Aristotele sulla panchina

Una vita fa, ai tempi dell’Università,  di rientro da Padova, ricordo che lungo la banchina del binario 2 della stazione di Mestre, mentre attendevo la coincidenza, mi sedetti su una panchina e mi misi a leggere l'”Etica nicomachea”, nell’edizione Bompiani -volume su cui stavo preparando l’esame di filosofia morale. Nella panchina a fianco, dopo un po’, si sedette quella che doveva essere una mia coetanea e tirò fuori, e si mise a leggere, lo stesso libro.
Non l’avevo mai notata a lezione,  ma non voleva dire. Da bravo nerd, fantasticai sull’improbabilità della coincidenza (molto più improbabile di quella, prevista invece dall’orario delle Ferrovie, di cui di lì a poco mi sarei servito) e mi dimenticai la cosa che avrei dovuto e voluto fare, cioè attaccare bottone con la ragazza.
Adesso sto pensando che quando ci si siede ad aspettare un treno o una corriera, è molto più facile veder persone che scorrono o leggono qualcosa sui telefonini.
E sono certo che a ben guardare si trova qualcuno, e qualcuna, che al telefonino legge Aristotele. Fanno più fatica a riconoscersi e ad attaccare bottone, però. Ma magari,  con una app che geolocalizzi le letture in corso (beninteso,  la fatica di trovare il coraggio di attaccare bottone: quella, non gliela leva nessuna app)…

Il caffè d’orzo, la mattina presto e le parole per dire l’amore (quello vero)

Sull’amore mi è capitato di leggere un mucchio di parole, dato anche che le letterature che ho più praticato di parole d’amore son zuppe.
Una bella sporta di queste parole sono inutili, parecchie si rivelano stucchevoli e narcisistiche, tante sembrano sapere di qualcosa e poi si sciolgono insulse. Poche restano in mente, attraversano gli anni e le vicende,  e sono quelle che saprei ripetere (purtroppo, non sono le uniche che ho detto -di inutili stucchevoli narcisistiche insulse pure io ne ho articolate in quantità), perché a me (al mio piccolo modo di comprendere il mondo) hanno detto qualcosa.
Tra queste, un pugno di sillabe che non son venute fuori dalla letteratura, ma dal mio nonno materno, il meraviglioso Pietro, di rade e non dimenticabili parole.
Era la sera del giorno di metà maggio in cui mia nonna Gina se ne andò da questo, che chiamiamo mondo.
Ad un certo punto di quella torrida giornata, come accade, il tumulto degli accadimenti si placò. In un quieto istante, il nonno si fermò sulla soglia della camera della nonna (loro due avevano orari strambi e totalmente diversi e dormivano in stanze separate). Si fermò, e disse a me e ad una delle più giovani delle mie cugine: “Adesso la mattina non la vedrò più qui.( Il nonno, lo sapevamo, si alzava alle 4, si fermava davanti alla camera della nonna, le chiedeva se voleva la chicchera di caffè d’orzo.)  E non le farò più il caffè.”
Come dire meglio il miracolo che lega, per sessant’anni, due persone, davvero non saprei.

Un sogno, sul far del risveglio

Mi allontano verso l’alto -a bordo di un elicottero silenzioso? – dalla piazzetta Cavour del sabato mattina, e subito le molte persone che vi si trovano mi appaiono macchie di colore vivaci, geometrie di soste e movimenti.
A un poco di distanza, insomma, ogni vanità sull’ego perde consistenza.
Ma, poi.
Cambio di scena: Parco Galvani, mio figlio a 3 anni che prova a scavalcare il bordo dello scivolo. Io lo afferro per una gamba e lo prendo in braccio (è peraltro successo davvero; è un ricordo che ha visitato un sogno).
In quell’intersizio breve di spazio e tempo, quella cosa potevo farla solo io.
E mi sa che è così: senza frenesia di gloria, nel piccolo angolo che ci è dato, cui siamo dati, certe azioni toccano solo a noi.

i segni, il prima e il dopo

Per vedere qualche evento dal sapore internazionale, bisognava aspettare il Mercoledì sport sul Primo canale Rai, con i suoi secondi tempi di basket e le sintesi di calcio. E non sempre: c’era da conquistarsi il permesso di vederli, quei minuti centellinati, ché il programma andava in onda a tarda e spesso tardissima sera.

