Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/28

Oggi: Manzoni, gli umili sotto tortura, Umberto Eco.

Capitolo 4, pp. 106-112

Dopo una notte in carcere, Mora torna dagli inquirente per l’interrogatorio di conferma. Egli, fattosi coraggio, ritratta la confessione del giorno avanti:

A quella minaccia, rispose ancora: replico che quello che dissi hieri non è vero niente, et lo dissi per li tormenti.” (p. 109)

Ricomincia la tortura, Mora cede di nuovo, ritratta la ritrattazione. Manzoni riassume la meccanica brutalità delle cose in neanche una riga, quella iniziale che qui segue:

Di nuovo alla tortura, dove di nuovo disse quello che volevano; e avendogli il dolore consumato fino all’ultimo quel poco resto di coraggio, mantenne il suo detto, si dichiarò pronto a ratificar la sua confessione; non voleva nemmeno che gliela leggessero. A questo non acconsentirono: scrupolosi nell’osservare una formalità ormai inconcludente, mentre violavan le prescrizioni più importanti e più positive. Lettogli l’esame, disse: è la verità tutto.” (p. 110)

Ottenuta la confessione, così come per il Piazza, anche per il Mora viene il momento in cui i giudici non si contentano, ma vogliono approfondire le motivazioni. Il barbiere non è in grado di dare spiegazione, per il semplice motivo, nota lo scrittore, che si trova ormai depauperato di se stesso, mero esecutore della volontà di altri:

Rispose: che sappia mi, quanto a me, non ho altro fine. Che sappia mi! Chi, se non lui, poteva sapere cosa fosse passato nel suo interno? Eppure quelle così strane parole erano adattate alla circostanza: lo sventurato non avrebbe potuto trovarne altre che significassero meglio a che segno aveva, in quel momento, abdicato, per dir così, sé medesimo, e acconsentiva a affermare, a negare, a sapere quello soltanto, e tutto quello che fosse piaciuto a coloro che disponevan della tortura.” (p.110)

Che sappia mi: Manzoni rileva il dialettalismo, ed il lettore non può non ricordare un altro testo, che chiaramente a questo s’ispira, in cui c’è tortura e c’è un debole che parla la lingua degli incolti, anzi, una lingua popolare mista: il testo è Il nome della Rosa, il debole è Salvatore, sottoposto all’inquisizione di Bernardo Gui.

 

Il culmine dell’inverosimiglianza è quando, interrogato, il malcapitato Mora dice ai giudici di chiedere al commissario di Salute quali fossero le sue, di ragioni, non essendo lui capace di dare una risposta. Ma il bisogno dei giudici di trovare colpevoli va oltre l’inverisimile.

I giudici dicono al Mora: come è possibile che vi siate determinati a commettere un tal delitto, per un tal interesse? Il Mora risponde: il commissario lo deve sapere, per sé, e per me: domandatene a lui. Li rimette a un altro, per la spiegazione d’un fatto dell’animo suo, perché possan chiarirsi come un motivo sia stato sufficiente a produrre in lui una deliberazione. E a qual altro? A uno che non ammetteva un tal motivo, poiché attribuiva il delitto a tutt’altra cagione. E i giudici trovano che la difficoltà è sciolta, che il delitto confessato dal Mora è diventato verisimile; tanto che ne lo costituiscono reo.” (p. 112)

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