Il Liceo senza nome di Pordenone

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In occasione della “Notte bianca dei licei classici” il mio amico e collega Paolo Venti ha raccolto un meraviglioso volumetto di testimonianze e documenti sui cinquant’anni di storia del Liceo Leopardi – Majorana di Pordenone. Quello che segue è il mio contributo.

Per andare da Pordenone a Firenze si partiva alle otto e un quarto e si impiegavano sei ore, e per arrivare su quel treno, in una mattina fresca e soleggiata di mezzo aprile, quanto c’era voluto? C’era voluta un’idea del Preside Luminoso (-L’ Associazione Italiana di Cultura Classica promuove un Certamen…) e poi c’era voluto qualche mese, fermandomi a scuola a settimane alterne dopo la fine delle lezioni per vedere insieme al Prof. Collaoni le mie traduzioni (meglio: i miei tentativi di…) dal greco al latino. Avevo cominciato a dicembre, e lavoravo sul mio scrittoio a ribalta con il Rocci ricopertinato (un lavoro di precisione della Tipografia Trivelli, grazie al quale il mio vocabolario si liberò della sua debolissima copertina plasticosa in favore di un solido rivestimento in tela rigida) a sinistra ed il Castiglioni-Mariotti a destra, orientandomi tra le grandi questioni (che allora mi parevano grandi, in altri anni della vita mi parvero secondarie, ora tornano a sembrarmi, per motivi diversi, grandi): come costringere i genitivi assoluti del greco verso la precisione dell’ablativo assoluto latino? Come districare la sintassi del periodo greca nelle limpide strutture della consecutio? E soprattutto: come evitare di distrarsi nelle concordanze?

In questo lavorio tra tre lingue, ché l’italiano stava sempre in mezzo, per riformulare passi o passaggi o per ponderare rese lessicali, il mio rapporto col greco e col latino si faceva più pensoso (rovinosamente per la mia vita –ma questo è altro discorso) e famelico: possibile che non si trovassero in italiano sintassi greche decenti, ad esempio? In mezzo a queste cose, stette, in gita a Parigi (una gita estorta con sapienza diplomatica da Francesco Furlan, il nostro efficientissimo rappresentante di classe), la spedizione alla Presse Universitaire Francaise a comperare, per il Prof. Collaoni, i due volumi del “Dictionnaire etymologique de la langue grecque” di Chantraine, su cui solo fare scorsa dei lemmi e delle ramificazioni era apertura di paradisi mentali (e non fu caso che il primo regalo che mi feci, ottenuta la cattedra, qualche anno, dopo, fu proprio lo Chantraine; e su quella nitida e sobria libreria parigina avrei pure da dire, con l’agnizione di me stesso che ne ebbi trent’anni dopo, facendo scorrere le ante del settore dei classici, quando la rivisitai in compagnia di mio figlio).

Ma devo ancora salire su quel treno, e lo faccio ora, col borsone da viaggio pesantissimo, visto che i vocabolari pesavano e pesano, con dentro le mie provviste per il viaggio e un po’ di cose da leggere: le versioni appena tradotte, il libro di Vincenzo Di Benedetto su Eschilo. In viaggio, peraltro, cominciai a leggere con la lettura mia solita, cioè quella di Repubblica –non quella platonica, quella scalfariana: c’erano elezioni politiche imminenti, e si dà il caso che io avessi appena compiuto diciotto anni, e che avrei esercitato, si sperava con responsabilità, il mio diritto di voto.

Arrivato a Firenze m’incamminai verso la scuola, una scuola Pia e Fiorentina dove fui accolto in un chiostro. Un impiegato scorreva una lista scritta, più che altro, a mano e trovò il signor Diterrizzi (-Possiamo correggere, per favore?) Pierfrancesco (come sopra) che veniva dal Liceo Ginnasio di Pordenone (-Abbia pazienza, non c’è il nome del Suo Liceo. -E infatti. Liceo Ginnasio Statale di Pordenone, senza nome.) E tra Petrarchi e Danti e Parini e Machiavelli, così stava incantucciato il mio liceo sconosciuto e anonimo.

Dal chiostro, mi spostai verso la pensione dov’ero ero alloggiato, facendo il tratto di strada con due altri partecipanti al Certamen. Loro erano di Reggio Calabria e citavano ad ogni istante Alfieri, anzi erano venuti a Firenze soprattutto per quello e per andare subito ad omaggiarlo in Santa Croce. Erano i primi concorrenti al Certamen che incontravo, e mi dissi che, fossero stati tutti così, potevo starmene ben fresco.

La pensione dava su Ponte Vecchio, che, assolato e pieno di turisti com’era, riverberava il suo color mattone nel pomeriggio fiorentino. Dentro, il luogo era un intrico di cunicoli che davano su stanze e stanzette. Quella cui giunsi alfine dava su un vicoletto oscuro, che si chiamava via dei Georgofili: e dieci anni dopo il vicoletto sarebbe, da oscuro, diventato cupamente famoso, per motivi ben diversi dalla sua quiete da stradina di mero passaggio. Il mio compagno di stanza veniva dalla Puglia e si chiamava Carlomagno (di cognome), e stava riorganizzando in fretta la preparazione per l’esame di maturità, avendo scommesso tutto sulla seconda materia, che poi non era uscita. L’elenco dei libri che andava leggendo mi sgomentava.

Frastornato da tante e divergenti bravure, uscii e tornai al sole di quel sabato, dirigendosi verso Giunti-Marzocco, segnalatami come libreria imperdibile dal mio professore d’italiano, Carlo Vurachi.

Lo era. La sezione dedicata ai classici ospitava uno dietro l’altro, talora intonsi, alcuni dei libri di cui avevo gustato solo brevi frammenti antologici nei miei manuali. Me ne tornai con “Miti e coscienza del Decadentismo italiano” di Salinari, che a cena (la solita cena da gita scolastica: pollo simillessato e patatine similfritte) diede origine a una breve discussione tra il mio compagno di stanza ed un liceale milanese (era proprio giusto derubricare a “mito” nel senso riduttivo che Salinari gli attribuiva uno come Pascoli? Ennó…io continuavo a sbigottire).

Insomma, la sera continuò e si parlò pure d’altro, con l’arrivo di altri studenti dai licei coi nomi sonori ed altre storie di studi, di ubbie e di talenti, ed io non sbigottivo più, erano tutti bravi e c’era un sacco di cose da imparare. La sala di quel desco inadeguato in quella pensione labirintica si ravvivò e ci fu possibile meglio gustare quello che avevamo alle spalle: un affaccio, meraviglioso, sul Ponte Vecchio. Un affaccio chesarebbe diventato famoso grazie al film di Ivory, qualche anno dopo.

Ma non era ancora il momento, di questo, e di tutte le bellezze e le brutture pubbliche e private che vennero. Era una sera d’aprile, e l’unica cosa che ancora sapevo era che venivo dal Liceo, senza nome, di Pordenone.
Raramente di me ho saputo così tanto; così bene.

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