quattro passi nella costruzione della socialità

Attraversare la “mia” scuola (quella della quale, giusta un’espressione latina esattissima, sono Dirigente pro tempore) significa muoversi lungo tre edifici, collegati tra di loro da due piccoli cortili.

Mi piace muovermi in questi spazi la mattina presto, quando non c’è ancora nessuno.  Ma è più bello muoversi qui dopo, quando cominciano ad arrivare insegnanti e studenti. Arrivano, si aggregano, iniziano a chiacchierare, poi, secondo ritmi loro o secondo il suono delle campanelle, salgono nelle classi, nei laboratori. Lasciano vuoti i corridoi.

I giorni, sono quelli che sono, in Italia, oggi. Come che vada, decisivi, ad ogni modo, per questo angolo di mondo. Angolino sempre più -ino, ma angolino dove si muove la vita che vivo. Vent’anni fa, ne avevo meno di trenta, e ci furono giorni decisivi, che in effetti decisero molto della mia età adulta. Questi di adesso decideranno l’età verso la mia vecchiaia, immagino; soprattutto, gli anni che accompagnano l’arrivo tra gli adulti dei “miei” studenti. E dei miei figli.

Si parla molto, e giustamente, di tutti i “patti” fondativi, scritti e no, del nostro vivere civile, che si sono deteriorati o sfaldati. Di quelli da riscrivere. Ogni mattina, in mezzo ai corridoi, entrando nelle aule, attraversando i cortili, sento di stare in un posto quanto si voglia complicato, mal raccontato, affaticato -sì, certo-: ma un posto dove ogni mattina si fonda e si vive -con tutte la fatiche del caso- il patto della socialità.

La scuola.

 

 

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