La fedeltà, la trasformazione. Su “L’apprendista” di Gian Mario Villalta

UNO

Dieci anni fa, ho curato per la rivista pordenonese L’ippogrifo una monografia, intitolata “Scrivere la città. Storia di autori, lettori, librai, editori”.

Pordenone era diventata, nel corso di alcuni anni, un luogo letterario: terra di scrittori, nativi o adottivi che fossero; di librerie originali; di iniziative editoriali; di un festival letterario, sullo sfondo di una veloce transizione economica, sociale e culturale. Come punto di partenza, avevo scelto il 1993, l’anno di pubblicazione, per Theoria, di Storia di pazzi e di normali, di Mauro Covacich (poi ristampato da Laterza).

Sono passati, come dicevo, dieci anni. La città che fu detta bambina è cambiata, da allora si sono succedute due diverse amministrazioni comunali; la crisi economica di inizio decennio si è fatta sentire. Le case editrici e le librerie ci sono ancora, la crisi l’hanno affrontata e hanno cercato le loro soluzioni; il festival letterario scandisce il calendario annuale della città, si è dato una stabilità diventando Fondazione.

E gli autori hanno continuato a scrivere: quelli di cui parlavo allora, qualcun altro, che allora si stava facendo conoscere. Hanno scritto avendo Pordenone in qualche loro riferimento, oppure no; restando a Pordenone, oppure andandosene. A Mauro Covacich, Alberto Garlini, Tullio Avoledo, Federica Manzon, Simone Marcuzzi, Roberto Cescon, Giulia Blasi, Enrico Galiano, Mary Barbara Tolusso, Massimiliano Santarossa, Andrea Maggi, si sono aggiunti, almeno, Lorenza Stroppa e Gianni Zanolin (e presto Odette Copat). Ci sarebbe molto da dire: la pratica del romanzo giallo, tra i prosatori, per esempio, in un percorso che arriva fino alle ultime distopie a sfondo giallo e noir di Tullio Avoledo, che guardano al futuro inscritto dentro il nostro presente.

DUE

No, non l’ho dimenticato.

Il fatto è che il libro di cui volevo parlare è suo, e leggendolo, in questi giorni, ho pensato spesso che il modo con cui io lo leggo si inscrive dentro la storia che ho appena ricordato, della quale lui è protagonista fondamentale.

Lui è, ovviamente, Gian Mario Villalta: direttore di Pordenonelegge.it, insegnante, poeta e prosatore; il libro è L’apprendista, è appena stato pubblicato dalla SEM, è già nella dozzina dei possibili finalisti del Premio Strega.

In questi dieci anni, Villalta ha continuato a seguire la trasformazione che la modernità ipercomplessa ha imposto all’esperienza umana, fin dalla stessa possibilità di definire cosa sia l’esperienza individuale. Le sue raccolte poetiche danno parola a questa disposizione, per lavoro sulla lingua, sui punti di vista percettivi e sugli effetti stranianti, che mettono, montalianamente, di fronte a inaspettate consapevolezze. Villalta stesso si esprime così, su questo punto, in un’intervista al sito internopoesia:

“che cosa fa l’uomo quando istruisce attraverso l’esercizio e l’esperienza se stesso a delle forme del fare (arte) che incidono sul duo agire (morale) e lo modificano?
Ho incontrato molto presto nella poesia questo punto di cecità dove il saper fare finisce e deve iniziare il modo di essere e dove il modo di essere nutre il saper fare. Un punto di cecità dove convergono molte forme del sapere, molte modalità del sentire e molti momenti dell’esperienza.”

In questo senso, rimando almeno alle due ultime raccolte, Telepatia (Fondazione Pordenonelegge.it, 2016) e Il scappamorte (Amos, 2019), ma anche, a questo testo rivelativo, che è in Vanità della mente (Mondadori, 2011); raccolta con la quale Villalta ottenne il Premio Viareggio:

“Quello che sento diventare è sapore
e distanza che si piega nella mente.
Il tiglio è adesso tiglio veramente,
ogni goccia di pioggia nel suo nitore
è pioggia e goccia infinitamente.”

Si sta dentro precise coordinate di tempo e di spazio; la lingua serve per dare forma a questo stare -una forma che è, inevitabilmente, anche distanza-, sicché l’esperienza individuale assume qualcosa di più generale.

 

Col passo della narrazione, Villalta ha guardato questa modernità in trasformazione partendo quasi in ogni occasione dal punto di vista di personaggi legati a un territorio corrispondente alla bassa pordenonese. Se la trasformazione passa dappertutto, passa anche di qui, e per raccontare la trasformazione serve un punto di vista; il più praticabile è quello che ha a che fare con la lingua da cui proveniamo, con l’immaginario di cui siamo fatti. Un punto di vista -proprio nel senso del punto a partire dal quale guardare: ecco, credo, uno dei motivi fondamentali della scelta d’ambientazione. Essa vale nei romanzi che raccontano la trasformazione del lavoro culturale (Satyricon 2.0, Mondadori, 2014) e di quello educativo (Scuola di felicità, Mondadori, 2016) e torna, con più esplicita attenzione al passaggio dal mondo contadino a quello dell’ipermodernità, in Alla fine di un’infanzia felice (Mondadori, 2013) e in Bestia da latte (SEM, 2018). In quest’ultimo testo, la storia, narrata in prima persona, del protagonista, che fa i conti con il mondo da cui proviene, è così tratteggiata dall’autore stesso:

“Da sempre mi ritrovo a passare per lo stesso incrocio, che riguarda la fine della civiltà contadina e l’avvento della modernità industriale nei luoghi dove questo evento ha determinato una breve e tremenda rivoluzione, ha sconvolto ogni tradizione e, per quanto mi concerne, ha inciso in modo definitivo su di me, segnando il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.”

