Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/15

Oggi: la coscienza individuale e la pressione delle masse.

Capitolo 3, pp. 58-62

Il secondo giorno si apre con nuove e più pesanti torture per l’imputato Piazza. Il Senato di Milano avrebbe potuto impedirle, e Manzoni cita gli interpreti di diritto che spiegano perché ciò dovesse avvenire; ma il Senato di Milano decise invece l’aggravio a carico dell’imputato. Perché? La risposta che lo scrittore si dà è che

“il senato di Milano era tribunal supremo; in questo mondo, s’intende. E il senato di Milano, da cui il pubblico aspettava la sua vendetta, se non la salute, non doveva essere men destro, men perseverante, men fortunato scopritore, di Caterina Rosa.” (p. 59). Il Senato è supremo tribunale, nota Manzoni, di questo mondo, suggerendo così la relatività, ai suoi occhi di cristiano, di questo arbitrio. Ma, soprattutto, il Senato è messo in relazione con le aspettative della massa, il pubblico, che è aspettativa, se non di salute, di vendetta: lo scrittore ci riconduce alla dinamica delle passioni collettive che regge l’intera vicenda.

 

Qui si apre un ampio pensiero di riflessione, con il quale Manzoni ci mostra l’itinerario che ha condotto al processo: il racconto di Caterina Rosa, il dubbio da lei espresso, il dominio della passione su ogni azione successiva e, ancor più, la pressione delle attese della massa, capaci di zittire le coscienze individuali, se esse non sono salde. La pagina si sviluppa con un movimento che tocca sinteticamente tutti i protagonisti sin qui visti e che si conclude sui due attori principali della messa in scena tragica che lo scrittore sta proponendo; la coscienza dell’individuo da una parte, la pressione del pubblico dall’altra:

“tutto si faceva con l’autorità di costei; quel suo: all’hora mi viene in pensiero se a caso fosse un poco uno de quelli, com’era stato il primo movente del processo, così n’era ancora il regolatore e il modello; se non che colei aveva cominciato col dubbio, i giudici con la certezza. E non paia strano di vedere un tribunale farsi seguace ed emulo d’una o di due donnicciole; giacché, quando s’è per la strada della passione, è naturale che i più ciechi guidino. Non paia strano il veder uomini i quali non dovevan essere, anzi non eran certamente di quelli che vogliono il male per il male, vederli, dico, violare così apertamente e crudelmente ogni diritto; giacché il credere ingiustamente, è strada a ingiustamente operare, fin dove l’ingiusta persuasione possa condurre; e se la coscienza esita, s’inquieta, avverte, le grida d’un pubblico hanno la funesta forza (in chi dimentica d’avere un altro giudice) di soffogare i rimorsi; anche d’impedirli.” (p. 59).

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