Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/10

Oggi: la ricerca di precisione nel formulare una domanda, e il beneficio che ne consegue

Capitolo 2, pp. 28-34

Manzoni pone a tema del secondo capitolo la modalità con la quale la tortura fosse prevista dai commentatori delle leggi: il suo obiettivo, come si vedrà più avanti, è quello di rilevare come il ricorso a questo strumento non avesse una necessità automatica, nel caso del processo agli untori, ma dipendesse, in buona sostanza, dalla decisione dei giudici (il che riconduce alla grande questione etica che attraversa questo suo lavoro: lo spazio della responsabilità personale).

Per sviluppare questa sua tesi, Manzoni avvia il capitolo mettendo in evidenza come, nella pratica pensale dei tempi del processo e di quelli che lo precedettero, più che alle leggi -non originate da una visione unitaria e coerente- si guardasse alle interpretazioni degli studiosi (che egli chiama, con calco dal latino, scrittori):

“giacché, quando le cose necessarie non son fatte da chi toccherebbe, o non son fatte in maniera di poter servire, nasce ugualmente, in alcuni il pensiero di farle, negli altri la disposizione ad accettarle, da chiunque sian fatte. L’operar senza regole è il più faticoso e difficile mestiere di questo mondo.” (p. 28)

Torna l’osservazione sulla comodità di acconciarsi al parere di chi ci ha preceduti.

 

Fortunatamente, la stesura delle raccolte giuridiche si è volta, nei tempi successivi al processo, ad una maggiore razionalità e coerenza (qui l’autore ha in mente quanto avvenne soprattutto nel Settecento):

“Questa così generale e così durevole autorità di privati sulle leggi, fu poi, quando si vide insieme la convenienza e la possibilità d’abolirla, col far nuove, e più intere, e più precise, e più ordinate leggi, fu, dico, e, se non m’inganno, è ancora riguardata come un fatto strano e come un fatto funesto all’umanità, principalmente nella parte criminale, e più principalmente nel punto della procedura.” (p. 31)

 

Sulla lettura degli interpreti del diritto, Manzoni preannuncia che svilupperà un ragionamento diverso da quello svolto da Verri nelle Osservazioni: lo scrittore intende dimostrare che proprio le fonti permetteranno di dimostrare lo spazio di arbitrio e decisione personale che i giudici del processo agli untori ebbero:

“E a ogni modo, quel fatto è talmente legato col suo e nostro argomento, che l’uno e l’altro eravam naturalmente condotti a dirne qualcosa in generale: il Verri perché, dall’essere quell’autorità riconosciuta al tempo dell’iniquo giudizio, induceva che ne fosse complice, e in gran parte cagione; noi perché, osservando ciò ch’essa prescriveva o insegnava ne’ vari particolari, ce ne dovrem servire come d’un criterio, sussidiario ma importantissimo, per dimostrar più vivamente l’iniquità, dirò così, individuale del giudizio medesimo.” (p. 33)

Il tema da investigare è così formulato da Manzoni:

La questione dev’esser dunque, se i criminalisti interpreti (così li chiameremo, per distinguerli da quelli ch’ebbero il merito e la fortuna di sbandirli per sempre) sian venuti a render la tortura più o meno atroce di quel che fosse in mano dell’arbitrio, a cui la legge l’abbandonava quasi affatto.” (p. 34)

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