Luigi, la diastole e la sistole (un racconto per il cambio d’anno)

Luigi si è destato.

Fuori, buio, notte fonda. Luigi si è svegliato mentre nel suo sonno leggero gli sembrava di aver compreso qualcosa d’importante a proposito della cattiveria. Luigi accende la luce, cerca le ciabatte, si alza e va in bagno, passa in cucina e beve un bicchiere d’acqua, e ancora gli resta quell’impressione. Non si chiede perché la cattiveria, e non altro. Torna a letto, cerca di riafferrare il quel sonno leggero, caso mai gli rivelasse qualcosa.

Poi si addormenta.

E poi, qualche ora dopo, si sveglia.

Oggi è giorno di vacanza, Luigi fa le cose della sua vita, le solite cose che fa in giorni come questo, e si dice che tornerà a pensare a quello che gli pare di avere compreso prima di cena, quando sarà solo a casa.

E così fa, quando la sera, come che sia, in capo alla giornata che è stata come è stata, è arrivata.

Luigi pensa che la cattiveria è un argomento su cui ha poco riflettuto, nella sua vita (e qualche anno Luigi ce l’ha).

Luigi ha riflettuto sul senso di colpa, in più di un’occasione. Ha riflettuto perché gli è successo di sentirsi in colpa, per qualcosa, o di fronte a qualcuno: per azioni, od omissioni. Alcune di queste azioni, ed omissioni, possono essere definite cattive, ma non tutte: Luigi ha avvertito colpa, per cose fatte, o non fatte, di certo non improntate a malizia. Luigi pensa che per la questione dei sensi di colpa ci sono persone in gamba, che hanno studiato come si conviene, e per anni, questa cosa.

Luigi ha ricevuto un’educazione cattolica -non ci chiediamo qui cosa ne sia, di questa sua educazione. Luigi comunque sa qualcosa del peccato, ha fatto per anni l’esame di coscienza, prima della confessione, ed i peccati che gli vengono in mente hanno per lo più a che fare col sesso, ma non sa dire come stia la faccenda tra il peccato e la cattiveria, non gli pare siano la stessa cosa: almeno, non proprio, non esattamente la stessa cosa; il peccato accade, la cattiveria, pensa Luigi, è una tonalità costante, che accompagna ogni azione.

Luigi ha compiuto studi filosofici, pertanto tiene in mente alcuni testi dell’etica, soprattutto quella classica, coi quali, per come ha potuto, si è confrontato in anni passati, riflettendo sull’agire umano, in generale, e qualche volta, con modesti esiti, sul proprio. Gli torna in mente soprattutto l’Etica a Nicomaco di Aristotele, che peraltro parla più della virtù, l’aretè, che della cattiveria, la kakòtes. Aristotele sbriga la questione dicendo che la virtù è una disposizione che l’uomo apprende facendo, e facendo, e continuando a fare, azione buone, e questo apprendimento Aristotele chiama exis, che deriva dal verbo echo, che vuol dire “avere”: insomma, la virtù è qualcosa che tieni, ed i latini hanno tradotto questa cosa con habitus.

Luigi pensa che questo Aristotele gli torni buono, anche se la cosa che ha capito stanotte, a proposito della cattiveria, è un po’ diversa.

A Luigi è parso questo, dentro il suo sonno leggero: che la cattiveria sia non un abito, ma una nervatura, che attraversa tutto il corpo, si avverte nelle mani, nelle braccia, nelle gambe e nella pancia; Luigi l’ha sentita, questa tensione di nervi, che con la testa ha poco o nulla a che fare -ma anche la testa, è parso a Luigi, ha poco o niente a che farci. Luigi ha sentito che il groviglio di questa nervatura converge verso un centro, e questo centro è il suo cuore, duro e pesante come un pugno. Luigi può dire che la cattiveria, per come l’ha conosciuta in sé durante il sonno, è una contrazione delle membra e del cuore. In questo senso, si dice Luigi, la cattiveria è exis: non perché la tengo, ma perché, in realtà, mi tiene, m’impalca.

