i segni, il prima e il dopo

Per vedere qualche evento dal sapore internazionale, bisognava aspettare il Mercoledì sport sul Primo canale Rai, con i suoi secondi tempi di basket e le sintesi di calcio. E non sempre: c’era da conquistarsi il permesso di vederli, quei minuti centellinati, ché il programma andava in onda a tarda e spesso tardissima sera.

Ma quella sera d’inizio maggio il permesso l’avevo, ad 11 anni potevi quindi vedermi la sintesi (nello schema classico di quegli anni: azioni principali del primo tempo e più o meno tutto il secondo tempo) della finale d’andata di Coppa Uefa (la Coppa Uefa, altro che la negletta Europa League attuale, che spinse frotte di miei coetanei ad aprire gli atlanti e cercare le sedi esotiche di squadre inaudite) tra Liverpool e Club Brugge. Non era cominciata da molto la sintesi, in quella serata già calda, che sentimmo un tonfo sordo e prolungato, come di chi cada rovinosamente, seguito però dai suoni acuti di pietre che si sbriciolano. Mio padre si alzò, non sapendo peraltro bene dove dirigersi, per cercare una spiegazione a quella stranezza -in casa non era caduto nessuno. Aprì la porta dell’appartamento, dalle scale del piccolo condominio non saliva nessun suono rivelatore. Fu affacciandosi al terrazzo che trovò una ragione al rumore: un pezzo dell’intonaco del cornicione che dava sul giardino era crollato.

La successiva, caldissima giornata, gli adulti s’interrogavano sulle cause di quell’evento, con qualche dubbio sulla qualità dei materiali impiegati e del lavoro, fatto pochi anni addietro, di costruzione (ai tempi, inizi anni Settanta, in cui tutta la zona attorno al parco di San Valentino,  verso Torre, si era infittita di condominietti e villette).

Non erano dubbi fondati, lo si capì quella sera. Il condominio non subì alcun altro danno, quel 6 maggio, e quel cornicione caduto, si comprese, era l’effetto di quei movimenti della terra, quasi impercettibili, che si accompagnano nel tempo attorno ad un sisma. Lo si comprese, inevitabilmente, dopo: e non lo si poteva che comprendere dopo, in effetti.

Fu la prima volta che, tra le tante altre, urgenti e più importanti cose di quei giorni, mi venne da pensare a come affidare alla sequenza dei fatti nel tempo la spiegazione delle cose ci risulti, insieme, necessario e, intrinsecamente, inefficace. Certo, ne potremo trarre moniti per il futuro: ma intanto, ciò che è accaduto, è accaduto. Un evento avviene, appunto; etimologicamente, rifacendoci all’origine latina, e-venit (viene fuori dal niente), o ad-venit (ci arriva incontro).  E, ma solo nello spazio del dopo, ci resta la saggezza residuale, quella di Epimeteo.

Pensai anche, per la prima volta, in quei giorni, tornando a guardare le briciole del l’intonaco del cornicione, a come le cose che accadono abbiano, così, la natura di segni, e a come i segni siano difficili, talora impossibili, da interpretare, e che, in effetti, li si possa solo vivere. Anni dopo, Erodoto ed i tragici greci mi spiegarono che la risposta ad ogni dilemma, in ultima analisi, è la fragilità dell’essere umano -ed è risposta non  intellettuale, ma è fatta di carne, sangue, e sofferenza.

E -la fatica di Epimeteo- speranza.

 

 

 

 

 

 

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