bottega. Insomma, inizia la tortura, che fiacca presto la resistenza di Mora:

Fu ricominciato e accresciuto il tormento: alle spietate istanze degli esaminatori, l’infelice rispondeva: V.S. veda quello che vole che dica, lo dirò: la risposta di Filota a chi lo faceva tormentare, per ordine d’Alessandro il grande”. (p. 101)

Quello che vuole che dica, lo dirò: in poche righe, Manzoni definisce Mora sventurato e infelice, rievocando ancora una volta nel lettore il personaggio del suo romanzo che pone fine a una sofferenza accettando la proposta dei suoi persecutori, cioè Gertrude. Qui al resa è piena; l’ingiustizia si mostra in tutta la sua pienezza, e Manzoni così commenta:

Così eran riusciti a far confermare al Mora le congetture del birro, come al Piazza l’immaginazioni della donnicciola; ma in questo secondo caso con una tortura illegale, come nel primo con un’illegale impunità. L’armi eran prese dall’arsenale della giurisprudenza; ma i colpi eran dati ad arbitrio, e a tradimento.” (p. 102)

Arbitrio e tradimento, che non sono giustizia.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/25

Oggi: le incurie pubbliche, e chi ne è causa.

Capitolo 4, pp. 90-95

Al termine dell’interrogatorio, mentre viene ricondotto in prigione, Piazza fa i nomi di alcune persone a suo dire amiche del barbiere Mora. Quest’affermazione giunge improvvisa e incongrua, come nota lo scrittore:

Quelle nuove denunzie in aria, o que’ tentativi di denunzie volevan dire apertamente: voi altri pretendete ch’io vi renda chiaro un fatto; come è possibile, se il fatto non è?” (p. 90)

Ma gli eventi ormai corrono così. Altrettanto irragionevole è la conduzione del nuovo interrogatorio di Mora: gli viene chiesto come mai avesse offerto il vasetto di unguento a Piazza, se lo conosceva così poco, dopo che la scarsa conoscenza non è stata ritenuta motivo di dubbio nell’accogliere la versione del commissario di Sanità, che, come si ricorderà, aveva detto che Mora lo aveva incrociato per strada e gli aveva offerto l’unto. Questa incoerenza, nota Manzoni, non è segno di quei tempi: è una conseguenza della scelta, fatta all’inizio della vicenda, di seguire non la ragione,  ma la rabbia e la paura, le passioni pubbliche cui dare risposta:

“Eppure, si devono naturalmente usar meno riguardi nel cercare un complice necessario a una contravvenzion leggiera, e per una cosa in sé onestissima, che a cercarlo, senza necessità, per un attentato pericoloso quanto esecrabile: e non è questa una scoperta che si sia fatta in questi due ultimi secoli. Non era l’uomo del secento che ragionava così alla rovescia: era l’uomo della passione.”(p. 92)

Manzoni si sofferma ancora sull’interrogatorio di Mora, che affronta anche un primo confronto con Piazza, restando sulla sua posizione. Qui, lo scrittore fa cenno a come la cosa fosse poi riferita allo Spinola, reticentemente e parzialmente, come per altri fatti del processo: ma Spinola, nota ancora Manzoni, aveva per la testa solo l’assedio di Casale, che per di più non gli riuscì. Qui lo scrittore propone un rapido inciso:

“Gli avevan fatto peggio, col dargli un posto a cui erano annesse tante obbligazioni, delle quali pare che a lui ne premesse solamente una: e probabilmente non gliel avevan dato che per questa.” (p. 94)

I giochi della politica in tre righe: Spinola aveva tante incombenze -tra le quali, è implicito, quella di badare alle cose di Milano-, ma gli interessava solo una cosa (l’assedio, e il suo onore di conquistatore di città); e chi gli aveva dato l’incarico, sapeva bene che a lui interessasse solo l’azione militare.

 

Dopo l’inciso su Spinola, la narrazione torna sugli interrogatori; tocca di nuovo a Piazza, che dichiara di avere prove del fatto di essere stato a casa di Mora. Si tratta di una novità, rispetto al confronto tra i due del giorno prima, e Manzoni la mette in evidenza, per comprenderla:

Era venuto a fare una tal dichiarazione, di suo proprio impulso? O era un suggerimento fattogli dare da’ giudici? Il primo sarebbe strano, e l’esito lo farà vedere; del secondo c’era un motivo fortissimo.” (p. 96)

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/24

Oggi: la luce della verità è un’altra cosa.

