Stare e partire

Ieri sera, seguendo il filo di alcune situazioni e conversazioni dellla giornata, pensavo -con la scarsa originalità dell’ora e delle limitate risorse intellettuali disponibili- a come, nella giornata, avessi incontrato persone che volevano andare, e dovevano restare, e persone che volevano restare, e dovevano andare. Poco prima di dormire, mi è rapidamente passato per la mente che questa cosa ha a che fare con la prima Bucolica di Virgilio. In altre età della mia vita, magari, mi sarei arrovellato subito su questa tarda considerazione; in questa, di età, abbastanza è stato che stamane me ne sia ricordato. Durante uno dei miei consueti percorsi pendolareschi sulla tratta Pordenone-Maniago, ci ho riflettuto un po’ su.

La prima Bucolica è il testo più noto di Virgilio; ogni liceale italiano, che abbia latino nel suo corso di studi, a meno di particolari estrosità dei suoi docenti s’imbatte in questo testo.  Lo si riassume in poche parole: c’è un pastore, Melibeo, in fuga, con quel che resta del suo gregge; va esule perché i suoi campi ora li tiene un soldato; ce n’è un altro, Titiro, che invece ha ricevuto da un potente giovane, per lui simile a un dio, la possibilità di tenersi il suo campo. Melibeo se ne va, Titiro può rimanere, scende la notte e il secondo invita il primo a restare, prima di ripartire. Fine.

Fine? Forse per un’interrogazione di rapina, di quelle frettolose di fine anno. Ma, in realtà: neanche per sogno, naturalmente. A parte tutte le questioni di contestualizzazione storica (il giovane è Ottaviano, il soldato che diventa padrone dei campi di Melibeo rimanda alle spartizioni tra i veterani di guerra che Ottaviano stesso fece), quando ci si addentra nella dimensione micro, quella del farsi del testo, verso dopo verso, parola dopo parola, ci si accorge ben presto di essere dentro un mondo d’enigmi (come il tavolo sul quale sto scrivendo: bello solido al tatto, ma se andiamo a livello subatomico, è ben altra cosa).  Dentro questi enigmi sta un fatto, incontestabile: Titiro racconta le sue disgrazie, ad un certo punta le lamenta, pure, e, per converso, Melibeo enumera doviziosamente tutti i motivi per i quali è fortunato. Al lettore moderno, appena appena sia dotato di un muscolo cardiaco, bisogna dire che Melibeo fa perdere la pazienza; Titiro no, continua le sue lamentazioni e caso mai si associa all’altro nel decantarne la felice condizione.

Perché mai accade questo?

Perchè Titiro non si arrabbia, almeno un pochetto, e perché Melibeo non si mostra un po’ più discreto? La risposta è: perché non possono. E non possono perché il loro ruolo nel gioco è stato già deciso da altri, e non possono fare altro che stare nella parte che altri ha loro assegnato. Altri è il giovane che ha dato il beneficio a Titiro e che, al contempo, ha privato della terra Melibeo: è la stessa persona -Ottaviano-, la cui logica va su livelli al di sopra delle disponibilità dei due. Sicché ad uno non resta che constatare la propria fortuna, e dirsene contento, e all’altro non resta che fare i conti con la propria disgrazia.

Basterebbe già così, un testo che al contempo mette insieme immagini meravigliose e la durezza brutale della storia dei potenti.

Ma Virgilio è Virgilio -anche se quando scrive questo testo ha suppergiù trent’anni-, e non si accontenta mica.

Allla fine del testo, negli ultimi cinque versi, ecco: scende la sera. E Titiro dice a Melibeo di fermarsi, condividere un pasto frugale, la semplicità dell’abitazione, mentre le ombre si allungano.

I potenti fanno quello che vogliono, decidono sopra le nostre teste: ma la sera scende per tutti -e Virgilio ne ha da dire, sulla sera, in tutta le sue opere- e noi abbiamo, almeno, lo spazio per un gesto, provvisorio, limitato, semplice e umile -ma cos’è del resto la nostra vita?- per un amico.

E questo fa la differenza.

 

 

 

 

 

 

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