Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/22

Oggi: gli esperti che sragionano e l’uso ingannevole del diritto.

Capitolo 4, 82-86

Due vasi di sterco e dei residui di lavatura sono i reperti della perquisizione in casa del barbiere Mora. Dei primi non si dice altro; sul ranno, invece, i giudici si sentono in dovere di chiedere perizia tecnica:

“Si fece esaminare quel ranno da due lavandaie, e da tre medici. Quelle dissero ch’era ranno, ma alterato; questi, che non era ranno; le une e gli altri, perché il fondo appiccicava e faceva le fila. “In una bottega d’un barbiere,” dice il Verri, “dove si saranno lavati de’ lini sporchi e dalle piaghe e da’ cerotti, qual cosa più naturale che il trovarsi un sedimento viscido, grasso, giallo, dopo varii giorni d’estate? (p. 82)

Cinque esperti non arrivano a formulare una considerazione logica. Il piano inclinato del giudizio precostituito procede attraverso piccoli e coerenti slittamenti.

 

Lo sguardo dello scrittore si sposta ora, di nuovo, sul commissario di Sanità Piazza, che viene convocato dai giudici per approfondire un loro scrupolo: come può il barbiere avergli affidato il compito di ungere i muri, se ha dichiarato di conoscerlo solo superficialmente? L’intento degli accusatori è quello di ottenere da Piazza ulteriori rivelazioni, pertanto essi rimettono in circolo la promessa dell’impunità, la quale potrebbe essere revocata se il commissario non dirà la verità; quella, beninteso, che essi attendono. Qui Manzoni nota:

E qui si vede, come avevamo accennato sopra, cosa poté servire ai giudici il non ricorrere al governatore per quell’impunità. Concessa da questo, con autorità regia e riservata, con un atto solenne, e da inserirsi nel processo, non si poteva ritirarla con quella disinvoltura. Le parole dette da un auditore si potevano annullare con altre parole.” (p. 86)

Piazza non poteva sapere queste cose, Manzoni le sa; dietro le sue asciutte parole, si delineano tutti gli episodi d’uso parziale e artefatto del diritto, che attraversano I promessi sposi, a partire dal primo, goffo, messo in opera da don Abbondio per confondere Renzo.

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