Ma quella sera d’inizio maggio il permesso l’avevo, ad 11 anni potevi quindi vedermi la sintesi (nello schema classico di quegli anni: azioni principali del primo tempo e più o meno tutto il secondo tempo) della finale d’andata di Coppa Uefa (la Coppa Uefa, altro che la negletta Europa League attuale, che spinse frotte di miei coetanei ad aprire gli atlanti e cercare le sedi esotiche di squadre inaudite) tra Liverpool e Club Brugge. Non era cominciata da molto la sintesi, in quella serata già calda, che sentimmo un tonfo sordo e prolungato, come di chi cada rovinosamente, seguito però dai suoni acuti di pietre che si sbriciolano. Mio padre si alzò, non sapendo peraltro bene dove dirigersi, per cercare una spiegazione a quella stranezza -in casa non era caduto nessuno. Aprì la porta dell’appartamento, dalle scale del piccolo condominio non saliva nessun suono rivelatore. Fu affacciandosi al terrazzo che trovò una ragione al rumore: un pezzo dell’intonaco del cornicione che dava sul giardino era crollato.

La successiva, caldissima giornata, gli adulti s’interrogavano sulle cause di quell’evento, con qualche dubbio sulla qualità dei materiali impiegati e del lavoro, fatto pochi anni addietro, di costruzione (ai tempi, inizi anni Settanta, in cui tutta la zona attorno al parco di San Valentino,  verso Torre, si era infittita di condominietti e villette).

Non erano dubbi fondati, lo si capì quella sera. Il condominio non subì alcun altro danno, quel 6 maggio, e quel cornicione caduto, si comprese, era l’effetto di quei movimenti della terra, quasi impercettibili, che si accompagnano nel tempo attorno ad un sisma. Lo si comprese, inevitabilmente, dopo: e non lo si poteva che comprendere dopo, in effetti.

Fu la prima volta che, tra le tante altre, urgenti e più importanti cose di quei giorni, mi venne da pensare a come affidare alla sequenza dei fatti nel tempo la spiegazione delle cose ci risulti, insieme, necessario e, intrinsecamente, inefficace. Certo, ne potremo trarre moniti per il futuro: ma intanto, ciò che è accaduto, è accaduto. Un evento avviene, appunto; etimologicamente, rifacendoci all’origine latina, e-venit (viene fuori dal niente), o ad-venit (ci arriva incontro).  E, ma solo nello spazio del dopo, ci resta la saggezza residuale, quella di Epimeteo.

Pensai anche, per la prima volta, in quei giorni, tornando a guardare le briciole del l’intonaco del cornicione, a come le cose che accadono abbiano, così, la natura di segni, e a come i segni siano difficili, talora impossibili, da interpretare, e che, in effetti, li si possa solo vivere. Anni dopo, Erodoto ed i tragici greci mi spiegarono che la risposta ad ogni dilemma, in ultima analisi, è la fragilità dell’essere umano -ed è risposta non  intellettuale, ma è fatta di carne, sangue, e sofferenza.

E -la fatica di Epimeteo- speranza.

 

 

 

 

 

 

Topolino e le tecniche

Vestito in giacca e cravatta blu e pantaloni grigi, con la borsa da viaggio al posto del solito zainetto, un sabato 5 maggio di ere fa andai a scuola -gli ultimi strani giorni di scuola prima dell’esame- per poi uscire, prendere un treno di corsa e raggiungere Thiene per la mia prima gara di pattinaggio, da giudice, fuori casa. Il viaggio in treno era tra luoghi familiari, con il cambio a Vicenza per prendere il trenino bianco e blu della Vicenza-Schio dal mirabolante “binario-giardino”.
Della gara ricordo poco; il più, invece, è dopo il tragitto serale del sabato, da Thiene a Vicenza, per andare a dormire dai nonni. Arrivai a casa loro verso le otto, la nonna andava al Rosario lì vicino. Nella loro casa, mi sedetti in salotto, attraversato dalla luce tiepida di quella serata, sul divano, spelacchiato ben bene dai gatti che vi si erano succeduti nel tempo (tutti rigorosamente chiamati “Checco”). Vi avevo letto, indisturbato, numeri su numeri di “Topolino”, negli anni precedenti; ma ora, tirai fuori un PBE Einaudi (Giuseppe Cambiano, “Platone e le tecniche”). Mia nonna rincasò e mi preparò il caffelatte d’ordinanza, ben noto a figli e nipoti, come solo lei sapeva fare (unico, come unico era il brodo di gallina di tutte le domeniche di tutte le stagioni che le figlie della nonna, mia madre e le mie zie, pur cuoche notevoli, superiori a lei in ogni altro ambito, mai eguagliarono). Il caffelatte era il caffelatte della nonna, come lo ricordavo da sempre, ma quel libro al posto del “Topolino” mi diceva che io ero cambiato e stavo cambiando, chissà verso cosa. E per altro verso, io ero cambiato e stavo cambiando, ma quel caffelatte mi diceva che alcune cose sarebbero restate le stesse.
Col tempo, e non ancora del tutto, ho capito quali.

venticinque

Pioveva come oggi, il giorno che dalla segreteria del Liceo mi chiamarono per la mia prima supplenza, venticinque anni giusti oggi. Dieci giorni in una quinta Ginnasio, le diciotto ore alla settimana di italiano-latino-greco-storia-geografia che facevano, bene o male che fosse, del docente l’adulto di riferimento più presente nella vita dei suoi studenti.

