Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/34

Oggi: la debolezza dei prepotenti e la forza degli sconfitti.

Capitolo 6, pp. 129-132

Il sesto capitolo del trattato si apre con le sintetiche narrazioni dei processi di quanti furono, nei tempi diversi che si son seguiti sopra, chiamati in causa da Mora e Piazza. I primi due sono padre e figlio arrotino; per descrivere il comportamento del maggiore dei due, Manzoni usa un’immagine dal mondo degli insetti:

Fecero l’uno e l’altro come que’ ragni, che attaccano i capi del loro filo a qualcosa di solido, e poi lavoran per aria.” (p. 129)

Tale è l’effetto del buttare nomi a caso, per coinvolgere altri, e poi inventarsi un modo per dare coerenza a queste accuse. Il più anziano dei due arrotini riesce ad evitare la tortura con un’argomentazione paradossale, nella quale dimostra che sicuramente i supplizi porteranno gli effetti che i giudici si attendono:

Se avesse negato semplicemente, avevan la tortura; ma la prevenne con questa singolare risposta: Signor no, che non è vero; ma se mi date li tormenti perché io neghi questa particolarità, sarò forzato a dire che è vero, benché non sij.” (p. 129)

Se il padre ritratta, come Mora e Piazza fecero, tutte le accuse ad altri in punto di morte, ben diverso è il comportamento di suo figlio. Manzoni racconta il suo supplizio come quello di un martire: egli, infatti, non si accusa mai delle colpe che gli vengono attribuite, preferendo salvar l’anima, il che vuol dire andare incontro alla morte, ma senza gravar la coNscienza:

Poi soggiunse: questi tormenti forniranno presto; et al mondo di là bisogna starui sempre. Furono accresciute le torture, di grado in grado, fino all’ultimo, e con le torture, l’istanze di dir la verità. Sempre rispose: l’ho già detta; voglio saluar l’anima. Dico che non voglio grauar la conscienza mia: non ho fatto niente.” (p. 131)

Si fosse comportato così Piazza, nessun altro innocente sarebbe stato coinvolto, nota lo scrittore, e forse lo stesso commissario di Sanità sarebbe riuscito a cavarsela; ma questa osservazione non nasconde affatto le responsabilità, che sono tutte di chi volle il processo:

Di tanti orrori fu cagione la debolezza… che dico? l’accanimento, la perfidia di coloro che, riguardando come una calamità, come una sconfitta, il non trovar colpevoli, tentarono quella debolezza con una promessa illegale e frodolenta.” (pp. 131-132)

Debolezza, accanimento, perfidia, promessa illegale e frodolenta (quella dell’impunità, più volte usata): sono gli strumenti degli inquirenti, che volevano per forza avere un colpevole. Ed è notevole come la sequela delle caratteristiche negative, che tanto hanno di violento, sia preceduta tuttavia da un’altra attitudine, che stando per prima è un po’ l’inconsistente fondamento di tutto il processo: la debolezza. Debolezza dei potenti e prepotenti, che il lettore subito confronta con la forza di uno sconfitto, il giovane arrotino andato al martirio.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...