Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/17

Oggi: la storia, il romanzo, la scelta che è data a una persona.

Capitolo 3, pp. 64-70

Manzoni si concentra per alcune pagine a mettere in chiaro le incongruenze giuridiche connesse all’evento decisivo per lo sviluppo del processo: la promessa d’impunità fatta dai giudici a Piazza, in cambio di qualche rivelazione. Essa non aveva fondamenti, come lo scrittore ritiene di dimostrare attraverso le fonti. Di qui, egli si sposta velocemente dal contesto generale al commissario di Sanità in carcere: il perso della storia si pone sopra le spalle di un solo individuo.

Manzoni prepara così il cedimento di Piazza alla proposta di rivelare qualcosa, in cambio dell’impunità:

Ma chi può immaginarsi i combattimenti di quell’animo, a cui la memoria così recente de’ tormenti avrà fatto sentire a vicenda il terror di soffrirli di nuovo, e l’orrore di farli soffrire! a cui la speranza di fuggire una morte spaventosa, non si presentava che accompagnata con lo spavento di cagionarla a un altro innocente! giacché non poteva credere che fossero per abbandonare una preda, senza averne acquistata un’altra almeno, che volessero finire senza una condanna.” (p. 69)

Chi può immaginarsi: bisogna ricordare che la Storia è, appunto, la ricostruzione di come andarono dei tristi eventi di uomini; per immaginare, lo spazio è un altro: quello del romanzo, dove personaggi portati dal contesto in cui si trovano allo stremo sono seguiti dallo scrittore nei moti interiori (certo: Gertrude è la prima di questa lista). Ma la storia è la storia, il romanzo è il romanzo.

Cedette, abbracciò quella speranza, per quanto fosse orribile e incerta; assunse l’impresa, per quanto fosse mostruosa e difficile; deliberò di mettere una vittima in suo luogo.” (pp. 69-70)

Cedette; assunse; deliberò: non sappiamo quali siano stati i pensieri di Piazza, ma certo essi condussero a questo triplice movimento, che è quello -di ascendenza aristotelica- che conduce alla deliberazione, dalla quale deriva l’azione. La chiave della lettura della storia, per Manzoni, converge sempre verso un punto, il foro interiore dell’individuo e lo spazio della sua scelta.

“Ma come trovarla? a che filo attaccarsi? come scegliere tra nessuno? Lui, era stato un fatto reale, che aveva servito d’occasione e di pretesto per accusarlo. Era entrato in via della Vetra, era andato rasente al muro, l’aveva toccato; una sciagurata aveva traveduto, ma qualche cosa. Un fatto altrettanto innocente, e altrettanto indifferente fu, si vede, quello che gli suggerì la persona e la favola.” (p. 70)

Piazza deve trovare qualcuno da incolpare al suo posto, e Manzoni prova, per inferenze, a seguirlo nelle prime conseguenze della sua deliberazione: la ricostruzione, nella memoria, degli eventi, e l’appiglio ad un piccolo fatto.

Volevan dal Piazza una storia d’unguento, di concerti, di via della Vetra: quelle circostanze così recenti gli serviron di materia per comporne una: se si può chiamar comporre l’attaccare a molte circostanze reali un’invenzione incompatibile con esse.” (p. 70)

Un piccolo fatto, come un piccolo fatto è quello che ha innescato tutta la vicenda: Piazza ricorda il barbiere cui aveva commissionato un unguento, e tanto basta -l’unguento- a comporre una vicenda inverisimile, ma ben accetta alle aspettative dei giudici. Si mette così in moto una nuova macchina accusatoria.

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