Cominciai il giorno dopo, una mattinata tra le forme dell’aoristo terzo da spiegare, una versione di latino da correggere, e un film in videocassetta  -sì, le videocassette col nastro-, da finire di vedere. E così fu il primo giorno di quello che -non lo sapevo ancora, ancora non ci avevo molto pensato- sarebbe diventato il mio lavoro.

Succede così, in giorni di pioggia, in mezzo alla successione delle pagine di libri da leggere, quaderni da scrivere, tra un punto e l’altro di un film da vedere -succede così che cominciano le storie.

Eraldo Affinati, “L’uomo del futuro. Sulle tracce di don Lorenzo Milani”

A p. 9 il numero di febbraio de “Il momento” riporta le mie riflessioni sul nuovo romanzo di Eraldo Affinati. Qui di seguito una versione più ampia della recensione.

Eraldo Affinati è un autore caro ai lettori pordenonesi, che lo hanno visto e sentito più volte durante gli appuntamenti di pordenonelegge.it (particolarmente intenso il ricordo della presentazione, con Pierluigi Cappello e Stas Gavronski, del volume del poeta friulano Mandate a dire all’imperatore, ove Affinati scrive le dense pagine d’introduzione), nel corso di incontri con gli studenti delle scuole del territorio (al Leopardi-Majorana ed al “Torricelli” di Maniago) e nell’ambito della rassegna “Il dialogo creativo”.
Nel percorso di scrittura di Eraldo Affinati, si intrecciano e si definiscono, di libro in libro, alcuni temi fondamentali: l’amore per quegli autori che sollecitano nell’individuo l’impegno etico nei confronti dell’esistenza; il racconto della vocazione (uso il termine nel suo pieno senso) di insegnante, vissuta nella dimensione dell’incontro con i propri allievi, con le loro storie, con la loro dimensione umana che non si esaurisce tra le pareti scolastiche; il viaggio, tanto nel tempo quanto nello spazio (nella storia e nei luoghi fisici), come modo per trovare la connessione tra le generazioni e per misurare pensieri, spunti e letture sulla propria carne. Il coinvolgimento dell’autore nelle ragioni dei propri libri lo spinge ad utilizzare, prevalentemente, la narrazione in prima persona, che saldi  quanto si è sperimentato a quanto si è letto e pensato. Tra i passaggi del percorso dello scrittore (alcuni dei suoi lavoro ho recensito, su queste pagine, nel corso degli anni), ricordo almeno Campo del sangue del 1997 (il racconto di un viaggio da Udine ad Auschwitz, sulle orme di un viaggio a cui la madre era riuscita, per poco, a sottrarsi), poi Un teologo contro Hitler. Sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer (2002), dedicato alla straordinaria vicenda del teologo ucciso a Flossenburg; ancora più avanti, Secoli di gioventù (2004), in cui un professore ed alcuni tra gli “ultimi” dei suoi studenti viaggiano annodando presente, passato e futuro  d’Europa e dei suoi sogni ed incubi, fino a  giungere, più vicini a noi nel tempo, ai volumi che nascono più concretamente dall’esperienza scolastica -La città dei ragazzi (2008), Elogio del ripetente (2013) e da ultimo Vita di vita (2014).
Nelle tappe di questo ricco e denso percorso, che ho appena appena tratteggiato, di Eraldo Affinati, c’è un incontro che spesso aleggia sulle pagine, tra i personaggi ed i riferimenti, e che trova ora la sua concreta manifestazione nel suo ultimo volume: si tratta dell’incontro con la figura del priore di Barbiana, al quale è appunti dedicato L’uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani, uscito in questi giorni per Mondadori.  Affinati costruisce il suo libro con la sua scrittura documentata, agile, scattante e concentrata, che mobilita sempre l’attenzione del lettore e la disponibilità a lavorare sulla forza di uno spunto.  