TRE

Il protagonista di Bestia da latte è un adulto, impegnato nel suo lavoro, nei traffici della vita. Dentro lo stesso perimetro geografico della bassa tra Pordenone e il Veneto, lo sguardo de L’apprendista si fissa invece su due protagonisti più avanti negli anni. Fredi e Tilio, così si chiamano, osservano le cose del mondo a partire da un punto di osservazione che appare marginale, rispetto al mondo così com’è, tanto quanto loro: una chiesa di paese, della quale il primo è sagrestano, il secondo aiuto o, appunto, apprendista.

Entriamo nel microcosmo di Fredi e Tilio con un accostamento graduale, agli spazi ed al clima, che è quello, rigido, di una chiesa poco frequentata e mal riscaldata per ragioni di economia. Entriamo, per così dire, nella dimensione fisica dei due protagonisti, nel loro stare al mondo con gli acciacchi, le fatiche, il freddo da cui ripararsi, anche se la storia si avvia di maggio, ma è un maggio gramo, di pioggia battente: è il maggio 2019, lo riconosciamo. Solo dopo esserci adeguati al passo e al respiro di Fredi e Tilio, cominciamo a conoscerli, ed entriamo nella nostra storia: non si entra in una storia senza riguardo per chi ci ospita.

Dice Fredi, ad un certo punto del romanzo, verso la conclusione:

“C’è chi torna sempre a casa e chi scappa sempre via. Io sono scappato. Però la casa è sempre quella. Nessuno se ne libera.”

Fredi è il più anziano, ha più o meno ottantacinque, ed è quello che è scappato e che ha scoperto di non potersi liberare di casa. Casa è la propria famiglia, la propria origine: un padre ufficiale dell’esercito, reduce di guerra, che instrada Fredi verso la sua stessa carriera, fino a che il figlio, trentenne, scopre la sua vera storia, che è in realtà quella di un traditore; un doppio traditore, per la precisione. Tradito dal padre, Fredi tradisce tutto quello che è stato fino ad allora, rinunciando alla vita militare, al matrimonio imminente, finendo per passare molti anni in Giappone. Fredi è tornato al paese con la morte del padre, ed è rimasto, e ha trovato un modo di stare facendo il sagrestano, in un luogo che è di tutti e di nessuno, la chiesa, appunto. Tradito dall’uomo del contegno e del decoro, Fredi tuttavia è attento al contegno e al decoro proprio e della chiesa, perché il contrario è la confusione, lo smarrimento di una misura per essere al mondo. Il senso di questa sua scelta, di un’obbedienza per dare una forma alla propria vita, emerge nelle conversazioni con Tilio:

“Ho fatto quella scelta perché ho pensato che darmi regole più alte, più difficili, mi avrebbe portato a credere, sarei diventato quello che volevo, non so come dirti, obbedire a una legge superiore mi avrebbe fatto diventare migliore. E avrei finito per crederci, un giorno. È stato così. Non devi ignorare quello che provi, parlo di stamattina, ma devi obbedire a una legge superiore.”

Tilio è più giovane di una dozzina d’anni, forse. Non si è mai mosso dal paese, è sempre stato lì, si è sposato lì, lì ha visto il matrimonio del figlio Paolo con Francesca, figlia di un ricco mobiliere, lì è rimasto vedovo dopo la straziante malattia della moglie Irma, lì ha vagheggiato per un po’ di stare insieme con Veronika, la badante della moglie, esponendosi alle chiacchiere di tutti. Tilio si è adeguato, nella vita, al sentire generale; come gli dice Fredi,

“Sei attaccato al passato perché adesso il paese non c’è più. Tu non sei mai stato una persona, sei stato tutto un paese.”

Tilio è il portatore delle domande, delle curiosità, delle riflessioni. Fredi prende confidenza con lui, tra di loro progressivamente le parole e le riflessioni si fanno più ampie, complesse, mettono insieme l’osservazione del mondo e dei suoi cambiamenti e l’esperienza della vita. Tilio ha molte cose su cui s’interroga: il suo comportamento nella malattia della moglie; il difficile rapporto con il figlio Paolo, ragazzo di successo, sposato bene, come si usava dire, eppure insoddisfatto della stessa vita che è contento di fare; il senso delle parole del Vangelo, che sente leggere quotidianamente, sul quale pone le sue domande a Fredi e ai due sacerdoti che si alternano in parrocchia, dando spazio a riflessioni sulla povertà, sulla fede, sul paradosso dei comportamenti di Gesù:

“Il bello del Vangelo è che tu non lo sai proprio, non riesci a capire che cosa devi fare, ti tocca scommettere su dove puoi arrivare a metterti in discussione. Non c’è niente come il Vangelo, pensa Tilio, ti rovescia come un guanto.”

