Odisseo, il primo della classe, il sorriso del Cheshire

Cosa succede, dopo che hai imparato qualcosa?

Cosa ti succede, per essere più precisi.

Molto spesso, ti viene voglia di insegnare.

E tra ieri e oggi ho visto in televisione alcune persone, di grande spicco istituzionale, che volevano insegnare qualcosa. Non a me in particolare, agli Italiani in generale.

Bello, ho pensato.

Ma con i loro volti tirati e curati, i loro volti tirati e curati che erano anche sorridenti (ma il sorriso era quello di un gattone del Cheshire un po’ più cinico di quello del cartone animato) quello che insegnavano -mi è parso- lo hanno collocato dentro una cornice narrativa che mica tanto mi ha convinto. E che mi ha fatto dispiacere, per un ricordo personale.

La cornice, era l’insegnamento di Odisseo, dopo che è uscito dalla caverna del Ciclope. L’ha scampata bella, e per scamparla c’è voluta, eccome, la sua intelligenza. E che ti va a fare? Si mette a prendere in giro il Ciclope, mette il suo copyright sull’inganno, e vince due premi in cambio: l’ira di Poseidone -questo lo sappiamo tutti-, ed anche la disfatta per tutti gli altri suoi compagni di viaggio.

Eh sì. A lui potrà andare di male in malissimo, di qui in avanti, ma Odisseo è Odisseo, suvvia, è razza padrona come si dice oggi, sta nei patti narrativi che dietro il più malissimo del malissimo dopo ci sarà un finale scoppiettante. Ma gli altri? I suoi compagni, le pagheranno, le sbruffonate del primo della classe.  Avesse fatto tutto lui, poi. Ma a scheggiare il palo, ad affumicarlo, a tenere a bada il Ciclope, a correre il rischio di farsi mangiare (e ad essere mangiati ogni tanto), chi ci ha pensato? Mica il primo della classe da solo, eh. Da solo era ancora nella caverna, anzi. Prima o poi Polifemo se lo mangiava.

Ed ora il ricordo personale. Sono sempre stato, nella mia carriera scolastica, il fottutissimo-primo-della-classe (non mi è servito a granché). E come i/le portatori/portatrici di carica istituzionale e di sorriso del Cheshire, ho sogghignato una volta sul fatto che io avessi capito una spiegazione della mia maestra, i miei compagni no. Ho sogghignato e ho pensato: cari compagni di classe, dovete imparare che…

…ma non ho finito il pensiero. La mia maestra, con la ferma gentilezza dei maestri che guardano tutta la classe (ricordatevelo, cari sodali primi della classe: per quanti fichi noi siamo, il maestro la maestra il prof la prof vede tutta, tutta la classe), ha detto le parole che mi sono venute in mente ieri e oggi (visto, Maestra Conforti, che ho imparato? grazie!):

“Bravo. Allora, adesso, spiegala bene tu, la lezione, e fai in modo che tutti la  sappiano bene”.

Ecco, appunto.

 

 

 

 

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Il sottoscala

Una cosa, dicevo ieri ai miei allievi di terza Liceo, Zeno Cosini non vuole che gli si dica, una cosa che capiscono bene sua cognata Ada, il dottor S. ed anche, ovviamente, Zeno stesso,
quando si chiede se lui sia buono o cattivo (salvo che, poi, dalla domanda riesce a scantonare). Zeno non vuole che gli si dica che dentro di lui sta pure l’odio, altro che storie. Ma lui nega, fosse riuscito a non farlo, sarebbe guarito (la guarigione alla vita, qualunque cosa sia, ha a che fare col dare uno sguardo al proprio sottoscala). E insomma, mi dico, dove sta il mio, di sottoscala, il nostro, della benedetta societa’ civile, guardato il quale si possa ripartire, senza continuare a raccontarsi favole? Siamo ancora un Paese le cui squadre di calcio disdegnano l’Europa League, o Champions o niente, per dire, le favole appunto.