Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/6

Oggi parliamo di: vedere le cose come vogliamo vederle, e non come sono.

Capitolo 1, pp. 18-19

La narrazione inizia con le circostanze di tempo e di luogo: “La mattina del 21 giugno 1630” (p. 18), e con l’indicazione del nome della prima testimone, Caterina Rosa. Manzoni inserisce subito una sottolineatura: essa si trovava dove stava –e di dove ritenne di vedere quello che testimoniò- “per disgrazia” (p. 18).

Qui Manzoni ci mette subito all’interno di una sua scelta linguistica, che è quella di modellare lessico, grafia e sintassi della sua narrazione su quello dei verbali che gli sono stati resi disponibili. Vediamo ad esempio come lo scrittore riporta quella che può essere considerata la testimonianza d’apertura di tutto il percorso giudiziario:

All’hora, soggiunge, mi viene in pensiero se a caso fosse un poco uno de quelli che, a’ giorni passati, andauano ongendo le muraglie. Presa da un tal sospetto, passò in un’altra stanza, che guardava lungo la strada, per tener d’occhio lo sconosciuto, che s’avanzava in quella; et viddi, dice, che teneua toccato la detta muraglia con le mani.” (p. 18)

Lo scrittore passa dalla narrazione in terza persona a quella in prima, con un uso sincopato delle formule incidentali (soggiunge, dice).

Questo mimetismo linguistico si unisce ad un passaggio contenutistico decisivo: come si vede dalle righe precedenti, Caterina dà per certo che nei giorni trascorsi ci fosse qualcuno che andava ungendo i muri. Il fondamento di tutto l’impianto accusatorio è dato, quindi, per implicito e scontato, secondo una modalità di deformazione della realtà che sperimentiamo molto spesso nelle comunicazioni volutamente costruite a senso e orientamento unico della nostra vita online.

A questo punto Manzoni introduce la seconda testimone, Ottavia Bono: la quale sostiene che l’uomo si pulisse le mani sul muro. Lo scrittore fornisce qui un suo intervento deciso, spiegando quello che la testimone vide:

“Fu probabilmente per pulirsi le dita macchiate d’inchiostro, giacché pare che scrivesse davvero. Infatti, nell’esame che gli fu fatto il giorno dopo, interrogato, se l’attioni che fece quella mattina, ricercorno scrittura, risponde: signor sì.” (p. 19)

Insomma, il gesto è ricondotto ad una spiegazione naturale, la necessità di pulirsi le dita sporche. Ma la deriva interpretativa è già iniziata, come certifica il passaggio successivo, nel quale si ha un’inversione tra cause ed effetti. Pioveva, dice Manzoni, ed è per questo che l’uomo camminava rasente i muri; Caterina, invece, ritiene che l’uomo approfittasse della pioggia per andare rasente i muri e realizzare il proprio disegno:

“in quanto all’andar rasente al muro, se a una cosa simile ci fosse bisogno d’un perché, era perché pioveva, come accennò quella Caterina medesima, ma per cavarne una induzione di questa sorte: è ben una gran cosa: hieri, mentre costui faceva questi atti di ongere, pioueua, et bisogna mo che hauesse pigliato quel tempo piovoso, perché più persone potessero imbrattarsi li panni nell’andar in volta, per andar al coperto.”(p. 19)

Ancora una volta, Manzoni ci mette nelle condizioni di comprendere che la donna vedeva quello che voleva vedere e interpretava quello che vedeva come aveva già in animo d’interpretare, sovvertendo completamente le cose. Al lettore manzoniano questo movimento iniziale ricorda, oltre che i capitoli XXXI-XXXII dei Promessi sposi, che trattano le vicende della peste, un altro passaggio, tutto incentrato sul sovvertimento interpretativo: l’avventura di Renzo nell’osteria della Luna Piena (capitoli XIV-XV), in capo alla quale le sue parole vengono tratte dal loro contesto e usate contro di lui (su questo passaggio fondamentale del romanzo, si veda il già citato Ezio Raimondi, La dissimulazione romanzesca. Antropologia manzoniana, Bologna, Il Mulino, 1990, capitolo “L’osteria della retorica”, pp. 81-110).

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