Dal punto di vista della fredda sagrestia della chiesa poco frequentata, dai punti di vista in dialogo del viaggiatore e rigoroso Fredi e del sedentario e inquieto Tilio, la nostra contemporaneità e la trasformazione di abitudini, modi di pensare, relazioni vengono osservate e misurate sul metro di chi ha conti col passato cui ripensare, ma non desideri di successo da inseguire. Nel farsi delle conversazioni quotidiane, trova spazio la manifestazione dell’amicizia tra i due, fino ai segni di tracollo di Fredi, che, nei suoi ultimi giorni, parla della propria infanzia, della propria origine, delle cose lasciate, che forse non andavano tutte lasciate (ma è cosa che si capisce dopo). Qui si colloca un gesto rivelatorio, su ciò che la modernità può e non può: Fredi vorrebbe notizie della sua antica fidanzata; Tilio prende lo smartphone, cerca su Google e gli spiattella, in un attimo, l’esito della ricerca, ma l’amico non ne ricava gioia, anzi nega quasi il desiderio espresso. Troppo in fretta, e inutile nella sua fretta, questa ricerca, capisce Tilio: la veloce soddisfazione della domanda, che l’algoritmo consente, non sana la ferita di una vita.

Fredi si spegne, nell’ultimo capitolo, portando con sé viaggi, luoghi, colori e incontri, tutte le cose fino all’ultima, ad un ricordo d’infanzia, un piccolo segreto tra lui e sua mamma, di cui aveva parlato a Tilio. A Tilio resta la possibilità di fare qualcosa: la sera prima del funerale, chiama al telefono il figlio, e riesce a dirgli quelle parole di affetto che per anni si è tenuto inespresse.

QUATTRO

Il ricordo d’infanzia di Fredi è questo: lui con sia mamma, che fanno una buca in giardino e ci mettono dentro un fagotto, con dentro qualcosa che Fredi non sa, o non ricorda. Questo gesto mi ha ricordato un altro testo di Villalta, che chiude “Aprile 1969”, uno dei racconti della formidabile raccolta Un dolore riconoscente (Transeuropa, 1999): il piccolo protagonista, l’autore stesso, mette in un sacco e affida alla corrente del fiume alcuni oggetti legati alla sua infanzia. Si entra nel tempo cosciente della vita abbandonando qualcosa, che ricorderemo di avere abbandonato, e qui sta la nostra fedeltà a noi stessi, la fedeltà di un abbandono.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/40

Oggi: Manzoni, la storia, il romanzo.

Capitolo 7, pp. 155-158

Manzoni propone alcuni, rapidi e puntuali, riscontri sui debiti evidenti, e non dichiarati, di Giannone nei confronti di un altro autore, stavolta uno dei grandi ,Paolo Sarpi, e conclude la sua rassegna sui prestiti taciuti, che però vengono ora chiamati col loro nome, furti, in questa maniera:

E chi sa quali altri furti non osservati di costui potrebbe scoprire chi ne facesse ricerca; ma quel tanto che abbiam veduto d’un tal prendere da altri scrittori, non dico la scelta e l’ordine de’ fatti, non dico i giudizi, l’osservazioni, lo spirito, ma le pagine, i capitoli, i libri, è sicuramente, in un autor famoso e lodato, quel che si dice un fenomeno. Sia stata, o sterilità, o pigrizia di mente, fu certamente rara, come fu raro il coraggio; ma unica la felicità di restare, anche con tutto ciò (fin che resta), un grand’uomo. E questa circostanza, insieme con l’occasione che ce ne dava l’argomento, ci faccia perdonare dal benigno lettore una digressione, lunga, per dir la verità, in una parte accessoria d’un piccolo scritto.” (p. 155)

La rassegna dettagliata dei plagi non incide sulla grandezza dell’uomo, che rimane -per quanto durino, nota per inciso lo scrittore, le cose degli uomini- tale. Manzoni si è spesso posto la questione dei grandi uomini, del fondamento della loro grandezza, della franca ammissione delle loro debolezze: lo ha fatto con Napoleone nel Cinque maggio, lo ha fatto nel romanzo con il Cardinale Borromeo; in tutti questi casi, la grandezza non esime dal riscontro delle debolezze umane, per amore della verità, che è quella della complessità del guazzabuglio del cuore umano.

 

Dopo Giannone, vengono altri due grandi, Parini e, ultimo, Pietro Verri. La sequenza non è una scelta casuale, perché, così come ha fatto per lo storico di Ischitella, anche per gli altri due Manzoni ha modo di sviluppare una riflessione che esula dal perimetro della ricerca storica che qui egli sta concludendo, e che guarda in una direzione più ampia.

 

Di Paini, Manzoni riporta i versi che il poeta dedicò alla colonna infame, esecrando il delitto che ne aveva causato la costruzione. Qui l’autore scrive:

Era questa veramente l’opinion del Parini? Non si sa; e l’averla espressa, così affermativamente bensì, ma in versi, non ne sarebbe un argomento; perché allora era massima ricevuta che i poeti avessero il privilegio di profittar di tutte le credenze, o vere, o false, le quali fossero atte a produrre un’impressione, o forte, o piacevole. Il privilegio! Mantenere e riscaldar gli uomini nell’errore, un privilegio! Ma a questo si rispondeva che un tal inconveniente non poteva nascere, perché i poeti, nessun credeva che dicessero davvero. Non c’è da replicare: solo può parere strano che i poeti fossero contenti del permesso e del motivo.” (p. 156)

Le credenze, vare o false che fossero, come fondamento per l’impressione, forte o piacevole. Quest’ultimo passaggio rimanda all’estetica sensista, mentre l’inizio della formulazione ha a che fare con uno dei fondamenti dell’immaginario della poesia di Parini e del Neoclassicismo in generale, cioè il mito: la credenza condivisa. Nelle sue parole, Manzoni rifiuta entrambe le condizioni: mantenere gli uomini nell’errore cozza contro la ricerca di verità, che è pure altra cosa che l’impressione, forte o piacevole che sia.

