Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/5

Oggi: Manzoni, il factchecking, il rispetto del lettore, e quando il lettore diventa “pubblico”.

Introduzione, pp. 15-17

Dopo aver chiarito quale sia la natura delle fonti sulle quali ha lavorato, e dopo aver ricordato anche di aver attinto ad altra documentazione, che noi diremmo secondaria, Manzoni si volge ad approfondire un’altra questione, quella del racconto del processo da parte degli autori e degli studiosi successivi.

Lo scrittore nota che, in buona sostanza, si tratta di una sequela (egli richiama l’immagine di Purgatorio, III, 79-84: Come le pecorelle escon del chiuso/ a una, a due, a tre, e l’altre stanno/ timidette atterrando l’occhio e ‘l muso;/ e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,/ addossandosi a lei, s’ella s’arresta,/semplici e quete, e lo ’mperché non sanno) nella quale ognuno, anziché andare ad una verifica delle fonti, si è adattato all’opinione già trovata in chi lo ha preceduto:

“Nel nostro, c’è parso che potesse essere una cosa curiosa il vedere un seguito di scrittori andar l’uno dietro all’altro come le pecorelle di Dante, senza pensare a informarsi d’un fatto del quale credevano di dover parlare.” (p. 16)

Oggi diremmo che è mancato un adeguato factchecking, da parte di questi autori; una verifica dei fatti che per Manzoni, data la vicenda, sarebbe opportuna, perché leggere queste opinioni provoca non divertimento, ma dispiacere e anche rabbia, per il travisamento che esse manifestano.

Possiamo notare l’attenta collocazione etica che Manzoni sviluppa, e provare a metterla a confronto con situazioni che ci capita di vivere spesso, dentro l’infosfera complessa in cui viviamo. Quante volte ci avviene di sorridere per affermazioni infondate, durante le nostre navigazioni sul web? Quante volte, invece, sarebbe meglio approfondire, e valutare se oltre il sorriso non possa stare un giudizio più articolato? Manzoni ci lascia -come spesso, è una traccia lessicale da mettere a confronto con quanto scritto prima, a totale carico del discernimento del lettore- un’indicazione, proprio in chiusa di frase, avvertendoci nei riguardi dell’indignazione alla rovescia, che ben sperimentiamo ogni giorno:

“Non dico: cosa divertente; ché, dopo aver visto quel crudele combattimento, e quell’orrenda vittoria dell’errore contro la verità, e del furore potente contro l’innocenza disarmata, non posson far altro che dispiacere, dicevo quasi rabbia, di chiunque siano, quelle parole in conferma e in esaltazione dell’errore, quell’affermar così sicuro, sul fondamento d’un credere così spensierato, quelle maledizioni alle vittime, quell’indegnazione alla rovescia.” (p. 16)

L’analogia col moderno corrispettivo, le bufale, non può essere fine a se stessa, ma, una volta attivata, bisogna che -soprattutto in un testo come questo, che abbiamo visto nelle pagine precedenti voler esplicitamente essere un’esplorazione delle passioni, con la finalità di farcene accorti- rechi una conseguenza. Per Manzoni la conseguenza è che chi legge impari a diffidare dalle rimasticature e dalle opinioni formulate senza esame dei fondamenti.

Manzoni identifica con precisione quanti ho appena definito sinteticamente con “chi legge”: egli usa pubblico, parola molto forte, visto l’argomento. Stiamo parlando di fatti storici e di opinioni di storici, cose che in sé sarebbero interesse di venticinque e non più lettori, per usare un’immagine di Manzoni stesso: ma da quelle opinioni su quei fatti discendono orientamenti più larghi, che vanno molto oltre gli specialisti. Manzoni ha ben chiare le strade complesse attraverso le quali si crea l’opinione pubblica:

“un tal dispiacere porta con sé il suo vantaggio, accrescendo l’avversione e la diffidenza per quell’usanza antica, e non mai abbastanza screditata, di ripetere senza esaminare, e, se ci si lascia passar quest’espressione, di mescere al pubblico il suo vino medesimo, e alle volte quello che gli ha già dato alla testa.” (p. 16)

Lo scrittore termina l’introduzione dicendo di aver fatto, per rispetto della pazienza dei lettori, una scelta degli autori le cui opinioni riporterà: quelli più significativi. La motivazione per la quale egli opera questa scelta è coerente con le affermazioni che abbiamo seguito sopra: dei più noti, gli errori saranno più istruttivi, quando non potranno essere più (si noti anche qui l’ironia dissimulata) contagiosi.

“temendo poi di metter troppo a cimento la sua pazienza, ci siam ristretti a pochi scrittori, nessuno affatto oscuro, la più parte rinomati: cioè quelli, de’ quali son più istruttivi anche gli errori, quando non posson più esser contagiosi.” (pp. 16-17)

E a non renderli più contagiosi sarà, nell’intento dell’autore, il suo lavoro, accompagnato da un lettore paziente, attento alla verifica delle cose.

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