Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/26

Oggi: arbitrio e tradimento, che non sono giustizia.

Capitolo 4, pp. 96-102

La rivelazione molto tardiva di Piazza sull’amicizia tra lui e il barbiere e sui testimoni a proposito, spinge i giudici a sentire questi ultimi, ma nessuno conferma le parole del commissario di Salute. Gli inquisitori ritengono però di continuare su questa strada, che comunque, nota lo scrittore, non era legittima:

“È vero che non era, né poteva diventar mai un mezzo legittimo né legale, e che l’amicizia più intima e più provata non avrebbe potuto dar valore a un’accusa resa insanabilmente nulla dalla promessa d’impunità.” (p. 97)

Pe tentare di ottenere qualche rivelazione da Mora, durante il nuovo interrogatorio cui lo sottopongono, gli inquirenti falsano le affermazioni dei testimoni, appena sentiti, che hanno negato il rapporto di amicizia tra Piazza e Mora:

“Risponde: è ben vero che detto Commissario passa da lì spesso dalla mia bottega; ma non ha prattica di casa mia, né di me. Replicano: che non solo è contrario al suo primo esame, ma ancora alla depositione d’altri testimonij…” (p. 98)

Qui Manzoni nota come i giudici abbiano cercato una ragione per sottoporre nuovamente a tortura, trovandola -egli sottolinea più volte, senza legittimità- nell’affermazione dell’amicizia tra i due, formulata da Piazza nelle circostanze dubbie che si son viste, e nel particolare della ricetta stracciata da Mora durante la perquisizione della sua bottega. Insomma, inizia la tortura, che fiacca presto la resistenza di Mora:

Fu ricominciato e accresciuto il tormento: alle spietate istanze degli esaminatori, l’infelice rispondeva: V.S. veda quello che vole che dica, lo dirò: la risposta di Filota a chi lo faceva tormentare, per ordine d’Alessandro il grande”. (p. 101)

Quello che vuole che dica, lo dirò: in poche righe, Manzoni definisce Mora sventurato e infelice, rievocando ancora una volta nel lettore il personaggio del suo romanzo che pone fine a una sofferenza accettando la proposta dei suoi persecutori, cioè Gertrude. Qui al resa è piena; l’ingiustizia si mostra in tutta la sua pienezza, e Manzoni così commenta:

Così eran riusciti a far confermare al Mora le congetture del birro, come al Piazza l’immaginazioni della donnicciola; ma in questo secondo caso con una tortura illegale, come nel primo con un’illegale impunità. L’armi eran prese dall’arsenale della giurisprudenza; ma i colpi eran dati ad arbitrio, e a tradimento.” (p. 102)

Arbitrio e tradimento, che non sono giustizia.

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