In dieci memorabili capitoli scritti in seconda persona (una scelta fatta quasi a voler essere  testimoni di sé e, contemporaneamente, a prendere quella distanza dalle proprie azioni che è propria dell’esame di coscienza) vengono visitati i luoghi lungo cui si è svolta la vicenda terrena di Lorenzo Milani: le grandi case benestanti di Firenze prima e poi quella di Milano dove la famiglia si trasferisce negli anni Trenta; l’incantevole proprietà padronale nella campagna di Montespertoli e quella di Castiglioncello; il seminario fiorentino dove Lorenzo entra dopo il manifestarsi della sua vocazione; i due luoghi della pratica pastorale del sacerdote, San Donato di Calenzano prima e naturalmente Barbiana, fino al ritorno a Firenze a causa della malattia. Riscontrando luoghi, incontrando testimoni (tra tutte, spicca la figura di Adele Corradi, la professoressa borghese che ogni giorno faceva 160 chilometri di viaggio per andare e tornare da Barbiana), richiamando testi, Affinati  mette in chiaro i nodi della vita di don Milani: la consapevolezza della propria condizione privilegiata ed i primi segni d’insofferenza; la maturazione della scelta del sacerdozio; la radicalità dell’impegno pastorale e delle sue conseguenze; l’insegnamento agli “ultimi” come dimensione essenziale; la genesi delle due opere più importanti, Esperienze pastorali e Lettera a una professoressa. Le pagine di Affinati illuminano fulmineamente alcuni passaggi decisivi nella ricostruzione del percorso di don Milani: la consapevolezza della responsabilità di “restituire” quanto ottenuto coi benefici della nascita agiata e della cultura raffinata, nella testimonianza di Pietro Ichino, figlio di cari amici milanesi (il quale attribuirà ad alcune, decisive parole del priore la scelta di lavorare nel sindacato e non nello studio del padre); l’incontro con il prossimo, quale elemento qualificante della scelta cristiana, come appare dalle brevi pagine del priore alla studentessa napoletana Nadia Neri (“Quando avrai perso al testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio. Ti toccherà trovarlo per forza perché non si può far scuola senza una fede sicura”); le difficoltà e le inevitabili delusioni lungo il proprio impegno, accettate come segno della crescita delle nuove generazioni (da una lettera ad Agostino Burberi, uno degli allievi più critici: “La scuola deve tendere tutta nell’attesa di quel giorno glorioso in cui lo scolaro migliore le dice: Povera vecchia, non t’intendi più di nulla!”). Molto altro ancora portano con sé, gettando luce con scorci improvvisi, queste pagine (ad esempio, sul talento letterario di don Milani, che trova la sua dimensione nello spazio epistolare, perché, anche nel caso della scrittura, non si può essere soli).
Ma il lavoro di Eraldo Affinati non vuol solo essere un viaggio lungo le strade di don Milani, sia pure col passo di colui che legge le storie e se ne fa leggere: il testimone, come spesso egli scrive, è fatto per essere passato, e lo spirito di Barbiana, oggi, è contenuto in queste parole di Ernesto Balducci: “Barbiana non è più in Mugello: Barbiana è in Africa, è nel Medio Oriente, Barbiana è una comunità musulmana, Barbiana è in America latina. Le Barbiane del mondo dicono che noi ci comportiamo come se il mondo fossimo noi.” Ecco così che i capitoli dedicati alle tappe nei luoghi di don Milani sono intervallati dalla narrazione di esperienze dell’autore in luoghi e situazioni, nel mondo odierno, dove, come egli scrive “c’è già chi, senza averlo mai conosciuto, né saputo niente di lui, segue il suo esempio”:  nella scuola di un villaggio africano, a contatto con un vecchio maestro in Marocco, a confronto con un figlio difficile dell’Europa postmoderna a Berlino, nei luoghi della più meccanica modernità o laddove (Hiroshima) l’uomo ha dato le sue prove più efferate. A guidare tutti questi riscontri, l’assunto tolstoiano, fatto proprio nell’esperienza di don Milani (così come in quella di Bonhoeffer): la responsabilità che assumiamo di fronte allo sguardo del nostro prossimo.
Il viaggio di Affinati si conclude a Roma, alla ricerca di una nuova sede per la scuola d’italiano per stranieri Penny Wirton (un altro impegno sulla linea di don Milani): nel peregrinare tra istituzioni ecclesiastiche, difficoltà e rifiuti, l’autore giunge dunque nella parrocchia di don Francesco. Allo scrittore che gli chiede quali siano i suoi riferimenti, il sacerdote risponde secco: “Don Primo Mazzolari e don Milani”. L’abbraccio tra i due, su cui il libro si chiude, dice ancora una volta che la vita è fatta della forza degli incontri. Come in fondo è stato, per chi scrive, aver conosciuto Eraldo Affinati per portarlo, anni fa, a portare una sua riflessione su don Milani: naturalmente, a degli studenti.

