Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/12

Oggi: i rivolgimenti, che vengono preparati dal tempo, e ciò che vuole essere naturale  e necessario, ed invece è provvisorio.

Capitolo 3, pp. 50-52

Manzoni inizia il terzo capitolo del suo lavoro rifacendosi alla chiusa del primo, con le prime domande fatte dai giudici al supposto untore e la loro convizione che le risposte non fossero verisimili:

“era insegnamento comune, e quasi universale de’ dottori, che la bugia dell’accusato nel rispondere al giudice, fosse uno degl’indizi legittimi, come dicevano, alla tortura.” (p. 50)

La tortura, cui lo scrittore ha dedicato il secondo capitolo, troverebbe dunque, dal punto di vista dei giudici, qui le sue motivazioni. In realtà, nota Manzoni tornando alle fonti giuridiche, la cosa non è così indiscriminata; il giudice aveva necessità di prove e non solo della propria valutazione, per formulare l’accusa di bugia:

Ma che la bugia dovesse risultar da prove legali, e non da semplice congettura del giudice, era dottrina comune e non contradetta.” (p. 51)

I commentatori di diritto, rileva Manzoni, hanno cercato di ridurre, nel corso dei secoli, i margini dell’arbitrio individuale. Egli riscontra in questo un processo graduale, che ha preparato in qualche modo il terreno per il trattato più famoso di Pietro Verri (Dei delitti e delle pene), che ha decisamente segnato la discontinuità col passato. Per inciso, riflettendo su questo, lo scrittore nota come la storia sia fatta di istituti accidentali e fattizi, cioè prodotti dagli eventi, che tendono a perpetuarsi come se fossero naturali e  necessari, per essere invece a loro volta rovesciati; è una convinzione che attraversa i nodi delle sue opere fondamentali, dalle tragedie ai due carmi principali, e che qui viene così formulata:

Viene, nelle cose grandi, come nelle piccole, un momento in cui ciò che, essendo accidentale e fattizio, vuol perpetuarsi come naturale e necessario, è costretto a cedere all’esperienza, al ragionamento, alla sazietà, alla moda, a qualcosa di meno, se è possibile, secondo la qualità e l’importanza delle cose medesime; ma questo momento dev’esser preparato. Ed è già un merito non piccolo degl’interpreti, se, come ci pare, furon essi che lo prepararono, benché lentamente, benché senz’avvedersene, per la giurisprudenza.” (p. 52)

La storia è dunque fatta di ciò che è prodotto dalla storia stessa: e quanto, prodotto dalla storia, vuole arrogarsi un diritto di necessità, è comunque destinato a mutare.

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