a proposito di omofobia…

Come mio piccolo contributo alla campagna contro l’omofobia, ripropongo questo mio antico pezzo, che sta qui:

Boas, Kroeber, Durkheim, Jauss e una conferenza in un giorno di scuola e magari qualcosa di simile all’amore (o forse sono io che interpreto)

Siamo fatti della combinazione di un numero tutto sommato piccolo di elementi. Siamo fatti della materia delle stelle, ma questo non vuol dire che la materia delle stelle ci spieghi; la biologia non è detto spieghi la società, l’ha già detto Kroeber.
Kroeber era un allievo di Boas, e come lui era più interessato al multiforme intrecciarsi dei testi culturali che alle spiegazioni sintetiche.
Penso queste cose, o questi pensieri mi visitano, o questi pensieri si producono dandomi l’illusione dell’io, mentre siamo in un auditorium, ad ascoltare una conferenza di fisica.
Mi sono seduto in fondo alla sala, nell’ultimo posto della fila.
So che nessuno mi siederà vicino, a meno che non si tratti di un, o una, collega.
Lo so perchè sono le 10 di mattina e io sono un insegnante e questa è una conferenza per i ragazzi e da che mondo è mondo non ci si siede, se non strettamente obbligati, accanto ad professore.
Me ne sto zitto ad ascoltare, e dopo un po’ vengo assorbito dall’ecosistema -insomma, i ragazzi che ho attorno cominciano a non registrare più la mia presenza aliena. Hanno stabilito come incapsularmi, tacitamente, com’è uso, da che branco è branco.
Il conferenziere comincia, è chiaro e didascalico e quindi, inevitabilmente, un po’ ripetitivo. E’ lontano sul palco, ma io annuso l’animale della mia risma, il collega docente; ne inquadro nel lessico la tendenza a mandare a mente dei pezzi di lezione -quelli cui più ci si affeziona- e la presenza di una moglie o compagna che cerca di arginare le piccole trascuratezze nell’accostare i vestiti. Ma qui tiro ad indovinare, colmo gli interstizi del testo con zeppe che dicono più di me che di lui. E’ la deriva dell’interpretazione, echeggerebbe qualcuno.
L’onda pulsante dei giovani ascoltatori mette in atto le proprie strategie adattive.
Alcuni ascoltano, sinceramente interessati.
Alcuni annuiscono silenziosi, sinceramente disinteressati.
Alcuni leggono dal libro, dagli appunti, spicchi di testi utili a compiti o interrogazioni delle prossime ore, o -i più previdenti- dei prossimi giorni.
Alcuni bisbigliano in silenzio.
Alcuni brandiscono i cellulari, in attesa di un sms, di una foto, del caricamento di un gioco; oppure semplicemente per non sentirsi soli.
Non sempre il messaggino atteso è quello che vorrebbero. Non sempre un testo si completa secondo le nostre aspettative, e Jauss ci dice che spesso è meglio così, che lo scarto è salutare. Che la frustrazione dell’attesa produce senso palpitante.
Siamo fatti della materia delle stelle, del lavorio epocale dell’universo che sminuzza e ricombina mattoncini di lego.
Qualcuno esce ogni tanto cauto lungo i corridoi dell’auditorium; in bagno, o fuori, a fumare. Pochi, però.
Davanti a me, una fila oltre, due mani si sfiorano. Le dita di una cominciaro a solleticare quelle dell’altra mano, che risponde alla stessa maniera. Le dita s’intrecciano. Si accarezzano; vengono avvolte nella carezza, palmo su dorso, dorso su palmo, delle altre due mani di chi dà volto a quelle mani.
Sono mani attive e quiete allo stesso tempo, procedono placide.
Sono le mani di due ragazze, che intrecciano una qualche storia che non so, e che nemmeno m’interessa ricondurre, come non interessava a Boas e a Kroeber, ad uno schema evolutivo (le storie di solito iniziano, culminano e finiscono, e saperlo cosa aggiunge?)- m’interessa questo intreccio che si dipana attivo e quieto, protetto dal calore del branco. Un branco che si comporta dunque secondo quella che Durkheim padre avrebbe chiamato solidarietà organica.
L’universo che forse ci consumerà, ma gli schemi biologici e fisici non spiegano le culture. Gli schemi testuali non spiegano quelle mani che s’intrecciano.
Esco. Oggi, come poche volte così mi è successo, voglio bene a questi ragazzi di questa scuola -dove insegno-, a questo mestiere impossibile.
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nella testa della stessa persona