A scuola dal Soldato Somacal Luigi

C’è un passo di uno scrittore italiano del giro dei Vociani, che ho letto per la prima volta preparando letteratura italiana all’Università.
Il testo è, anche, una testimonianza non retorica sulla Prima Guerra Mondiale, apparentato col più famoso libro di Emilio Lussu (“Un anno sull’altopiano”); a me, però, è sempre parso tante altre cose, soprattutto una scheggia di quello che può essere scoprire nell’altro il “prossimo”. Anche, mi è sempre parso testimonianza del senso di servizio che chi ha più strumenti culturali debba a quanti ne hanno meno, e in questa declinazione ha molto influenzato il percorso che mi ha condotto a diventare insegnante.
Ora, che sono un modesto dirigente scolastico,  sempre in bilico sul diventare un esecutore di adempimenti, questo testo mostra di avere sempre tante cose da insegnarmi.
Pietro Jahier, “Con me e con gli alpini”: il Soldato Somacal Luigi. È un po’in ho,  ma le cose corte e brevi mica son sempre quelle giuste.

“Il soldato Somacal Luigi da Castion recluta dell’ 84, 3 categoria era stato cretino dalla nascita e manovale fino alla chiamata. Cretino vuol dir trascurato da piccolo, denutrito, inselvatichito.
Manovale vuol dir servo operaio, mestiere sprezzato. Il suo lavoro consisteva in nulla essere tutto fare. Ne porta i segni il corpo presentato alla visita militare.
Somacal ha offerto alla patria un fardello di ossa tribolate in posizione di manovale.
Sporge in fuori l’osso dell’anca che aiuta a camminar sciancati quando si deve equilibrare la secchia di calcina; gli ingranaggi dei suoi ginocchi pesanti gonfi di nocciolini reumatici empiono i pantaloni; il suo busto una groppa che aspetta in eterno di ricevere pesi; la testa si rannicchia fra le spalle come cosa ingombrante, perch un uomo che porta, la testa gli d noia; le sue mani di corame chiaro stringono sempre il badile; lo sguardo cerca terra: per non inciampare. Questa la posizione del manovale in cui Somacal si presentato.
Somacal deve star sulla posizione di attenti, invece. E che cos’ la posizione di attenti che dovete prender subito voi, se siete buon militare se non: le calcagna unite sulla stessa linea, le punte dei piedi egualmente aperte e distanti fra loro quanto lungo il piede, le ginocchia tese senza sforzo, il busto a piombo, il petto aperto, le spalle alla stessa altezza, le braccia pendenti, le mani naturalmente aperte con le palme rivolte verso le cosce, le dita unite pollice lungo la costura laterale dei pantaloni, la testa alta e diritta, lo sguardo diretto avanti?
La posizione di attenti la negazione della sua vita.
Somacal vorrebbe essere buon soldato, poich un mestiere che consiste nel passeggiar col fucile e vi passano la minestra il pane e il vestito come agli altri tale e quale, (lui che non gli toccava che resti quand’era in squadra operaia), ma il suo corpo tutte queste cose non le pu fare.
Prova l’attenti, prova il saluto, ma quando gli pare di esser riuscito, la mano non resiste pi a mantenersi tesa, le ginocchia cominciano a tremare (vieni presto, caporale, a verificare) e quando il caporale arriva a lui, tutto ha ceduto. E’ tornata la posizione di manovale. Somacal in uniforme un burattino. Il caporale lo tira fuori dai ranghi, lo fa marciar solo; e ridono tanto i suoi paesani cottimisti con lui per la Germania, perch l’ qu Somacal che era anche allora una mcia. Ci vuole in carovana, per sopportar la fatica.
Infine Somacal interrogato e, parlando, scopre l’ultima qualit di burattino: ha anche la lisca Somacal Luigi.
Per essere completo. Somacal gli hanno impedito di imparar l’operaio perch era cos buon manovale. Ora gli impediranno di imparare il soldato per serbarlo ridicolo. Ci vuole, in camerata; una mcia per sopportare la noia.
E’ vero che Somacal si rinfagotta, che non sa farsi la cravatta (perch non si deve sforzar il collo chi vuol portare), che si mette il cappello torto (perch impossibile che sul suo cappello ci sia un fregio); ma se c’ una giacca macchiata alla vestizione finir certo sulla groppa di Somacal Luigi; sar suo il fucile che non ha tempo, fucile scappatore; e la scarpa del gigante che nessuno ha voluto, e la borraccia che geme; mentre sar di tutti, invece, il suo barattolo di grasso che tesorizzava nel buco del tavolato, o il suo stoppaccio per nettare il fucile.
Su Somacal tutti si arrangiano; una festa quando viene ripreso: ora ci far ridere, il nostro burattino.