 

E si giunge a Pietro Verri, l’autore del saggio che ha consentito di rivedere tutta la vicenda del processo agli untori e ricostruirne lo sviluppo. Il lavoro di Verri, pronto nel 1777, fu pubblicato solo nel 1804, per la cautela dell’editore nell’urtare il Senato milanese; per spirito di corpo, insomma:

Ora un tale spirito non troverebbe l’occasione d’estendersi tanto nel passato, giacché, in quasi tutto il continente d’Europa, i corpi son di data recente, meno pochi, meno uno soprattutto, il quale, non essendo stato istituito dagli uomini, non può essere né abolito, né surrogato. Oltre di ciò, questo spirito è combattuto e indebolito più che mai dallo spirito d’individualità: l’io si crede troppo ricco per accattar dal noi. E in questa parte, è un rimedio; Dio ci liberi di dire: in tutto.” (p. 157)

Manzoni guarda al tempo in cui vive, nel quale molte istituzioni sono cadute e molte sono quelle nuove; elemento comune dei tempi che son cambiati è lo spirito d’individualità, che -aggiunge lo scrittore- per molte, ma non tutte, le cose, può essere un rimedio: l’individualismo romantico è temperato da una considerazione più pensosa, appena accennata ma chiara per il lettore manzoniano.

C’è però un’ultima ragione, per il ritardo nella pubblicazione dell’opera di Verri, e riguarda Verri stesso, il cui padre, dice lo scrittore, era presidente del Senato (per inciso, la notizia non è esatta: Verri padre era autorevole membro del Senato, ma non ne fu mai a capo); il riguardo del figlio nei confronti del padre, presidente di quell’istituzione cui muovere (sia pure per il passato) un rimproverò, potè essere una buona ragione, però:

Così è avvenuto più volte, che anche le buone ragioni abbian dato aiuto alle cattive.” (p. 158)

 

L’opera si chiude quindi con una notazione che rimanda alla complessità delle ragioni umane, e con due aggettivi che rimandano alla sfera etica. Come ha dichiarato fin dall’inizio, Manzoni ha dedicato la sua ricerca alla minuziosa ricostruzione dei fatti e degli arbitri avvenuti nel corso dell’inchiesta e del processo proprio con l’intento di stabilire quale fosse l’esatto perimetro nel quale si tenesse la scelta degli individui tra bene e male. In tutto lo scritto, abbiamo avuto modo di individuare, con chiarezza, i momenti nei quali i singoli ebbero di fronte questa scelta; Manzoni accompagna con pietà anche le decisioni più dannose, quando a causarle furono la tortura e la paura, riservando una pagina all’umile, giovane arrotino che fece più conto della verità, che dell’interesse.

La storia, ricostruita con attenzione, consente d’individuare quei punti decisivi: cosa si agiti dentro le persone, in quei momenti, essa non può dire, come in effetti qui Manzoni non fa. Lo fa, invece, nel romanzo: e nel momento in cui lo scrittore, nella ricerca del vero, ha abbandonato la dimensione del romanzo per la maggior precisione dello studio storico, in realtà sta definendo per la storia quel confine oltre il quale si legittima la scelta romanzesca.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/39

Oggi: Manzoni, critico delle fonti.

Capitolo 7, pp. 149-154

Dopo aver discusso l’opinione del veneziano Nani, Manzoni valuta il giudizio che sui fatti del processo trova in Muratori, una fonte, quindi, di assoluto rilievo. Anche negli scritti di questo storico, Manzoni trova una valutazione contraddittoria degli eventi, oscillante tra la certezza dei fatti e una messa in revoca dell’impianto accusatorio:

Sarebbe uno di que’ casi tristi e non rari, in cui uomini tutt’altro che inclinati a mentire, volendo levar la forza a qualche errore pernicioso, e temendo di far peggio col combatterlo di fronte, hanno creduto bene di dir prima la bugia, per poter poi insinuare la verità.” (p. 149)

 

Su un’altra figura importante, Manzoni si ferma di più: si tratta di Pietro Giannone, del quale lo scrittore non si contenta di dire che prese il suo giudizio sui fatti della peste di pieno peso dal Nani, ma che in diverse altre sue opere desunse in maniera disinvolta intere parti dallo stesso Nani e da altri storici:

Noi però non riferiremo questo giudizio, perché è troppo poco che l’abbiam riferito: è quello del Nani che il lettore ha veduto poco fa, e che il Giannone ha copiato, parola per parola, citando questa volta il suo autore appiè di pagina. Dico: questa volta; perché il copiarlo che ha fatto senza citarlo, è cosa degna d’esser notata, se, come credo, non lo fu ancora.” (p. 150)

 

Riepilogando un’attenta disamina di quanto Giannone prese da uno storico più oscuro, Il Parrino, così Manzoni commenta:

Spesso il Giannone, in vece di star lì a cogliere un frutto qua e uno là, leva l’albero addirittura, e lo trapianta nel suo giardino.” (p. 154)

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/38

Oggi: Manzoni, storico e filologo.

