Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/20

Oggi: La compassione, che è una bella cosa, ma che in sé non è giustizia.

Capitolo 4, pp. 77-79

Manzoni avvia il nuovo capitolo mostrandoci subito l’auditore di giustizia nella bottega del Mora, per procedere all’arresto. Qui, però, lo scrittore si ferma, e lascia il passo alla sua fonte principale, Pietro Verri che, egli nota, si è premurato di investigare bene la condizione del barbiere, scoprendone anche il nuemro dei figli:

Ed è bello il vedere un uomo ricco, nobile, celebre, in carica, prendersi questa cura di scavar le memorie d’una famiglia povera, oscura, dimenticata: che dico? infame; e in mezzo a una posterità, erede cieca e tenace della stolta esecrazione degli avi, cercar nuovi oggetti a una compassion generosa e sapiente.” (p. 76)

 

Ed è bello, esordisce lo scrittore, con una notazione estetica, è bello vedere emergere la compassione dello studioso nobile e famoso nei confronti dell’umile, per di più screditato.

Qui, Manzoni sta in realtà invitando il lettore a non prendere l’ovvia strada della compassione. Una cautela che suona molto buona anche per chi vive i tempi d’oggi, nei quali l’istanza emotiva configura le prese di posizione spesso prima di un ragionamento sul merito. Si trattasse solo di questo, scrive invece Manzoni, potrebbe trattarsi, infatti, della compassione per un colpevole, che andrebbe a confliggere con la giustizia:

 Certo, non è cosa ragionevole l’opporre la compassione alla giustizia, la quale deve punire anche quando è costretta a compiangere, e non sarebbe giustizia se volesse condonar le pene de’ colpevoli al dolore degl’innocenti. Ma contro la violenza e la frode, la compassione è una ragione anch’essa.” (p. 77)

In realtà, la contrapposizione non è con la giustizia, ma con la frode e la violenza, e per questo la compassione può avere il suo corso.

 

Ma la compassione è un’attitudine complessiva; la sostanza, per Manzoni, è la dimostrazione minuziosa della congerie di illegalità che si snodarono ancora, dopo quelle già avvenute: per il Mora, tutte a partire da quella fondante, cioè il fatto che l’accusa ottenuta promettendo l’impunità non aveva, per gli studiosi di diritto (gli scrittori spesso citati), nessuna validità

Ma non ce n’è bisogno; perché, quand’anche fossero state adempite tutte a un puntino, c’era in questo caso una circostanza che rendeva l’accusa radicalmente e insanabilmente nulla: l’essere stata fatta in conseguenza d’una promessa d’impunità.” (p. 78)

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