Capitolo 4, pp. 86-90

Per accontentare gli scrupoli degli inquirenti, il commissario di Sanità Piazza s’ingegna d’inventarsi un incontro fortuito, durante il quale il barbiere Mora gli avrebbe dato appuntamento per consegnargli il materiale per ungere i muri. Tutta la storia ha una inverosimiglianza che Manzoni fa giganteggiare semplicemente riportandola e che collide con gli effetti perniciosi (la diffusione del contagio) che pur quella consegna avrebbe recato. I magistrati non dicono nulla e aggiungono l’ulteriore assurdità di torturare di nuovo Piazza, perché la sua testimonianza sia confermata:

“Chi fossero, non lo sa; sospetta che dovessero essere vicini del Mora; come fossero vestiti, non se ne rammenta; solo mantiene che è vero tutto ciò che ha deposto contro di lui. Interrogato se è pronto a sostenerglielo in faccia, risponde di sì. È messo alla tortura, per purgar l’infamia, e perché possa fare indizio contro quell’infelice.” (p. 87)

 

Manzoni spiega che questa forma di tortura, fatta perché il reo confermasse la sua versione, era consueta; egli aggiunge che, comunque,  ebbe molta meno drammaticità di quella precedentemente inflitta all’accusato:

Del resto, è facile indovinare che la tortura datagli per fargli ritrattare un’accusa, non dovette esser così efficace come quella datagli per isforzarlo ad accusarsi. Infatti, non ebbero questa volta a scrivere esclamazioni, a registrare urli né gemiti: sostenne tranquillamente la sua deposizione.” (p. 89)

 

Un dubbio resta ai giudici, come mai Piazza non abbia raccontato prima la versione che accusa lui stesso e Mora. Il commissario di Sanità attribuisce la sua esitazione iniziale all’influsso sui di lui dell’acqua che aveva bevuto; si tratta di una fragile spiegazione, che i giudici non possono che farsi bastare:

Gli domandaron due volte perché non l’avesse fatta ne’ primi costituti. Si vede che non potevan levarsi dalla testa il dubbio, e dal cuore il rimorso, che quella sciocca storia fosse un’ispirazion dell’impunità. Rispose: fu per l’impedimento dell’aqua che ho detto che haueuo beuuta. Avrebbero certamente desiderato qualcosa di più concludente; ma bisognava contentarsi.” (p. 89)

 

Del resto, nota lo scrittore, i giudici non potevano sperare di trovare nella bizzarra storia di Piazza la soddisfazione che deriva dall’aver trovato la verità:

potevan pretendere di trovarci quella soddisfazione che può dar la verità sinceramente cercata? Spegnere il lume è un mezzo opportunissimo per non veder la cosa che non piace, ma non per veder quella che si desidera.” (p. 90)

Sviare, falsare, manipolare consentono, certo, di distogliere lo sguardo da quello che non piace vedere e che non torna con la propria versione precostituita, ma di certo non gettano luce su niente di vero.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/23

Oggi, contenuto extra: La storia di Lucia, l’untrice

[Don Lisander perdoni l’ardire]

 

1.

Lucia salutò il giovane carabiniere, che le restituì, dopo aver scribacchiato una firma, il foglio di autodichiarazione. Si sporse sulla sua destra, aprì la borsa a sacco che teneva sul sedile del passeggero, piegò il foglio, lo schiacciò dentro. Sfiorando il portafogli, le venne in mente che le serviva un po’ di denaro liquido, per quelle due cose da prendere senza usare la carta.

 

La giornata di lavoro era stata pesante, Roberto si era dimenticato di prendere le sigarette, si era fatto tardi, non aveva i contanti giusti per il distributore che stava nel palazzo di fronte a casa sua, dove stava l’edicola-tabacchi.

C’era lo sportello Bancomat: avrebbe preso un taglio piccolo, venti euro, giusto per l’acquisto. Parcheggiò davanti al POS, c’era un’altra auto lì vicino, ne stava uscendo una ragazza.

