Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/38

Oggi: Manzoni, storico e filologo.

Capitolo 7, pp. 145-148

La Storia della colonna infame è una ricerca, attraversata fin dall’inizio da questioni di metodo che ne sono il fondamento, due in particolare: quella della diversa mentalità, tra il Seicento dei fatti e l’Ottocento in cui vive lo scrittore, e quella del fondamento giuridico dell’uso della tortura. Entrambe le questioni sono sviluppate con dettaglio; Manzoni ne trae la conclusione che inquisitori e giudici non erano mossi dalla mentalità dei tempi, tanto nel formulare le imputazioni, che nell’usare la tortura, ma da una volontà consapevole di assecondare le aspettative popolari.

Il capitolo conclusivo dell’opera percorre quella che potremmo definire la fortuna storiografica della vicenda, riportando giudizi ed opinioni degli autori e dandone una contestualizzazione. Manzoni fa, in buona sostanza, critica delle fonti: un’operazione da filologo, come è del resto quella di apertura dell’opera, laddove egli ci indica, con grande attenzione, i documenti di cui dispone e formula giudiziose congetture sulle loro caratteristiche.

 

Il primo autore cui Manzoni fa riferimento è Ripamonti, spesso citato ne I promessi sposi; Manzoni nota, in un dettaglio, come allo storico sia chiarissima la contraddizione, che inficia tutto il processo, legata all’assoluzione di Padilla; egli nota anche come Ripamonti abbia colto il peso dell’aspettativa di vendetta, che è stato capace di rendere possibile anche ciò che era illogico:

Tutte le riflessioni che abbiamo esposte poco fa, e quelle di più che si posson fare, sulla contradizion manifesta tra l’assoluzion del Padilla, e la condanna degli altri, il Ripamonti le accenna con un vocabolo: “gli untori furon puniti ciò non ostante: unctores puniti tamen”. Quanto non dice quell’avverbio, o congiunzione che sia! E aggiunge: “la città sarebbe rimasta inorridita di quella mostruosità di supplizi, se tutto non fosse parso meno del delitto“. (p. 146)

Lo scrittore rileva un’altra importante affermazione di Ripamonti, storico coevo agli eventi, nella quale si comprende come egli, per prudenza e interesse personale, non abbia inteso andare oltre nella sottolineatura delle incongruenze della vicenda:

Tanto l’opinion contraria è radicata nelle menti, e la plebe credula al solito, e la nobiltà superba son pronti a difenderla, come quello che possano aver di più caro e di più sacro. Mettersi in guerra con tanti, sarebbe un’impresa dura e inutile; e per ciò, senza negare, né affermare, né pender più da una parte che dall’altra, mi ristringerò a riferir l’opinioni altrui.”  (p. 147)

Quali fossero le ragioni di prudenza e interesse, Manzoni riassume così:

Chi domandasse se non sarebbe stata cosa più ragionevole, come più facile, il non parlarne affatto, sappia che il Ripamonti era istoriografo della città; cioè uno di quegli uomini, ai quali, in qualche caso, può essere comandato e proibito di scriver la storia.” (p. 147)

Dopo lo storico milanese, Manzoni ne ricorda uno veneziano, il Nani, indotto a prendere per vera la vicenda degli untori dalla presenza della colonna infame; lo scrittore ne fornisce così la ragione:

Ma i giudizi criminali, e la povera gente, quand’è poca, non si riguardano come materia propriamente della storia; sicché, non c’è da maravigliarsi che, occorrendo al Nani di parlare incidentemente di quel fatto, non ci guardasse tanto per la minuta.” (p. 148)

Si sente, forte, l’eco delle prime pagine de I promessi sposi, con la riflessione della storia dei potenti e di quella degli umili. Alla storia dei grandi era interessato il nobile veneziano Nani; in questa sua prospettiva, poco approfondimento egli ha dedicato ad una vicenda, marginale rispetto ai suoi interessi, di povera gente: che è invece la scelta non solo del romanzo, ma anche dell’opera storica che Manzoni sta qui volgendo alle sue conseguenze.

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