Ma appunto perch si sente burattino, diventare un soldato ammodo la gloria. C’ speranza di riuscire. Il suo tenente non ha riso quando l’ha guardato; anzi ha detto che un soldato non conta per quel che l’han fatto i suoi parenti, ma per quello che sa diventare.
E’ un tenente che conosce: manovale ha detto come la donna di casa che anche se fa tutto non riconosciuta, ma poi, quando si soldati e oggi manca il bottone, e domani il fondo della mutanda partito: ah! si dice ghe voleva la femmena, qua via.
C’ speranza. Per due, per quattro sar troppo difficile ancora. Ma ci son delle cose intanto, da poter imparare.
Somacal imparer, intanto, a far bene quello che nessuno fa perch tutti lo sanno fare: correr fuori tra i primi all’ adunata; arronciglioler le c i g n o l i n e ;
ramazzer per levare il sudicio e non per farlo sparire.
Poi imparer gli esercizi quando tutti li san no fare e sbagliano perch tanto li sanno fare Somacal, che sta attento, li far bene, allora Non sar pi tirato fuori per marciare di fronte guida destr Ocio Somacal, vegn fora v; no st a far confusion, diceva il caporale. Ora: numero uno o numero due Somacal sa sparire. Forse il tenente che conosce si accorger che ha migliorato.
Poi la marcia; ma per la marcia non ha da imparare: si tratta di andar sotto il peso: una cosa di prima.
Poi imparer a tener pulito il fucile; nessuna canna lustrer come la sua: fategli ispezionarm: ecco la luminosa spira delle quattro rigature. Somacal tranquillo: sul fucile non ci sar osservazione. Lo sa lui che i granellini di polvere non ci possono entrare (tappato, in camerata, ma non lo dite: proibito).
Ormai Somacal sta per riuscire soldato. Ma invece, pervenuto a questo punto, ecco che non pu pi bastare. Ecco ancora qualcosa di nuovo. Ecco il Tiro. Il fucile non era fatto per crociatet e ispezionarm, ma per tirare. E Somacal non pu tirare.
Somacal ha dovuto tener sempre aperti bene i due occhi in vita e invece al Tiro di recluta bisogna chiuderne uno.
Impossibile farlo stare. Se provi a tapparlo con una mano, come farai a sbarare?
E se rivolti il cappello e lo tappi colla tesa non basta ancora. Quel cane di occhio seguita a vedere. Bisogna bendarlo col fazzoletto. Unico rimedio.
Dunque Somacal si avanza verso la stazione di tiro bendato stretto, come a mosca cieca. ah! se il tenente non lo vedesse! ah! se lo lasciassero accomodar tranquillo a suo modo. E proprio lo hanno lasciato e ha fatto 30, Somacal Luigi.
Ed successa la cosa meravigliosa. Che il suo tenente lo ha visto e si avvicina. Che non si avvicinato per rimproverare; che lo ha chiamato SOMACAL LUIGI; che viene per parlare a lui che vorrebbe esser sottoterra invece: Ocio Somacal, la posision d’atenti ora.
Che ha chiamato anche il capitano: Ocio, Somacal, sguardo diretto avanti all’infinito. Ecco il mio amico Somacal che ha fatto trenta, dice il tenente. Dice proprio amico. Amico, lo chiama, anche dopo. Perch anche lui ha cercato come Somacal di imparare la vita. Gli dar il permesso, scriver alla sua donna di accoglierlo bene perch un buon soldato, suo amico.
È allora che Somacal ha inaugurato il suo nuovo sguardo di redenzione. Non possiamo descriverlo noi che non siamo stati redenti mai. E’ una cosa nuova: non l’aveva mai fatta vedere perch nessuno ne aveva cercato.
Ma doveva averla pronta sotto quegli occhi d’angelo serafico montati in un viso di cretino pellagroso. E’ allora che Somacal ha smesso di ridere.
Somacal sorride al suo tenente, invece: sempre, quando lo incontra, lo porta in alto nei cieli dell’amore con quel sorriso di redenzione.
E’ allora che Somacal siccome si sente felice riesce a non farsi riformare.
I nocciolini reumatici lo mandano due volte sotto rassegna, ma Somacal torna Alpino.
Gli scoprono un fi de gola grossa (gozzo) laggi all’Ospitale. Ma Somacal resta alpino. Non per la patria. Somacal non sapr mai cos’ Patria. Ma perch si sente
in un’aria buona. Vorrebbe rimanere in quell’aria buona fino alla fine. Vorrebbe sentirsi ripetere che il suo amico.
Purch lo dica ancora: sei il mio amico. Certo, Somacal, soldato stronco, uomo zimbello, sei il mio amico. Ho trovato vicino a te l’onore d’ Italia. Dico che in basso l’onore d’Italia, Somacal Luigi.”

