Quaranta giorni con la Storia della colonna infame /1

Vorrei attraversare il tempo di Quaresima condividendo, con chi vorrà seguirmi, la lettura della Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni. Ne leggerò qualche pagina, continuativamente, per i giorni di questo periodo; alla fine, proverò a mettere insieme le riflessioni suggerite dal percorso.

Due parole, per cominciare.

Il testo presenta una ricerca storica dello scrittore, sul processo tenutosi a Milano nel 1630 contro gli untori, coloro i quali erano accusati di aver propagato la peste, che costituisce l’evento storico fondamentale entro il quale si svolgono le vicende dei Promessi sposi.

La narrazione letteraria di come gli uomini reagiscano alle epidemie, e di come ne vengano trasformati, inizia, nella letteratura occidentale, con il suo stesso avvio, cioè coi versi di apertura dell’Iliade (Libro I, versi 1-20), laddove i capi achei si confrontano sulla malattia che Apollo ha  diffuso tra i loro uomini. Tra tanti importanti testi, quello di Manzoni è segnato, fin dalle sue prime parole, dall’urgenza di entrare dentro il grumo delle passioni umane e di provare a capirle.

Egli meditò queste pagine, le scrisse e riscrisse, a lungo: già nel Capitolo IV del IV tomo del Fermo e Lucia, Alessandro Manzoni fa riferimento ad un lavoro aggiuntivo, dedicato alla vicenda dei processi agli untori. Il progetto di pubblicare questa storia in appendice all’edizione del 1827 de I promessi sposi fu abbandonato probabilmente per motivi di prudenza (per non esporsi alla censura austriaca), come sostiene, tra gli altri, Carlo Dionisotti (Appunti sui moderni. Foscolo, Leopardi, Manzoni e altri, Bologna, Il Mulino, 1988, pp. 251-sgg.), così che essa apparve soltanto con l’edizione “quarantana” (1840-1842) del romanzo.

Per chi volesse, il testo è disponibile gratuitamente su www.liberliber.it, in vari formati. Farò riferimento alla numerazione di pagina del PDF.

Un’edizione con utilissime espansioni online è: Alessandro Manzoni, Storia della colonna infame, a cura di Giovanni Albertocchi, Edimedia, 2019.

 

Iniziamo.

 

Introduzione, pp. 7-11

1. Lo scrittore ci porta dentro il nucleo narrativo con due periodi iniziali, uno contrapposto all’altro, secondo un effetto di ricercata asimmetria, per il quale ad un’ampia impostazione dell’argomento segue una constatazione dall’impatto icastico:

“Ai giudici che, in Milano, nel 1630, condannarono a supplizi atrocissimi alcuni accusati d’aver propagata la peste con certi ritrovati sciocchi non men che orribili, parve d’aver fatto una cosa talmente degna di memoria, che, nella sentenza medesima, dopo aver decretata, in aggiunta de’ supplizi, la demolizion della casa d’uno di quegli sventurati, decretaron di più, che in quello spazio s’innalzasse una colonna, la quale dovesse chiamarsi infame, con un’iscrizione che tramandasse ai posteri la notizia dell’attentato e della pena.

E in ciò non s’ingannarono: quel giudizio fu veramente memorabile.” (p. 7)

La prima frase ha le movenze del latino classico, con la forza del dominio della sintassi del periodo e l’efficacia dell’uso del congiuntivo; la ricerca dell’ampiezza, del senso progressivo dell’accrescimento: è segnalata anche dall’ uso di “talmente/di più”. L’“E” che avvia la frase successiva fa quasi esplodere tutta l’impalcatura, con un effetto sottilmente ironico.

 

2. Manzoni esordisce scusandosi per l’eventuale sproporzione tra la relativa brevità dell’opera e le aspettative dei lettori, che dai riferimenti nel capitolo XXXII dei Promessi sposi potrebbero essere stati indotti ad aspettarsi un ben più ampio svolgimento. Quello che importa, però, è che questo lavoro sia utile:

E basterà un breve cenno su questa diversità, per far conoscere la ragione del nuovo lavoro. Così si potesse anche dire l’utilità; ma questa, pur troppo, dipende molto più dall’esecuzione che dall’intento. (p. 8)

 

3. Manzoni rimanda all’antecedente che il suo lavoro evoca, cioè le Osservazioni sulla tortura di Pietro Verri. Dal confronto con il suo predecessore, lo scrittore trova alimento per definire meglio il suo intento. Lo scritto dell’Illuminista lombardo aveva come nucleo d’ispirazione la dimostrazione che il processo era segno d’ignoranza dei tempi e di barbarie del diritto; a Manzoni interessa invece qualcosa di più generale:

