breve nota su semplice e complesso

Durante questi giorni, mi è occorso, in situazioni tra loro molto diverse, di parlare, o sentir parlare, di semplicità e complessità, come fossero degli opposti.
L’etimologia, a seguirla, al proposito risulta, in realtà,disarmante. “Semplice” rimanda sl latino simplex, formato dalla radice *plek (greco: piegare) e dal prefisso *sin, che rimanda al greco *hama ( con l’aspirazione iniziale per caduta di sigma), il cui significato è quello dell’unità, della simultaneità: insomma, “semplice” è uno che tiene insieme le cose che magari erano spiegazzate.
“Complesso” deriva dal latino complexus, a sua volta derivato dal verbo complector (con il prefisso cum, che vuol dire “insieme”), e che in effetti significa “abbracciare”.

Semplice non è spontaneo, né facile (tendere una piega, cioè stirare, di sicuro non lo è), e complesso non è involuto, o artificioso (tendendo a tenere insieme, non a moltiplicare fronzoli).

Insomma, il semplice tiene in unità, il complesso abbraccia.

Annunci

dodici dicembre

Mio padre era un ottimo stopper (prima che arrivassero i “centrali”), capitano delle giovanili del nerazzurro e stellato Bisceglie (squadra di piedi buoni, dai racconti che ho sentito: io l’ho visto giocare a quarant’anni nelle sfide coi Carabinieri, e da fermo, per puro senso della posizione, aveva la meglio su attaccanti molto più giovani). Aveva anche fatto qualche apparizione in prima squadra, ma a vent’anni, come tanti ragazzi della sua età e delle sue parti, si era arruolato, in Polizia. Alle Fiamme Oro il suo sport (il calcio appunto) non c’era, allora si era impegnato (con buoni risultati) nella lotta grecoromana, ma poi, gli anni erano quelli che erano, c’era bisogno che i giovani meridionali arruolati in Polizia andassero a Nord.

Nord fu, per mio padre, il Reparto Mobile di Vicenza, il che volle dire l’Alto Adige (o se volete SudTirol) e gli attentati alle centrali elettriche, con conseguente piantonamento delle stesse: e subito dopo, il Vajont. Dentro questo, anche, la sua vita quotidiana, e quindi, soprattutto, l’incontro con la mamma, sennò mica starei a scrivere ora.

Poi, Milano.

Milano: la banda Cavallero e il piantonamento capillare a tutte le banche, quindi, l’autunno caldo, che non fu solo autunno, e non fu solo un autunno.

Milano: tanti, tanti servizi di ordine pubblico; giornate a disposizione, in caserma, per gli interventi.
Dentro questo, i primi miei ricordi, tutti diversi da quelli di papà, perchè naturalmente i figli hanno un’altra storia: la nascita mio fratello, l’asilo vicino a casa, le carrozze in legno del filobus, le “mantovane” del forno dell’angolo, i giocattoli della Rinascente, la Fiera campionaria, il pattinaggio su ghiaccio al Palalido, la cioccolata svizzera.

Finché un giorno capitò che pure io entrassi, per un breve momento, nella vita adulta dei miei genitori, nel loro mondo. E’ il ricordo netto, nitido, germinale, di mia madre preoccupata e scostante e taciturna per un motivo palesemente “da grandi”, che non aveva a che vedere con le mie marachelle (si può usare ancora questo bel termine?), in una sera cupa di dicembre, perché papà era stato chiamato per un servizio grosso, per una cosa tremenda che era successa, peggiore di quante cosa peggiori si erano immaginate e temute in quei tempi che erano quelli della mia infanzia, ma che erano anche tremendi.
Era il dodici dicembre del millenovecentosessantanove.
A Milano.