Ippone. Dialogo di Socrate e di Euripide su telefonini e rete

E. -Qual ventura, il nostro caro Socrate. A quest’ora del mattino per la via del Pireo?
S. -Mio buon Euripide, vado al centro commerciale del Pireo a comperare un nuovo telefonino.
E. -Gran cosa mi dici. Il sommo indagatore delle ragioni di vita degli Ateniesi -cosa sia il bello, il giusto, il vero- desidera un telefonino? E che mai, in più, te ne verrà?
S. – Eccellente amico, che impedimento darebbe un telefonino nella mia ricerca su bello, giusto e vero? Perché se impedimento ci fosse, certo tu avresti ragione.
E. – O Socrate, nell’agorà si dice che i telefonini distraggano le persone e le isolino.
Conosci di certo quelli che nel futuro (in cui scrive chi si è inventato questo modesto dialogo) saranno detti “social network” con nomi di una lingua delle terre degli Iperborei: Whatsapp, Facebook ad esempio.
S. -Certo li conosco, e col telefonino nuovo li userò, anzi, lo compro per questa ragione. Non pensi che sia una buona cosa poter contattare Critone, Menone, Senofonte e il giovane Platone e accordarci con loro per le nostre conversazioni? O conversare così?
E. -Ma Socrate, col telefonino potresti anche distrarti navigando sulla rete, e imbatterti o divulgare contenuti offensivi.
S. -Mio buon Euripide, ti dirò questo.
Guarda qui: cosa vedi?
E. -La tua mano destra, o Socrate.
S. -Concorderai che poter fruire di una mano sia buona cosa, Euripide.
E. -Senza dubbio, o Socrate.
S. -E cosa si può fare con una mano? Solo cose buone o solo cose non buone?
E. -Cose buone e non buone. Stringere mani o recare violenza, ad esempio.
S. -E dunque, o Euripide. Cosa renderà buone o non buone le azioni della tua mano destra? La mano, o Euripide?
E. -Di certo non la mano, ma la mia decisione.
S. -E la tua decisione è tra fare bene o non bene, ne convieni?
E. -Di certo, o Socrate.
S. -Ebbene. La distrazione e l’isolamento e i contenuto offensivi che tu cerchi nel telefonino, stanno nella scelta che spetta ad ognuno, e ad ognuno e non al suo telefonino tocca il compito di comprendere ciò che è bene o male.
E. -Ne convengo, o Socrate.
S. -E la scelta s’impara ricercando con gli altri uomini e scegliendo in mezzo a loro.
E. -Certamente, Socrate.
S. -E questa è opera d’uomini, e non di telefonini.
E. -Concordo.
S. -E dunque andiamo a comperare questo telefonino nuovo, mio amico caro.

Il Liceo senza nome di Pordenone

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In occasione della “Notte bianca dei licei classici” il mio amico e collega Paolo Venti ha raccolto un meraviglioso volumetto di testimonianze e documenti sui cinquant’anni di storia del Liceo Leopardi – Majorana di Pordenone. Quello che segue è il mio contributo.

Per andare da Pordenone a Firenze si partiva alle otto e un quarto e si impiegavano sei ore, e per arrivare su quel treno, in una mattina fresca e soleggiata di mezzo aprile, quanto c’era voluto? C’era voluta un’idea del Preside Luminoso (-L’ Associazione Italiana di Cultura Classica promuove un Certamen…) e poi c’era voluto qualche mese, fermandomi a scuola a settimane alterne dopo la fine delle lezioni per vedere insieme al Prof. Collaoni le mie traduzioni (meglio: i miei tentativi di…) dal greco al latino. Avevo cominciato a dicembre, e lavoravo sul mio scrittoio a ribalta con il Rocci ricopertinato (un lavoro di precisione della Tipografia Trivelli, grazie al quale il mio vocabolario si liberò della sua debolissima copertina plasticosa in favore di un solido rivestimento in tela rigida) a sinistra ed il Castiglioni-Mariotti a destra, orientandomi tra le grandi questioni (che allora mi parevano grandi, in altri anni della vita mi parvero secondarie, ora tornano a sembrarmi, per motivi diversi, grandi): come costringere i genitivi assoluti del greco verso la precisione dell’ablativo assoluto latino? Come districare la sintassi del periodo greca nelle limpide strutture della consecutio? E soprattutto: come evitare di distrarsi nelle concordanze?

In questo lavorio tra tre lingue, ché l’italiano stava sempre in mezzo, per riformulare passi o passaggi o per ponderare rese lessicali, il mio rapporto col greco e col latino si faceva più pensoso (rovinosamente per la mia vita –ma questo è altro discorso) e famelico: possibile che non si trovassero in italiano sintassi greche decenti, ad esempio? In mezzo a queste cose, stette, in gita a Parigi (una gita estorta con sapienza diplomatica da Francesco Furlan, il nostro efficientissimo rappresentante di classe), la spedizione alla Presse Universitaire Francaise a comperare, per il Prof. Collaoni, i due volumi del “Dictionnaire etymologique de la langue grecque” di Chantraine, su cui solo fare scorsa dei lemmi e delle ramificazioni era apertura di paradisi mentali (e non fu caso che il primo regalo che mi feci, ottenuta la cattedra, qualche anno, dopo, fu proprio lo Chantraine; e su quella nitida e sobria libreria parigina avrei pure da dire, con l’agnizione di me stesso che ne ebbi trent’anni dopo, facendo scorrere le ante del settore dei classici, quando la rivisitai in compagnia di mio figlio).