Mentre pensa queste cose, Luigi è seduto sul divano. Luigi non pensa queste cose tutte in una volta, è arrivato a mettere insieme la sua riflessione con parecchie pause, dovute all’accendere e spegnere la televisione, al controllare le mail, allo sbirciare Whatsapp, allo scorrere Facebook, all’andare a far pipì. Luigi sa che il meglio, delle sue capacità intellettuali, lo ha già dato -cosa abbia fatto di queste capacità, non ci chiediamo qui-, e accetta con pazienza che i pensieri s’inceppino, che il loro corso divaghi.

In una di queste divagazioni, capita a Luigi di guardarsi la pancia. A Luigi pare che la sua pancia si sia dilatata, quest’anno; la pancia viene fuori nelle foto di questi ultimi mesi, dappertutto; i maglioni che indossa la sottolineano; le giacche, non c’è verso di tenerle chiuse. A Luigi non piace molto guardare la sua pancia, ma adesso gli è capitato, e la guarda pensando che si è fatta proprio invadente. Sotto questo pensiero Luigi ne sente altri, li ha del resto fatti tante volte, considerando la sua pancia, essi suonano così: mangia più frutta, fai palestra, vai in bici.

E, da tempi lontanissimi: Petto in fuori, pancia in dentro. Luigi espira con forza, contrae i muscoli -chiamiamoli così- dello stomaco, e le dimensioni della pancia tornano entro limiti accettabili, quelli della figura di sé cui Luigi si è abituato. Dura poco: Luigi inspira, la pancia si dilata.

Inspirazione, espirazione: Luigi ha avuto, negli anni, le sue curiosità ed i suoi crucci esistenziali, ha letto, non sa con quanto criterio, con quale modesto frutto, testi di filosofie orientali, si è interessato alla Filocalia, ha rimuginato sul Pellegrino russo: a Luigi è noto che sistemi di sapienza sono costruiti tutti sull’inspirare ed espirare, ma non prova neanche a seguire questo nuovo pensiero, sa che s’impunterebbe di fronte alla mole di cose da leggere e studiare (e passi pure), e capire (e per quello non si sente più capace).

Luigi torna  a pensare al cuore contratto e teso, alla contrazione, che lui chiama anche, dopo stanotte, la concretezza della cattiveria: questa contrazione, che ha l’intento di afferrare, tenere le cose, bloccarle ben strette. Luigi pensa che, sì, questa è la sua esperienza dell cattiveria, della sua, beninteso, perché non saprebbe dire degli altri: muscoli e cuore serrati sul possesso di qualcosa; o sul possesso di qualcuno. A Luigi si succedono in mente, rapide, immagini a conferma -ma di queste immagini, delle storie che a queste immagini si collegano, qui non parliamo.

Questo contrarsi del cuore, pensa Luigi, ha un nome, che lo riporta agli studi liceali di scienze; questo nome è sistole. A Luigi viene in mente che è una contrazione paradossale, perché stringe, ma non tiene niente: serve, anzi, a mandare il sangue in giro per il corpo, se si ricorda bene. Questa contrazione del cuore, pensa Luigi: non tiene niente, non afferra un bel niente; tenere, afferrare, sono illusioni.

L’altro movimento -ma adesso a Luigi torna in mente che la cosa è molto più complicata, c’entrano anche gli atri ed i ventricoli; questo gli torna in mente bene, perché gli è piaciuto studiare l’argomento, al Liceo- si chiama diastole: il cuore, immagina Luigi, si dilata, e riceve sangue. Nel momento in cui il cuore si distende -si rilassa, in un certo senso-; ecco, in quel momento riceve. Senza afferrare, senza contrarre. E quello che riceve, poi dà.

Luigi pensa che ci sia qualcosa di buono, in questi pensieri che sta facendo; non sa se questi pensieri lo renderanno, anche, più buono; forse, sono l’inizio per qualcosa attraverso cui potrà essere più buono.

Luigi non lo sa, ma lo spera.

Se lo augura.

 

 

 

 

 

 

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