Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/7

Oggi: la realtà, più inverosimile del romanzesco.

Capitolo I, pp. 19-22

La catena degli eventi produce velocemente le sue conseguenze: l’uomo visto da Caterina ne incontra un altro, che lo saluta; lei chiede chi sia, e risulta che si tratti di un Commissario di Sanità; subito dopo la donna vede “imbrattate le muraglie d’un certo ontume che pare grasso et che tira al giallo” (p. 20), altri ancora le vedono, e la diceria dilaga.

Subito dopo questo elemento narrativo, Manzoni introduce una riflessione: a nessuna delle due donne venne in mente né di non aver effettivamente visto l’uomo entrare nell’androne, né per quale ragione, fosse stato un untore, si sarebbe mosso così davanti a tutti; inoltre, nota l’autore, ciò non venne in mente nemmeno a chi indagò poi, o, peggio, chi indagò non volle farselo venire in mente. Sono, insomma, le omissioni e le incongruenze logiche, che la ricostruzione analitica degli eventi e delle testimonianze consente di rilevare e di condividere con il lettore, con questa importante annotazione:

cose che in un romanzo sarebbero tacciate d’inverisimili, ma che pur troppo l’accecamento della passione basta a spiegare.” (p. 20)

Non è invenzione romanzesca, dice Manzoni, anzi, se fosse, sarebbe invenzione inverosimile: è la realtà, nella quale l’inverosimile assume concretezza a causa delle passioni (che, come già nell’Introduzione lo scrittore ha affermato, sono l’oggetto più importante di questo testo) e del loro accecamento (tema, questo della cecità delle passioni, che ci riconduce all’Aristotele della Poetica, riferimento tenuto sempre ben presente dall’autore).

Dopo questo passaggio, la narrazione riprende, con il suo schiacciante meccanismo: la voce si sparge, la gente brucia paglia per pulire i muri, interviene un altro personaggio, che avrà un ruolo in seguito, il barbiere Mora, Caterina ritiene di aver visto l’uomo ungere i muri attingendo con una penna da un vasetto. Manzoni sottolinea questo particolare incongruo così:

“ in una mente la qual non vedeva che unzioni, una penna doveva avere una relazione più immediata e più stretta con un vasetto, che con un calamaio.” (pp. 21-22)

Vediamo davvero quello che vogliamo vedere, e crediamo quello che vogliamo credere.

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