(Ci abbiamo lavorato oggi, a lezione)

Tito Livio, in qualche modo forse imparentato con Ottaviano stesso, comincia la sua opera monumentale  dicendo(si): la storia di Roma è grande, le sue origini sono mitiche, pazienza se sono un po’ esagerate, Roma è la padrona del mondo e quindi si può concedere qualche esagerazione (e qui si capisce perché Machiavelli, a proposito dell’uso delle posizioni di forza, guardasse tanto a Livio).

Comunque, procede Livio, adesso vi racconterò una storia meravigliosa, con grandi e sobri inizi, all’insegna della povertà e della parsimonia; poi, poco a poco c’è stato un decadimento nel lusso, portato da fuori (e ci mancherebbe…), fino ai nostri tempi nei quali…nei quali…

….e ci aspetteremmo: nei quali è arrivato Ottaviano ed ha rimesso le cose a posto. E invece, no: nei quali, dice Livio, non siamo capaci nè di reggere ai mali, né di sopportarne i rimedi.

Però. Insomma, nella stessa testa, due codici culturali, in conflitto tra di loro. Da una parte, la propria formazione, di cittadino colto della res publica, che non può che interpretare come decadimento le guerre civili e le loro conseguenze (Ottaviano, insomma); dall’altra parte, l’automitologia di un presente sfacciato, vincente ma ancora in corso di costruzione, che, non potendo fare appello ad altro per giustificarsi, si richiama ai mitemi delle origini, al luogo insomma dove si fonda l’identità, da prendere come valore autosufficiente e liquidatore di ogni dubbio residuo.

Tutto nella testa di una stessa persona.

Come oggi.

ricordatelo, nina

Piazza Risorgimento. Pordenone. Poco prima delle due del pomeriggio.

Sedute ad una delle panchine-con-schienale della piazza, due donne: è una coppia anziana-badante dell’Est, una delle tante che s’incrociano per questa e altre piazze.

La signora più anziana è composta, in ordine, seduta appoggiata ad un bastone. Ascolta.

Ascolta l’altra, una signora sui trenta, che legge, in un italiano scandito a voce alta, con una musicalità che identifico per vicinoslava. Croata, direi.

Non vedo il titolo che la donna più giovane legge, però colgo (più o meno) una scheggia di lettura: “Voler possedere la persona amata è distruggere l’amore”. La giovane donna guarda l’altra. E lei, appoggiata al bastone, guarda un momento in avanti, da qualche parte, più nel tempo che in questo spazio. E dopo un po’ dice: “Vero. Ricordatelo, nina”.

Pordenone: per chi voto e perché

Per chi mi conosce non è chissà che novità, ma insomma, per ragioni fondamentalmente connesse all’andamento del lato naoniano di Facebook, mi è parso di raccontare la visione di città per la quale  ho deciso di condividere l’avventura di Claudio Pedrotti.

 

