Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/31

Oggi: Orazio e l’incostanza di chi asseconda le passioni pubbliche.

Capitolo 5, pp. 123-125

Gli interrogatori al barbiere e al commissario di Sanità si susseguono, moltiplicando l’effetto della loro trama fondamentale: le domande e poi le torture, la richiesta di nomi di complici ed il cedimento dell’interrogato, che o inventa o pesca il primo nome che gli sovvenga:

“Lo sventurato, rimesso alla tortura, nominò pur troppo una persona reale, un Giulio Sanguinetti, banchiere: “il primo venuto in mente all’uomo che inventava per lo spasimo”. (p. 124)

E subito dopo, ancora, a dimostrazione dell’illogicità di tutta la sequenza di azioni:

“Il Piazza, che aveva sempre detto di non aver ricevuto danari, interrogato di nuovo, disse subito di sì. (Il lettore si rammenterà, forse meglio de’ giudici, che, quando visitaron la casa di costui, danari gliene trovaron meno che al Mora, cioè punto.) Disse dunque d’averne avuti da un banchiere; e non avendogli i giudici nominato il Sanguinetti, ne nominò lui un altro: Girolamo Turcone. E questo e quello e vari loro agenti furono arrestati, esaminati, messi alla tortura; ma, stando fermi a negare, furon finalmente rilasciati.” (p. 124)

 

Il coinvolgimento del figlio del comandante del Castello porta ad un intervento di avvocati difensori e di strategie difensive più strutturati rispetto alle povere possibilità di Mora e Piazza. Il padre di Padilla, in particolare, interviene, dopo che i due sono stati condannati, per ottenere un rinvio della sentenza e loro successive audizioni, ma non lo ottiene; gli si oppone, come ragione, la pressione popolare:

Il padre, e si rileva dalle difese medesime, fece istanza, per mezzo del suo luogotenente, e del suo segretario, perché si sospendesse l’esecuzione della sentenza contro il Piazza e il Mora, fin che fossero stati confrontati con don Giovanni. Gli fu fatto rispondere “che non si poteva sospendere, perché il popolo esclamava…” (eccolo nominato una volta quel civium ardor prava jubentium; la sola volta che si poteva senza confessare una vergognosa e atroce deferenza, giacché si trattava dell’esecuzion d’un giudizio, non del giudizio medesimo. Ma cominciava allora soltanto a esclamare il popolo? o allora soltanto cominciavano i giudici a far conto delle sue grida?)” (p. 125)

La citazione oraziana (Carmina, 3,3, 2) contrappone, implicitamente, il modello di saldezza e coerenza dell’uomo politico, delineato dal poeta latino, con l’incostanza dei magistrati milanesi: è un richiamo alle passioni che hanno intorbidito tutta la vicenda.

 

A suggello della vicenda processuale di Mora e Piazza, Manzoni sintetizza così l’incoerenza degli argomenti prodotti:

“E il detto d’ognuno di que’ due infami valse contro l’altro! E i giudici l’avevan tante volte chiamato verità! E nella sentenza medesima decretarono che, dopo l’intimazion di essa, fossero l’uno e l’altro tormentati di nuovo su ciò che riguardava i complici! E le loro deposizioni promossero torture, e quindi confessioni, e quindi supplizi; e se non basta, anche supplizi senza confessioni!” (p. 125)

Tenuti in prigione, torturati, messi l’uno contro l’altro, secondo una cieca serie di azioni sempre più violente e insensate: la frase finale ce le mette di fronte, nella loro consequenzialità e nella loro ferocia.

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