Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/37

Oggi: le bugie ripetute, che diventano verità.

Capitolo 6, pp. 141-144

Lo scrittore si diffonde in una pagina di domande che egli rimanda sui magistrati del processo agli untori, che si condensano in quest’ultima, breve e definitiva:

Assolvendo insomma, come innocente, il capo, conobbero che avevan condannati, come complici, degl’innocenti?” (pp. 141-144)

La domanda ha risposta negativa: non ci fu nessun ripensamento, non ci fu la riparazione nei confronti delle famiglie di quanti furono condannati:

“Tutt’altro, almeno per quel che comparve in pubblico: il monumento e la sentenza rimasero; i padri di famiglia che la sentenza aveva condannati, rimasero infami; i figli che aveva resi così atrocemente orfani, rimasero legalmente spogliati.” (pp. 142-143)

 

Resta il foro interiore, la coscienza dei giudici. Ma anche su questo punto, Manzoni ha molti dubbi, perché l’impianto accusatorio si era costruito su bugie fortemente volute, contro ogni prova dei fatti, tanto da consolidarci come abito interiore:

“In quanto a quello che sia passato nel cuor de’ giudici, chi può sapere a quali nuovi argomenti sia capace di resistere un inganno volontario, e già agguerrito contro l’evidenza?” (p.143)

Si sente, ancora come altre volte abbiamo già notato, l’approccio aristotelico alla questione etica: si diventa buoni facendo il bene; per converso, a furia di ripetere bugie per vere, le si ritengon vere. Però, a loro volta, i giudici si tengono nella loro convinzione per effetto del mandato sociale che hanno ricevuto, e che è quello di farsi vendicatori e difensori della patria: l’ultimo commento dello scrittore sulla vicenda rimanda alle passioni sociali (la rabbia e la paura, abbiamo visto) che premono sull’individuo e ne orientano le decisioni, imponendogli un’identità che non è più quella sua, personale, ma sociale:

Un inganno finalmente, mantenuto e fortificato da un’autorità sempre potente, benché spesso fallace, e in quel caso stranamente illusoria, poiché in gran parte non era fondata che su quella de’ giudici medesimi: voglio dire l’autorità del pubblico che li proclamava sapienti, zelanti, forti, vendicatori e difensori della patria.” (p. 143)

Manzoni condensa in poche, limpide righe, quel che resta nei luoghi degli effetti della vicenda: niente, la colonna detta infame fu abbattuta, le case distrutte sostituite da altro:

Allo sbocco di via della Vetra sul corso di porta Ticinese, la casa che fa cantonata, a sinistra di chi guarda dal corso medesimo, occupa lo spazio dov’era quella del povero Mora.” (p. 144)

Ma restano gli studi e le opinioni degli storici, e su questi lo scrittore ritiene di avere ancora qualcosa da dire.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...