Capitolo 7, pp. 145-148

La Storia della colonna infame è una ricerca, attraversata fin dall’inizio da questioni di metodo che ne sono il fondamento, due in particolare: quella della diversa mentalità, tra il Seicento dei fatti e l’Ottocento in cui vive lo scrittore, e quella del fondamento giuridico dell’uso della tortura. Entrambe le questioni sono sviluppate con dettaglio; Manzoni ne trae la conclusione che inquisitori e giudici non erano mossi dalla mentalità dei tempi, tanto nel formulare le imputazioni, che nell’usare la tortura, ma da una volontà consapevole di assecondare le aspettative popolari.

Il capitolo conclusivo dell’opera percorre quella che potremmo definire la fortuna storiografica della vicenda, riportando giudizi ed opinioni degli autori e dandone una contestualizzazione. Manzoni fa, in buona sostanza, critica delle fonti: un’operazione da filologo, come è del resto quella di apertura dell’opera, laddove egli ci indica, con grande attenzione, i documenti di cui dispone e formula giudiziose congetture sulle loro caratteristiche.

 

Il primo autore cui Manzoni fa riferimento è Ripamonti, spesso citato ne I promessi sposi; Manzoni nota, in un dettaglio, come allo storico sia chiarissima la contraddizione, che inficia tutto il processo, legata all’assoluzione di Padilla; egli nota anche come Ripamonti abbia colto il peso dell’aspettativa di vendetta, che è stato capace di rendere possibile anche ciò che era illogico:

Tutte le riflessioni che abbiamo esposte poco fa, e quelle di più che si posson fare, sulla contradizion manifesta tra l’assoluzion del Padilla, e la condanna degli altri, il Ripamonti le accenna con un vocabolo: “gli untori furon puniti ciò non ostante: unctores puniti tamen”. Quanto non dice quell’avverbio, o congiunzione che sia! E aggiunge: “la città sarebbe rimasta inorridita di quella mostruosità di supplizi, se tutto non fosse parso meno del delitto“. (p. 146)

Lo scrittore rileva un’altra importante affermazione di Ripamonti, storico coevo agli eventi, nella quale si comprende come egli, per prudenza e interesse personale, non abbia inteso andare oltre nella sottolineatura delle incongruenze della vicenda:

Tanto l’opinion contraria è radicata nelle menti, e la plebe credula al solito, e la nobiltà superba son pronti a difenderla, come quello che possano aver di più caro e di più sacro. Mettersi in guerra con tanti, sarebbe un’impresa dura e inutile; e per ciò, senza negare, né affermare, né pender più da una parte che dall’altra, mi ristringerò a riferir l’opinioni altrui.”  (p. 147)

Quali fossero le ragioni di prudenza e interesse, Manzoni riassume così:

Chi domandasse se non sarebbe stata cosa più ragionevole, come più facile, il non parlarne affatto, sappia che il Ripamonti era istoriografo della città; cioè uno di quegli uomini, ai quali, in qualche caso, può essere comandato e proibito di scriver la storia.” (p. 147)

Dopo lo storico milanese, Manzoni ne ricorda uno veneziano, il Nani, indotto a prendere per vera la vicenda degli untori dalla presenza della colonna infame; lo scrittore ne fornisce così la ragione:

Ma i giudizi criminali, e la povera gente, quand’è poca, non si riguardano come materia propriamente della storia; sicché, non c’è da maravigliarsi che, occorrendo al Nani di parlare incidentemente di quel fatto, non ci guardasse tanto per la minuta.” (p. 148)

Si sente, forte, l’eco delle prime pagine de I promessi sposi, con la riflessione della storia dei potenti e di quella degli umili. Alla storia dei grandi era interessato il nobile veneziano Nani; in questa sua prospettiva, poco approfondimento egli ha dedicato ad una vicenda, marginale rispetto ai suoi interessi, di povera gente: che è invece la scelta non solo del romanzo, ma anche dell’opera storica che Manzoni sta qui volgendo alle sue conseguenze.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/37

Oggi: le bugie ripetute, che diventano verità.

Capitolo 6, pp. 141-144

Lo scrittore si diffonde in una pagina di domande che egli rimanda sui magistrati del processo agli untori, che si condensano in quest’ultima, breve e definitiva:

Assolvendo insomma, come innocente, il capo, conobbero che avevan condannati, come complici, degl’innocenti?” (pp. 141-144)

La domanda ha risposta negativa: non ci fu nessun ripensamento, non ci fu la riparazione nei confronti delle famiglie di quanti furono condannati:

“Tutt’altro, almeno per quel che comparve in pubblico: il monumento e la sentenza rimasero; i padri di famiglia che la sentenza aveva condannati, rimasero infami; i figli che aveva resi così atrocemente orfani, rimasero legalmente spogliati.” (pp. 142-143)

 

Resta il foro interiore, la coscienza dei giudici. Ma anche su questo punto, Manzoni ha molti dubbi, perché l’impianto accusatorio si era costruito su bugie fortemente volute, contro ogni prova dei fatti, tanto da consolidarci come abito interiore:

“In quanto a quello che sia passato nel cuor de’ giudici, chi può sapere a quali nuovi argomenti sia capace di resistere un inganno volontario, e già agguerrito contro l’evidenza?” (p.143)

Si sente, ancora come altre volte abbiamo già notato, l’approccio aristotelico alla questione etica: si diventa buoni facendo il bene; per converso, a furia di ripetere bugie per vere, le si ritengon vere. Però, a loro volta, i giudici si tengono nella loro convinzione per effetto del mandato sociale che hanno ricevuto, e che è quello di farsi vendicatori e difensori della patria: l’ultimo commento dello scrittore sulla vicenda rimanda alle passioni sociali (la rabbia e la paura, abbiamo visto) che premono sull’individuo e ne orientano le decisioni, imponendogli un’identità che non è più quella sua, personale, ma sociale:

