Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/29

Oggi: le vie dell’iniquità, per le quali gli innocenti contribuiscono alla propria rovina.

Capitolo 5, pp. 113-119

Il Capitolo 5 ci conduce al nuovo giro di interrogatori cui Mora e Piazza sono sottoposti, stavolta con l’esclusione della tortura. La figura più attiva, tra i due, è quella del commissario di Sanità, al quale le richieste degli inquirenti provocano, come già accaduto nelle precedenti sedute, l’imbarazzo di inventare qualcosa:

“Da aggiungere, lui non aveva nulla, e non sapeva che n’avevan loro; e forse, accusando un innocente, non aveva preveduto che si creava un accusatore.” (p. 114)

Capendo che la propria posizione si è aggravata, per l’effetto dell’invenzione a sua volta costruita da Mora -che gli ha attribuito una responsabilità attiva nell’ideare il piano per ungere-, il commissario di Sanità rilancia ulteriormente, alludendo alla complicità di una persona importante, che avrebbe sponsorizzato l’operazione:

“Sperava, con l’ammetter tutto, di ripescar la sua impunità. Poi, o per farsi sempre più merito, o per guadagnar tempo, soggiunse che i danari promessigli dal barbiere dovevan venire da una persona grande, e che l’aveva saputo dal barbiere medesimo, ma senza potergli mai cavar di bocca chi fosse. Non aveva avuto tempo d’inventarla.” (p. 115)

 

Il passaggio successivo è la fissazione del processo e l’assegnazione dei difensori d’ufficio: una cosa difficile, soprattutto per il barbiere, sul quale ormai grava l’opinione comune di colpevolezza:

Il furore”, dice, “era giunto al segno, che si credeva un’azione cattiva e disonorante il difender questa disgraziata vittima” (p. 117)

In questa occasione, nota Manzoni, beffa si aggiunge a danno: al povero Mora viene assegnato come difensore un notaio, che non ha la competenza professionale per assisterlo:

A un uomo condotto ormai appiè del supplizio (e di qual supplizio! e in qual maniera!), a un uomo privo d’aderenze, come di lumi, e che non poteva aver soccorso se non da loro, o per mezzo loro, davano per difensore uno che mancava delle qualità necessarie a un tal incarico, e n’aveva delle incompatibili! Con tanta leggerezza procedevano!”  (p. 117)

Del resto, i tempi concessi per imbastire una difesa sono strettissimi; quanto meno, nota lo scrittore, è così per due persone umili come Piazza e Mora, ma non sarà così per un nuovo imputato, meglio protetto dal suo rango:

“Quello assegnato al Piazza, “comparve e chiese a voce che gli fosse fatto vedere il processo del suo cliente; e avutolo, lo lesse”. Era questo il comodo che davano alle difese? Non sempre, poiché l’avvocato del Padilla, che divenne, come or ora vedremo, il concreto della persona grande buttata là in astratto e in aria, ebbe a sua disposizione il processo medesimo, tanto da farne copiar quella buona parte che è venuta per quel mezzo a nostra notizia.” (p. 118)

L’iniquità agisce in ogni piccolo passaggio della vicenda, Manzoni ne annota ogni manifestazione puntualmente. Una delle sue manifestazioni è la collaborazione attiva che le offrono quelli stessi che ne sono colpiti; Piazza, infatti, ha tentato la mossa del coinvolgimento di un notabile della città, nella speranza di potersi così salvare:

Pensò probabilmente che, se gli riusciva di tirare in quella rete, così chiusa alla fuga, così larga all’entrata, un pesce grosso; questo per uscirne, ci farebbe un tal rotto, che ne potrebbero scappar fuori anche i piccoli.” (p. 119)

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