“c’è pericolo di formarsi una nozione del fatto, non solo dimezzata, ma falsa, prendendo per cagioni di esso l’ignoranza de’ tempi e la barbarie della giurisprudenza, e riguardandolo quasi come un avvenimento fatale e necessario; che sarebbe cavare un errore dannoso da dove si può avere un utile insegnamento. L’ignoranza in fisica può produrre degl’inconvenienti, ma non delle iniquità; e una cattiva istituzione non s’applica da sé” (p. 8)

Ignoranza e barbarie non bastano a spiegare quanto avvenne; le istituzioni non determinano una propria, necessaria, e quasi cieca applicazione. Il centro della questione è l’iniquità di quanto accadde.

 

4. Lo sguardo di Manzoni si volge dunque alla ricerca dell’ingiustizia che si manifestò in quella vicenda; un’ingiustizia tangibile a prescindere dalle condizioni dei tempi, frutto di decisioni, pressioni, scelte. Lo scrittore nota che pur nell’ignoranza scientifica e nella barbarie del diritto i giudici si dovettero sforzare per costruire il loro castello accusatorio:

“per respingere il vero che ricompariva ogni momento, in mille forme, e da mille parti, con caratteri chiari allora com’ora, come sempre, dovettero fare continui sforzi d’ingegno, e ricorrere a espedienti, de’ quali non potevano ignorar l’ingiustizia.” (p. 9)

 

5.Manzoni svela l’oggetto della sua investigazione: la manifestazione di qualcosa che alberga nell’esperienza degli uomini, le “perverse passioni”:

Ma crediamo che importi il distinguerne le vere ed efficienti cagioni, che furono atti iniqui, prodotti da che, se non da passioni perverse? (p. 9)

 

6. Due passioni, in particolare, stanno alla base delle decisioni dei giudici: una è la rabbia, per il dolore che la peste infligge, e che li porta a cercare colpevoli; l’altra è il timore di contraddire le aspettative di vendetta della massa: un timore che, come è stato notato da Pierantonio Frare (La scrittura dell’inquietudine. Saggio su Alessandro Manzoni, Firenze, Olschki, p. 67-sgg.), Manzoni tratteggia avendo bene in mente un modello fondamentale di assecondamento dei desideri delle masse, il comportamento di Pilato nel processo a Gesù:

“Ma la menzogna, l’abuso del potere, la violazion delle leggi e delle regole più note e ricevute, l’adoprar doppio peso e doppia misura, son cose che si posson riconoscere anche dagli uomini negli atti umani; e riconosciute, non si posson riferire ad altro che a passioni pervertitrici della volontà; né, per ispiegar gli atti materialmente iniqui di quel giudizio, se ne potrebbe trovar di più naturali e di men triste, che quella rabbia e quel timore.” (pp. 10-11)

 

7. Per Manzoni, a questo punto, non si tratta solo di aver messo in chiaro la linea d’ispirazione della propria ricerca, cioè l’osservazione di come passioni perverse guidino i comportamenti pubblici degli individui:

“Noi, proponendo a lettori pazienti di fissar di nuovo lo sguardo sopra orrori già conosciuti, crediamo che non sarà senza un nuovo e non ignobile frutto, se lo sdegno e il ribrezzo che non si può non provarne ogni volta, si rivolgeranno anche, e principalmente, contro passioni che non si posson bandire, come falsi sistemi, né abolire, come cattive istituzioni, ma render meno potenti e meno funeste, col riconoscerle ne’ loro effetti, e detestarle.” (p. 11)

Manzoni immagina di potere, attraverso la sua narrazione, effettuare una sorta di cura delle passioni: riconoscendole -cioè capendo che esse sono proprie dell’esperienza umana, e dunque possono presentarsi nella stessa nostra esperienza- è possibile, in qualche maniera, depotenziarne l’impatto. I lettori del testo saranno dunque chiamati a vedere all’opera queste passioni, a riconoscerle come possibili nella loro stessa vita, e a prenderne così le distanze, secondo un effetto che richiama la dinamica della catarsi tragica nella Poetica di Aristotele, in particolare 1449 b: “La tragedia è dunque imitazione di una azione nobile e compiuta, avente grandezza, in un linguaggio adorno in modo specificamente diverso per ciascuna delle parti, di persone che agiscono e non per mezzo di narrazione, la quale per mezzo della pietà e del terrore finisce con l’effettuare la purificazione di cosiffatte passioni.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...