Un inganno finalmente, mantenuto e fortificato da un’autorità sempre potente, benché spesso fallace, e in quel caso stranamente illusoria, poiché in gran parte non era fondata che su quella de’ giudici medesimi: voglio dire l’autorità del pubblico che li proclamava sapienti, zelanti, forti, vendicatori e difensori della patria.” (p. 143)

Manzoni condensa in poche, limpide righe, quel che resta nei luoghi degli effetti della vicenda: niente, la colonna detta infame fu abbattuta, le case distrutte sostituite da altro:

Allo sbocco di via della Vetra sul corso di porta Ticinese, la casa che fa cantonata, a sinistra di chi guarda dal corso medesimo, occupa lo spazio dov’era quella del povero Mora.” (p. 144)

Ma restano gli studi e le opinioni degli storici, e su questi lo scrittore ritiene di avere ancora qualcosa da dire.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/36

Oggi: l’arringa accusatoria di Manzoni.

Capitolo 6, pp. 137-141

La narrazione degli interrogatori e del processo a Padilla è resa, da Manzoni, con un ritmo quasi sincopato, per il quale accuse e risposte si susseguono senza nessuna nota a commento, in una sorta di riepilogo dell’apparato di fantasie del quale si è sostanziata l’intera vicenda. Allo scrittore non interessa diffondersi sulla condotta difensiva di Padilla, pur avendo a disposizione, come sappiamo, le fonti; questo disinteresse si spiega forse per l’assunto che regge il suo testo fin dall’inizio, che è la dichiarata inconsistenza di tutto l’impianto di accuse. Data la notizia dell’assoluzione, a quasi due anni dall’inizio della vicenda, di Padilla, lo scrittore sceglie invece di rilevare come questa conclusione avrebbe dovuto, retrospettivamente, mettere in dubbio, presso i giudici, tutto l’operato precedente. Si apre così una serie di domande, che hanno il sapore dell’arringa accusatoria dello scrittore nei confronti dei giudici:

Il Padilla fu assolto, non si sa quando per l’appunto, ma sicuramente più d’un anno dopo, poiché l’ultime sue difese furono presentate nel maggio del 1632. E, certo, l’assolverlo non fu grazia; ma i giudici, s’avvidero che, con questo, dichiaravano essi medesimi ingiuste tutte le loro condanne? giacché non crederei che ce ne siano state altre, dopo quell’assoluzione.” (p. 141)

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/35

Oggi: la ragionevolezza, un privilegio.

Capitolo 6, pp. 132-137

La narrazione di Manzoni stringe il suo corso, per arrivare al procedimento decisivo che, come lo scrittore ha annunciato, è quello all’unico personaggio di rilievo pubblico interessato, il figlio del comandante del Castello di Milano. Prima di arrivare a Padilla, però, Manzoni passa per il processo di un altro degli umili tirati in causa, a nome Baruello, che ripropone lo schema già visto per Piazza e Mora: accuse, torture, confessioni basate su invenzione, promesse d’impunità e nuove torture, questa volta concluse non con l’esecuzione, ma con la morte per peste dell’accusato. La storia raccontata e poi rielaborata da Baruello aggiunge stramberie invenzioni al canovaccio già artefatto che abbiamo seguito: oltre che il coinvolgimento del notabile, essa presenta pure interventi diabolici, promesse di denaro e, purtroppo, il coinvolgimento di altri malcapitati. L’autore la riassume così:

“Dire che in questa storia, della quale qui accenniam soltanto il principio, ci fossero delle cose inverisimili, non sarebbe parlar propriamente; era tutto un monte di stravaganze, come il lettore ha potuto vedere da questo solo saggio.” (p. 133)

Tocca, infine, al procedimento nei confronti di Padilla, che Manzoni racconta attraverso passaggi rapidi, fatti delle accuse, riportate per sintesi, e delle secche risposte, a partire da quest’unico dato di fatto:

“I soli che avessero deposto d’essersi abboccati con lui, il Mora e il Baruello, avevano anche indicati i tempi; il primo all’incirca, il secondo più precisamente.” (p. 137)

Di qui si snoda una serrata sequenza di pagine, nelle quali l’unico imputato dotato di posizione sociale e mezzi economici può ribattere ragionevolmente alle accuse. Il marchingegno accusatorio  verrà smontato a colpi di ragionevolezza, una qualità resa possibile solo a un privilegiato.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/34

Oggi: la debolezza dei prepotenti e la forza degli sconfitti.

