C. e la cura

Ho conosciuto C. al mio ultimo anno di corso all’Università: sono passati ventitré anni, dunque. Frequentava anche lui le lezioni del geniale e burbero Pier Franco Beatrice, col quale stavo preparando la tesi, e lo vedevo spesso nello scricchiolante stabile che ospitava il Dipartimento di Storia Medievale. Non eravamo in tanti (né alle burbere e geniali lezioni, né nel periclitante Dipartimento): insomma, facemmo conoscenza molto presto. Del resto, C. possedeva una caratteristica che attirava tutti quelli che gironzolavano da quelle parti: aveva un bel po’ di anni più di noi, gli studenti “regolari”. -Ho passato i quaranta- ci disse dopo una lezione, mentre stavamo commentandoi ragionamenti di Beatrice concernenti quosdam Platonicorum libros. Ed era pure di Pordenone, appresi subito dopo; anzi, viveva abbastanza vicino a casa dei miei.

Quell’anno C. venne a qualche lezione ancora; con regolarità, ogni settimana passava in Dipartimento a colloquiare col docente che gli aveva concesso la tesi. Dai brandelli di conversazione degli incontri fatti tra aule e biblioteche appresi che gli mancava un paio di esami per il completamento del libretto, e che aveva ripreso gli studi dopo un intervallo di parecchi anni. Da altri, e successivi, frammenti di discorso emersero schegge di storia sua: l’Università di fine anni Sessanta, l’impegno politico, una piega più personale di eventi successiva, cui si connetteva la lungaggine negli studi, che lo aveva portato ad assumere quell’aria di mitezza totalmente disinteressata che colpiva chiunque, a guardarlo, e che faceva ipotizzare una qualche forma di sua adesione monastica (il che non era: era vera, invece, come mi disse dopo che le conversazioni furono molte, una sua convinta vita di fede religiosa). C. veniva da un mondo adulto, da un mondo di scelte comunque fatte, di prezzi comunque pagati, ed era più indietro di me con gli esami. Non pensavo di potere avere con lui conversazioni più lunghe di quelle brevi che facevamo (i nostri mondi erano diversi, lo intuivo), ma quegli spicchi di parole erano sempre una sorpresa.

Negli anni a venire, ci siamo incrociati per le vie della nostra città: aggiornati -a schegge e frammenti, com’è ovvio- sulle  rispettive vicende. Lui, con un po’ di tempo, è arrivato a laurearsi, a cominciare da precario la vita dell’insegnante, poi la vita gli ha riservato una malattia tignosa, che si mangia la memoria delle parole e dei gesti. Me ne ha parlato, la prima volta che l’ho visto dopo che lei (la malattia) gli si è presentata, e, mite come sempre, mi ha detto determinato che non aveva nessuna intenzione di dargliela vinta, se lo doveva (aggiunse): -Devo tirare fuori il meglio, anche se quello che ho è poco. lo devo alla cura per l’umanità che porto in me -aggiungeva. Dopo di allora, ci siamo incontrati qualche altra volta; la malattia insiste, ma lui tiene duro, e quando ci salutiamo e compita il mio nome e quello dei miei figli, il sorriso di soddisfazione per la prova di memoria, che C. sfodera, mi riempie la giornata.

Stamane sono andato a pranzo dai miei genitori, ed ho incrociato C.  Era in scarpette da ginnastica, maglietta, e pantaloni della tuta. E correva. Correva tutto contenuto, contratto nei gesti, tirato a scatti verso il suolo dalla sua malattia, ma, inequivocabilmente correva, e sorrideva. -Continuo a prendermi cura, a tirare fuori il meglio, anche se è poco- mi ha detto, tutto sudato.

Hai ragione, C.

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