 

Il POS era sulla strada principale, che portava verso casa sua. Lucia aprì lo sportello, sentì pruderle il naso. La sua allergia stagionale: doveva scrivere al medico per farsi girare la ricetta per lo spray.

Si avvicinò allo sportello, era uno di quelli che davano direttamente sulla strada. Mise la tessera nella fessura, digitò il PIN; lo schermo le comunicò che l’operazione era sospesa.

Tirò su col naso.

Riprovò.

Ancora operazione sospesa, si prega di provare più tardi.

Va bene, si disse Lucia, domattina. Il naso le pizzicava, si sfregò la narice con l’indice destro e tornò in auto, per rincasare.

 

Roberto attese che la ragazza finisse, ci stava mettendo un po’. Bene o male, se ne andò; lui scese.

Prelievo momentaneamente non disponibile.

Vabbè, domani.

 

2.

La mattina dopo c’era un bel sole, l’aria era fresca e l’allergia di Lucia stava, ovviamente, progredendo. Uscì di casa un po’ prima del solito per fermarsi al POS. Mise su la mascherina prima di chiudere la porta del suo appartamento, tenne fuori dalla borsa il portafogli, per averlo pronto per la sosta allo sportello.

Arrivò, parcheggiò, le squillò il telefono. Il naso le prudeva e si era pure tappato. Sollevò la mascherina, rispose. Sua madre le chiedeva come stesse, come ogni mattina. Lucia vide che un’altra auto parcheggiava, uscì per finire la conversazione e arrivare per prima a fare il prelievo.

 

Roberto fermò l’auto. C’era una ragazza che stava andando allo sportello; sembrava quella della sera prima, stava telefonando.

 

Lucia chiuse la conversazione, si avvicinò allo sportello, iniziò la sequenza del PIN. Il naso era sempre più chiuso. Apparve la schermata per la scelta dell’importo, lei toccò il tasto dei 50 euro. Sternutì.

Gli schizzi s’infransero sulla tastiera e sul monitor. Si era dimenticata di calare la maschera, lo fece. Il POS ronzava per emettere la banconota, lei frugò nella borsa, trovò le salviette umidificate, ne estrasse una dal pacchetto, iniziò a sfregare lo sportello, per pulirlo un poco.

 

-Cosa fai? Vergognati.

 

Lucia vide dietro di sé un signore, che era uscito da un’auto che era arrivata subito dopo la sua.

-Dice a me? Perché?

-Non ti vergogni, brutta stronza? Sternutisci e poi spalmi i germi sullo sportello. Ma ti rendi conto? Vuoi farci ammalare tutti? Vuoi contagiarci tutti?

La voce di Roberto si faceva più alta ad ogni frase. Lucia restò ferma, a guardarlo, non sapeva che dire.

Si affacciò l’edicolante, venne fuori anche il cassiere, che stava disponendosi all’apertura.

-Ma vi rendete conto che questa sternutisce e spalma i germi sullo sportello? Brutta stronza, ci vuoi fare ammalare?

Roberto le si avvicinò, l’edicolante e il cassiere fecero qualche passo verso di lei. Roberto era proprio vicino, adesso, spalma i germi spalma i germi continuava a ripetere.

Lucia tirò su col naso.

Roberto si fermò a due passi forse da lei. Lucia distolse lo sguardo e si diresse verso l’auto, spalma i germi spalma i germi continuava la voce, a Roberto si avvicinarono gli altri due uomini. Lucia li vide dallo specchietto dell’auto, vide l’uomo e uno degli altri due estrarre dalla tasca della giacca il cellulare.

 

3.

Era arrivata al lavoro da un quarto d’ora, forse, e le si avvicinò Giorgia, dall’altro ufficio.

-Ma sei tu su Facebook? Che hai fatto?

Lucia estrasse il suo telefono dalla borsa, andò sulla pagina che Giorgia le aveva indicato, “Noi di…”.

Il post era fatto di tre fotografie, lei di profilo vicino all’auto, la targa dell’auto, lei che entrava in auto. “Questa deficiente spalma il contagio ai Bancomat! Vergognati! Brutta stronza!” I like erano già 150, i commenti 70. Luisa lesse il primo, “Brutta scema, fermarli questi deficienti stronzi coglioni”, e si fermò.