Capitolo 6, pp. 129-132

Il sesto capitolo del trattato si apre con le sintetiche narrazioni dei processi di quanti furono, nei tempi diversi che si son seguiti sopra, chiamati in causa da Mora e Piazza. I primi due sono padre e figlio arrotino; per descrivere il comportamento del maggiore dei due, Manzoni usa un’immagine dal mondo degli insetti:

Fecero l’uno e l’altro come que’ ragni, che attaccano i capi del loro filo a qualcosa di solido, e poi lavoran per aria.” (p. 129)

Tale è l’effetto del buttare nomi a caso, per coinvolgere altri, e poi inventarsi un modo per dare coerenza a queste accuse. Il più anziano dei due arrotini riesce ad evitare la tortura con un’argomentazione paradossale, nella quale dimostra che sicuramente i supplizi porteranno gli effetti che i giudici si attendono:

Se avesse negato semplicemente, avevan la tortura; ma la prevenne con questa singolare risposta: Signor no, che non è vero; ma se mi date li tormenti perché io neghi questa particolarità, sarò forzato a dire che è vero, benché non sij.” (p. 129)

Se il padre ritratta, come Mora e Piazza fecero, tutte le accuse ad altri in punto di morte, ben diverso è il comportamento di suo figlio. Manzoni racconta il suo supplizio come quello di un martire: egli, infatti, non si accusa mai delle colpe che gli vengono attribuite, preferendo salvar l’anima, il che vuol dire andare incontro alla morte, ma senza gravar la coNscienza:

Poi soggiunse: questi tormenti forniranno presto; et al mondo di là bisogna starui sempre. Furono accresciute le torture, di grado in grado, fino all’ultimo, e con le torture, l’istanze di dir la verità. Sempre rispose: l’ho già detta; voglio saluar l’anima. Dico che non voglio grauar la conscienza mia: non ho fatto niente.” (p. 131)

Si fosse comportato così Piazza, nessun altro innocente sarebbe stato coinvolto, nota lo scrittore, e forse lo stesso commissario di Sanità sarebbe riuscito a cavarsela; ma questa osservazione non nasconde affatto le responsabilità, che sono tutte di chi volle il processo:

Di tanti orrori fu cagione la debolezza… che dico? l’accanimento, la perfidia di coloro che, riguardando come una calamità, come una sconfitta, il non trovar colpevoli, tentarono quella debolezza con una promessa illegale e frodolenta.” (pp. 131-132)

Debolezza, accanimento, perfidia, promessa illegale e frodolenta (quella dell’impunità, più volte usata): sono gli strumenti degli inquirenti, che volevano per forza avere un colpevole. Ed è notevole come la sequela delle caratteristiche negative, che tanto hanno di violento, sia preceduta tuttavia da un’altra attitudine, che stando per prima è un po’ l’inconsistente fondamento di tutto il processo: la debolezza. Debolezza dei potenti e prepotenti, che il lettore subito confronta con la forza di uno sconfitto, il giovane arrotino andato al martirio.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/33

Oggi: i due innocenti condannati, l’ingiustizia della storia e cio che è proprio di ciascun uomo.

Capitolo 5, pp. 126-128

Manzoni chiude il capitolo raccontando il passaggio finale della vicenda processuale di Piazza e di Mora, cioè la loro esecuzione. Lo scrittore abbandona il tono saggistico e quello storico, e condensa in una serie di passaggi non solo la narrazione degli eventi, ma anche quello che gli preme dire, sia sul piano religioso, che su quello etico.

 

L’esecuzione dei due condannati è raccontata con la forza di alcuni participi passati, che imprimono nel lettore il dolore di un atto che da subito viene detto infernale:

“Quell’infernale sentenza portava che, messi sur un carro, fossero condotti al luogo del supplizio; tanagliati con ferro rovente, per la strada; tagliata loro la mano destra, davanti alla bottega del Mora; spezzate l’ossa con la rota, e in quella intrecciati vivi, e alzati da terra; dopo sei ore, scannati; bruciati i cadaveri, e le ceneri buttate nel fiume; demolita la casa del Mora; sullo spazio di quella, eretta una colonna che si chiamasse infame; proibito in perpetuo di rifabbricare in quel luogo.” (p. 126)

Tanagliati, tagliata, spezzate, intrecciati, alzati, scannati, bruciati, buttate: la sequenza delle violenze s’impone con la tensione degli asindeti, i verbi in inizio di proposizione impongono subito il coinvolgimento emotivo di chi legge. Manzoni vuole che ci rimanga in testa questo annichilimento creaturale, cui segue l’oltraggio che si propaga nel tempo, la costruzione della colonna infame.

 

Tutto finito? No, perché Manzoni ripercorre il percorso degli ultimi giorni dei due condannati, iniziando da quando, ancora, persistevano nell’accusare a caso, per cercare di evitare il supplizio:

“La speranza non ancora estinta di sfuggir la morte, e una tal morte, la violenza di tormenti, che quella mostruosa sentenza farebbe quasi chiamar leggieri, ma presenti e evitabili, li fecero, e ripeter le menzogne di prima, e nominar nuove persone. Così, con la loro impunità, e con la loro tortura, riuscivan que’ giudici, non solo a fare atrocemente morir degl’innocenti, ma, per quanto dipendeva da loro, a farli morir colpevoli.” (p. 126)

Ciò che allo scrittore importa di più è nell’ultima frase: i due sono innocenti, ma vengono portati a morire come colpevoli.

