Quaranta giorni con la Storia della colonna infame /16

Oggi: la cattiva coscienza, che moltiplica azioni per non renderne conto.

Capitolo 3, pp. 62-64

Poiché la tortura non produce effetto, gli inquisitori cambiano tattica, facendo apparire al Piazzi l’eventualità dell’impunità, a patto che dica la verità; quella, beninteso, nota l’autore, che sta bene a loro:

l’auditor fiscale della Sanità, in presenza d’un notaio, promise al Piazza l’impunità, con la condizione (e questo si vede poi nel processo) che dicesse interamente la verità. Così eran riusciti a parlargli dell’imputazione, senza doverla discutere; a parlargliene, non per cavar dalle sue risposte i lumi necessari all’investigazion della verità, non per sentir quello che ne dicesse lui; ma per dargli uno stimolo potente a dir quello che volevan loro.” (p. 62)

A questo punto Manzoni introduce un nuovo reperto in questa vicenda di costruzione di verità posticce: la lettera che il Capitano di Giustizia scrive al generale Ambrogio Spinola, impegnato in quell’assedio di Casale che spesso torna come sfondo nei Promessi sposi. Si tratta di una lettera in cui le cose sono mezze taciute e mezze rimodellate, poiché, scrive l’autore,

era che avevan fatta una cosa da non potersi raccontare nella maniera appunto che l’avevan fatta; era, ed è, che la falsa coscienza trova più facilmente pretesti per operare, che formole per render conto di quello che ha fatto.” (p. 64)

Una volta avviato il suo percorso, la falsa coscienza non può far altro che produrre situazioni che le consentano di creare ancora fatti, piuttosto che disporsi a rendere conto delle sue azioni, secondo un percorso di confusione e sviamento che può fare affidamento sulla distrazione umana: perché lo Spinola era tutto concentrato sull’assedio della città piemontese, e disattento al resto:

Ma sul punto dell’impunità, c’è in quella lettera un altro inganno che lo Spinola avrebbe potuto, anzi dovuto conoscer da sé, almeno per una parte, se avesse pensato ad altro che a prender Casale, che non prese.” (p. 64)

E in quel “che non prese” si avverte la forza dell’autore, di chiudere in un breve giro di parole, dal sapore ironico, una constatazione che ha del tragico.

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