Erano in pochi, negli uffici vicini: quelli che come lei dovevano per forza lavorare lì e non da casa, ma quel giorno nessuno si affacciò.

Il telefono continuò a vibrarle.

Il telefono, a un certo punto, suonò. Era un giornalista della redazione di un quotidiano locale, e le chiese cosa avesse da dire. Lucia si chiese come facesse ad avere il suo numero, non lo chiese però al giornalista.

-Non ho niente da dire.

Chiuse la conversazione, silenziò il telefono.

A metà pomeriggio i like erano 1300, i commenti 580, ma Lucia non li volle leggere. Le chiamate perse erano 10, tutte di numeri sconosciuti.

Poi, qualcosa cambiò.

 

4.

Aperta la porta di casa, Lucia andò in bagno a lavarsi, si rivestì con la tuta e, prima di iniziare a prepararsi la cena -a mettere in tavola una pizza surgelata, ecco cos’era-, decise che era il momento di affrontare Facebook, i commenti e tutto il resto.

La pagina di “Noi di…” aveva ora altri post, sopra quello che riguardava.

Altre foto.

Altre persone.

Altri deficienti stronzi coglioni che non si vergognavano.

La mattina dopo, ce n’erano ancora tanti di più.

A qualcuno iniziarono a fare del male.

Poi, a più di qualcuno.

E sempre più male.

 

A lei, nessuno fece più caso, ce ne erano altri da cercare.

Sempre nuovi.

Più male.

 

5.

Sette giorni dopo, la mattina, a Lucia salì un po’ la febbre.

Normale, si disse, con l’allergia.

Telefonò in ufficio, avvisò che non sarebbe andata, avrebbe chiamato il medico.

Poi, vennero il mal di gola, la tosse, la difficoltà a respirare, il ricovero.

 

6.

In qualche modo, da qualche parte, qualcuno le aveva trasmesso il contagio.

 

 

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/22

Oggi: gli esperti che sragionano e l’uso ingannevole del diritto.

Capitolo 4, 82-86

Due vasi di sterco e dei residui di lavatura sono i reperti della perquisizione in casa del barbiere Mora. Dei primi non si dice altro; sul ranno, invece, i giudici si sentono in dovere di chiedere perizia tecnica:

“Si fece esaminare quel ranno da due lavandaie, e da tre medici. Quelle dissero ch’era ranno, ma alterato; questi, che non era ranno; le une e gli altri, perché il fondo appiccicava e faceva le fila. “In una bottega d’un barbiere,” dice il Verri, “dove si saranno lavati de’ lini sporchi e dalle piaghe e da’ cerotti, qual cosa più naturale che il trovarsi un sedimento viscido, grasso, giallo, dopo varii giorni d’estate? (p. 82)

Cinque esperti non arrivano a formulare una considerazione logica. Il piano inclinato del giudizio precostituito procede attraverso piccoli e coerenti slittamenti.

 

Lo sguardo dello scrittore si sposta ora, di nuovo, sul commissario di Sanità Piazza, che viene convocato dai giudici per approfondire un loro scrupolo: come può il barbiere avergli affidato il compito di ungere i muri, se ha dichiarato di conoscerlo solo superficialmente? L’intento degli accusatori è quello di ottenere da Piazza ulteriori rivelazioni, pertanto essi rimettono in circolo la promessa dell’impunità, la quale potrebbe essere revocata se il commissario non dirà la verità; quella, beninteso, che essi attendono. Qui Manzoni nota:

E qui si vede, come avevamo accennato sopra, cosa poté servire ai giudici il non ricorrere al governatore per quell’impunità. Concessa da questo, con autorità regia e riservata, con un atto solenne, e da inserirsi nel processo, non si poteva ritirarla con quella disinvoltura. Le parole dette da un auditore si potevano annullare con altre parole.” (p. 86)

Piazza non poteva sapere queste cose, Manzoni le sa; dietro le sue asciutte parole, si delineano tutti gli episodi d’uso parziale e artefatto del diritto, che attraversano I promessi sposi, a partire dal primo, goffo, messo in opera da don Abbondio per confondere Renzo.