Ma non si tratta dell’ultima parola, su questo punto. Giunti alla fine, sia Mora che Piazza ritrattano tutte le accuse:

Tanto lui, quanto il Mora, fecero poi stendere dai religiosi che gli assistevano una ritrattazion formale di tutte l’accuse che la speranza o il dolore gli avevano estorte. L’uno e l’altro sopportarono quel lungo supplizio, quella serie e varietà di supplizi, con una forza che, in uomini vinti tante volte dal timor della morte e dal dolore; in uomini i quali morivan vittime, non di qualche gran causa, ma d’un miserabile accidente, d’un errore sciocco, di facili e basse frodi; in uomini che, diventando infami, rimanevano oscuri, e all’esecrazion pubblica non avevan da opporre altro che il sentimento d’un’innocenza volgare, non creduta, rinnegata tante volte da loro medesimi; in uomini (fa male il pensarci, ma si può egli non pensarci?) che avevano una famiglia, moglie, figliuoli, non si saprebbe intendere, se non si sapesse che fu rassegnazione: quel dono che, nell’ingiustizia degli uomini, fa veder la giustizia di Dio, e nelle pene, qualunque siano, la caparra, non solo del perdono, ma del premio.” (pp. 127-128)

Qui Manzoni svolge, con un crescendo sostenuto dalla ripetizione di uomini, una meditazione religiosa. Privati di tutto, dopo mille incoerenze, perché Mora e Piazza andarono incontro come riuscirono a fare alla loro condanna? Essi ebbero, scrive l’autore, il dono che è stato di Ermengarda, odel Napoleone della parte conclusiva del Cinque maggio, la capacità di vedere, nell’ingiustizia degli uomini, la giustizia di Dio. Il lettore coglie questi richiami ed il senso vertiginoso dell’immagine: gli umili e i reietti della storia stanno insieme ai potenti, nel momento in cui questi e quelli vengono intesi nella loro condizione creaturale. Certo: qui siamo al centro di quello che è il Cristianesimo di Manzoni; eppure, non possiamo fare a meno di notare che questa sua indicazione non cancella affatto la colossale grandezza dell’ingiustizia che il barbiere e il commissario di Sanità subiscono.

Un altro, incommensurabile paradosso accompagna i momenti finali dei due condannati: accettano la morte non per quello che non hanno commesso, ma per i peccati che hanno effettivamente compiuto nella loro vita.

Qui, riecheggia il modello di tutta questa narrazione, che è quello della Passione di Cristo. Manzoni aggiunge una cosa: i due deliberano di accogliere quello che avviene, un discorso, nota l’autore, senza senso, se si guardano le cose in termini meccanici; un discorso, in realtà, pieno di senso, se si richiama quello spazio, che in questo trattato lo scrittore ha spesso evocato, nel quale l’uomo esercita il suo assenso nei confronti delle cose del mondo, quello della deliberazione.

L’uno e l’altro non cessaron di dire, fino all’ultimo, fin sulla rota, che accettavan la morte in pena de’ peccati che avevan commessi davvero. Accettar quello che non si potrebbe rifiutare! parole che possono parer prive di senso a chi nelle cose guardi soltanto l’effetto materiale; ma parole d’un senso chiaro e profondo per chi considera, o senza considerare intende, che ciò che in una deliberazione può esser più difficile, ed è più importante, la persuasion della mente, e il piegarsi della volontà, è ugualmente difficile, ugualmente importante, sia che l’effetto dipenda da esso, o no; nel consenso, come nella scelta.” (p. 128)

Anche nella costrizione più assoluta, anche nell’obbligo più estremo, è dato all’uomo uno spazio per un assenso, o un diniego: è lo spazio della sua coscienza, ed è quello che, se pur viene schacciato dai meccanismi ciechi della storia, in realtà è quanto di più è proprio dell’uomo.

Di ogni singolo uomo.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/32

Oggi, contenuto extra: Manzoni, Orazio, l’uomo politico

A pagina 125 del suo lavoro, Manzoni, come si è visto, commenta il diniego dei magistrati alla richiesta, formulata da Padilla padre, di rinviare l’esecuzione di Mora e Piazza, per consentire di acquisire nuove testimonianze, utili per la causa del figlio. I giudici replicano che ormai il popolo esclamava; che, insomma, la pressione dell’opinione pubblica richiedeva che non si indugiasse. L’osservazione dello scrittore è messa tra parentesi, e accompagnata da un riferimento ad un testo di Orazio, lasciando al lettore il confronto con quella fonte. Vediamo il verso citato da Manzoni nel suo contesto, che è quello dell’inizio di Carmina, 3,3:

 

Iustum et tenacem propositi virum
non civium ardor prava iubentium,
non voltus instantis tyranni
mente quatit solida neque Auster,

dux inquieti turbidus Hadriae,               5
nec fulminantis magna manus Iovis:
si fractus inlabatur orbis,
inpavidum ferient ruinae.

(Il tumulto dei cittadini che ordinano azioni disoneste,

od il volto di un tiranno incombente

non scuotono, nella sua solida intenzione,

l’uomo giusto  e tenace nel suo proposito, e neppure l’austro,

 torbida guida dell’inquieto Adriatico,

né la grande mano di Giove saettante:

se ilmondo, distrutto, crollerà

le rovine lo colpiranno, impavido.”)

Il testo viene da una di quelle che vengono definite le “odi romane”, che aprono il terzo libro e che rimandano ai valori sui quali si è fondata la grandezza di Roma, che Orazio esalta, in consonanza con la politica culturale di Ottaviano. Il valore qui celebrato è quello della saldezza degli intendimenti, che non cede sotto la spinta né del volere del popolo, né di un tiranno, né per la furia degli elementi esterni. Appare evidente che questa saldezza imperturbabile sia, per lo scrittore italiano, il valore, che dovrebbe essere proprio dell’uomo che ha incarichi pubblici, negato dal comportamento dei giudici milanesi.

La saldezza cui il testo oraziano rimanda è, inoltre, in contrapposizione con la furia delle passioni, che fin dall’inizio del testo per Manzoni costituisce la chiave interpretativa dell’intera vicenda.