Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/35

Oggi: la ragionevolezza, un privilegio.

Capitolo 6, pp. 132-137

La narrazione di Manzoni stringe il suo corso, per arrivare al procedimento decisivo che, come lo scrittore ha annunciato, è quello all’unico personaggio di rilievo pubblico interessato, il figlio del comandante del Castello di Milano. Prima di arrivare a Padilla, però, Manzoni passa per il processo di un altro degli umili tirati in causa, a nome Baruello, che ripropone lo schema già visto per Piazza e Mora: accuse, torture, confessioni basate su invenzione, promesse d’impunità e nuove torture, questa volta concluse non con l’esecuzione, ma con la morte per peste dell’accusato. La storia raccontata e poi rielaborata da Baruello aggiunge stramberie invenzioni al canovaccio già artefatto che abbiamo seguito: oltre che il coinvolgimento del notabile, essa presenta pure interventi diabolici, promesse di denaro e, purtroppo, il coinvolgimento di altri malcapitati. L’autore la riassume così:

“Dire che in questa storia, della quale qui accenniam soltanto il principio, ci fossero delle cose inverisimili, non sarebbe parlar propriamente; era tutto un monte di stravaganze, come il lettore ha potuto vedere da questo solo saggio.” (p. 133)

Tocca, infine, al procedimento nei confronti di Padilla, che Manzoni racconta attraverso passaggi rapidi, fatti delle accuse, riportate per sintesi, e delle secche risposte, a partire da quest’unico dato di fatto:

“I soli che avessero deposto d’essersi abboccati con lui, il Mora e il Baruello, avevano anche indicati i tempi; il primo all’incirca, il secondo più precisamente.” (p. 137)

Di qui si snoda una serrata sequenza di pagine, nelle quali l’unico imputato dotato di posizione sociale e mezzi economici può ribattere ragionevolmente alle accuse. Il marchingegno accusatorio  verrà smontato a colpi di ragionevolezza, una qualità resa possibile solo a un privilegiato.

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