Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/3

Oggi si parla di quanto sia difficile e necessaria la complessità, e di come una tesi va tenutaprotetta sia dai suoi detrattori, che dai suoi sostenitori

Introduzione, pp. 12-13

Dopo aver affrontato la questione, decisiva, del libero arbitrio, Manzoni ritorna alle intenzioni che avevano mosso il saggio di Pietro Verri. Lo scrittore non esclude che il suo predecessore avesse ben presente che le azioni dei giudici fossero mosse da iniquità personale, ma ritiene che dare troppo spazio a questo tema avrebbe indebolito il suo scopo, cioè combattere l’uso della tortura. Infatti, i sostenitori di quella avrebbero potuto vederne confermata la necessità, facendo spostare l’attenzione sulle responsabilità delle persone:

“I partigiani della tortura (ché l’istituzioni più assurde ne hanno finché non son morte del tutto, e spesso anche dopo, per la ragione stessa che son potute vivere) ci avrebbero trovata una giustificazione di quella. — Vedete? — avrebbero detto, — la colpa è dell’abuso, e non della cosa. —” (p. 13).

D’altra parte, nota l’autore, anche i sostenitori dell’abolizione della tortura avrebbero visto meno forza per i loro argomenti, se Verri avesse sottolineato troppo le responsabilità personali:

“E dall’altra parte, quelli che, come il Verri, volevano l’abolizion della tortura, sarebbero stati malcontenti che s’imbrogliasse la causa con distinzioni, e che, con dar la colpa ad altro, si diminuisse l’orrore per quella.” (p. 13)

Questa duplice difficoltà proposta sia dai sostenitori, che dagli oppositori all’uso della tortura, costringe Verri -chiosa dunque Manzoni- ad adattare l’esposizione della vicenda, tenendo conto dello scopo comunicativo che si è dato:

“chi vuol mettere in luce una verità contrastata, trovi ne’ fautori, come negli avversari, un ostacolo a esporla nella sua forma sincera.”(p. 13)

Le distinzioni, come Manzoni le chiama, altro non sono che la manifestazione della complessità: che è bene avere a mente, ma che è difficile esporre nella sua interezza, quando ci si trova in mezzo agli schieramenti di coloro che portano tesi precostituite.

In queste righe, dunque, Manzoni sviluppa un germe di trattato sull’efficacia della comunicazione, suggerendo implicitamente la collocazione del lavoro di Verri rispetto al proprio: collocato dentro un contesto dialettico quello, più lontano dagli eventi  il suo.

Ma Manzoni non sarebbe lo scrittore della dissimulazione romanzesca (per usare la bella espressione che dà il titolo ad un saggio di Ezio Raimondi –La dissimulazione romanzesca, Antropologia manzoniana, Bologna, Il Mulino, 1990), se non conducesse il lettore a cogliere, ellitticamente, un ulteriore passaggio. Al di là degli opposti schieramenti, lo scrittore sa che, rispetto alla verità dei fatti,

“È vero che gli resta quella gran massa d’uomini senza partito, senza preoccupazione, senza passione, che non hanno voglia di conoscerla in nessuna forma.” (p. 13)

Scrivere il saggio storico è, dunque, operare per ridestare cura, conoscenza e passione della gran massa di uomini che, per propria inclinazione, se ne starebbe ben lontano.

 

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