Ma devo ancora salire su quel treno, e lo faccio ora, col borsone da viaggio pesantissimo, visto che i vocabolari pesavano e pesano, con dentro le mie provviste per il viaggio e un po’ di cose da leggere: le versioni appena tradotte, il libro di Vincenzo Di Benedetto su Eschilo. In viaggio, peraltro, cominciai a leggere con la lettura mia solita, cioè quella di Repubblica –non quella platonica, quella scalfariana: c’erano elezioni politiche imminenti, e si dà il caso che io avessi appena compiuto diciotto anni, e che avrei esercitato, si sperava con responsabilità, il mio diritto di voto.

Arrivato a Firenze m’incamminai verso la scuola, una scuola Pia e Fiorentina dove fui accolto in un chiostro. Un impiegato scorreva una lista scritta, più che altro, a mano e trovò il signor Diterrizzi (-Possiamo correggere, per favore?) Pierfrancesco (come sopra) che veniva dal Liceo Ginnasio di Pordenone (-Abbia pazienza, non c’è il nome del Suo Liceo. -E infatti. Liceo Ginnasio Statale di Pordenone, senza nome.) E tra Petrarchi e Danti e Parini e Machiavelli, così stava incantucciato il mio liceo sconosciuto e anonimo.

Dal chiostro, mi spostai verso la pensione dov’ero ero alloggiato, facendo il tratto di strada con due altri partecipanti al Certamen. Loro erano di Reggio Calabria e citavano ad ogni istante Alfieri, anzi erano venuti a Firenze soprattutto per quello e per andare subito ad omaggiarlo in Santa Croce. Erano i primi concorrenti al Certamen che incontravo, e mi dissi che, fossero stati tutti così, potevo starmene ben fresco.

La pensione dava su Ponte Vecchio, che, assolato e pieno di turisti com’era, riverberava il suo color mattone nel pomeriggio fiorentino. Dentro, il luogo era un intrico di cunicoli che davano su stanze e stanzette. Quella cui giunsi alfine dava su un vicoletto oscuro, che si chiamava via dei Georgofili: e dieci anni dopo il vicoletto sarebbe, da oscuro, diventato cupamente famoso, per motivi ben diversi dalla sua quiete da stradina di mero passaggio. Il mio compagno di stanza veniva dalla Puglia e si chiamava Carlomagno (di cognome), e stava riorganizzando in fretta la preparazione per l’esame di maturità, avendo scommesso tutto sulla seconda materia, che poi non era uscita. L’elenco dei libri che andava leggendo mi sgomentava.

Frastornato da tante e divergenti bravure, uscii e tornai al sole di quel sabato, dirigendosi verso Giunti-Marzocco, segnalatami come libreria imperdibile dal mio professore d’italiano, Carlo Vurachi.

Lo era. La sezione dedicata ai classici ospitava uno dietro l’altro, talora intonsi, alcuni dei libri di cui avevo gustato solo brevi frammenti antologici nei miei manuali. Me ne tornai con “Miti e coscienza del Decadentismo italiano” di Salinari, che a cena (la solita cena da gita scolastica: pollo simillessato e patatine similfritte) diede origine a una breve discussione tra il mio compagno di stanza ed un liceale milanese (era proprio giusto derubricare a “mito” nel senso riduttivo che Salinari gli attribuiva uno come Pascoli? Ennó…io continuavo a sbigottire).

Insomma, la sera continuò e si parlò pure d’altro, con l’arrivo di altri studenti dai licei coi nomi sonori ed altre storie di studi, di ubbie e di talenti, ed io non sbigottivo più, erano tutti bravi e c’era un sacco di cose da imparare. La sala di quel desco inadeguato in quella pensione labirintica si ravvivò e ci fu possibile meglio gustare quello che avevamo alle spalle: un affaccio, meraviglioso, sul Ponte Vecchio. Un affaccio chesarebbe diventato famoso grazie al film di Ivory, qualche anno dopo.

Ma non era ancora il momento, di questo, e di tutte le bellezze e le brutture pubbliche e private che vennero. Era una sera d’aprile, e l’unica cosa che ancora sapevo era che venivo dal Liceo, senza nome, di Pordenone.
Raramente di me ho saputo così tanto; così bene.