IL MOMENTO DI PROVARCI

Esco dalla cucina e trovo Benedetta già in salotto, fa il suo buffo (lo chiamo così perché in fondo è il mio) broncio davanti al suo tablet. Mi vede: -Sto rispondendo ad una commento di Laura sulla prima pagina del libro di Villalta, non sono mica tanto d’accordo con lei, intanto le scrivo e poi ne riparliamo a scuola, con lei e Costanza. Tu lo stati leggendo, no? Ma non ho letto tuoi commenti. Ci stai pensando su, come al solito? O ti sei dimenticato di scrivere, e non sarebbe una novità? -Ci sto pensando su, dai- le rispondo, quando mi lascia il modo di farlo, ed intanto entra in cucina Andrea, -Guarda qui, Sergiomi ha segnalato questo sito nuovo di inchieste civiche condivise, con le tag cloud che servono per l’affinamento dei temi cruciali, ne voglio parlare in classe. Guardo il suo tablet, intanto Daniela sta finendo di sistemare la presentazione di stamattina, va in un’azienda della zona del mobile a tenere un gruppo sugli scambi di saperi tra le generazioni. Usciamo, i due studenti di casa con le loro bici, io ad aspettare la navetta per il Centro Studi. Consulto intanto il portale civico…traffico regolare, un paio di offerte particolari nei negozi del centro, le ricerche di personale qualificato, i giudizi del pubblico sulle mostre in corso, i bandi per l’innovazione d’impresa in scadenza. Arriva la navetta, ci trovo i colleghi con i quali condivido il viaggio quasi ogni mattina, leggiamo e commentiamo le notizie del giorno. A scuola, lavoro con i miei allievi sul Somnium Scipionis di Cicerone. Ciascuno cerca sul Perseus Project i lemmi rilevanti, discutiamo insieme e e valutiamo quali proposte fare al sito della Tufts per i contributi dei lettori in merito alle interpretazioni sintattiche, cerchiamo riferimenti iconografici e tematici, lavoriamo su documenti collaborativi per riassumere gli argomenti fondamentali. Alla fine, controllo che il video della lezione sia caricato sul server della scuola, poi vado in aula insegnanti. Mi metto in videoconferenza col Consorzio Universitario e con alcuni colleghi delle scuole primarie, delle medie, delle altre scuole superiori, per discutere del progetto sulla storia e la memoria delle eccellenze nel lavoro nel nostro territorio. Una twittata di mio padre, m’informa che sul blog di quartiere stanno discutendo con l’assessore all’ambiente dei nuovi orari per la raccolta differenziata, mi dice che vorrebbe avviare un sondaggio e mi chiede qualche chiarimento tecnico, prima d’incontrare i ragazzi di Scienze Multimediali che stanno sviluppando un progetto di formazione per leoni della terza età come lui vogliosi di social network. -Senti- aggiunge -dirai che sono proprio vecchio, ma faccio ancora a fidarmi di questi cloud computer, che vuoi, sono affezionato ad avere in un mio disco fisso le mie cose. Ci salutiamo, esco, per la pausa pranzo vado in libreria. C’è lettura condivisa di Danubio di Claudio Magris, con i librai che poi si mettono a disposizione per scaricare gli ebook di Magris o per trovare le edizioni a stampa dei suoi libri, e per implementare il blog del gruppo di lettura. C’è Gianni, a presentare i testi di oggi, ha avuto Magris come docente, come al solito c’è un sacco di gente a sentire, suggerire, proporre, scaricare, comprare. Esco, il sole di questa primavera scalda piazza XX settembre. C’è l’ordinata confusione dei lavori in corso, stanno allestendo il palco e le postazioni per stasera e domani, c’è l’appuntamento di questo mese di scuola della città. I ragazzi delle start up d’impresa preparano i loro piccoli stand, in mezzo a tutti c’è l’ex sindaco Sergio, figurarsi se non torna a Pordenone per questi appuntamenti, quando può, e se non gironzola a chiedere impressioni e a dare consigli. Condividere narrazioni, il tema della scuola, con storie e progetti e visioni sui luoghi dello stare insieme a Pordenone, sui modi di condividere insieme e costruire Pordenone. C’è movimento di bambini, uomini e donne d’azienda, operai, artigiani, giovani e promettenti costruttori di concreti immaginari, l’ospite che viene è Martha Nussbaum, si è fatto a gara per avere l’onore d’intervistarla, e sul mio tablet continuo a vedere aggiornate le discussioni sui suoi libri, le messe a fuoco delle questioni, delle domande che possono cogliere un filo nuovo nella lettura della città. Mi raggiunge mia figlia. Proprio sotto la scalinata della biblioteca vediamo due ragazzi, lei e lui, un po’ spaesati, chiaro che non sono di qui. Mi avvicino a loro. Lui sta indicando a lei qualcuno, lei segue dubbiosa il suo indice. -May I help you? dico, e lui mi chiede -The man in the front of the theatre, Mr Pedrotti, isn’t he? -Pedrotti who?- rispondo sorridendo, e pure loro sorridono al ricordo dell’aneddoto sul modo con il quale il Sindaco della mia città di è presentato. Poi mi suona il telefono. E’ Daniela. -Abbiamo appuntamento davanti alla sede di Google Naonis, ti sei dimenticato? Mia figlia mi guarda. -Ti sei dimenticato, ancora? Ma vogliamo imparare? -Hai ragione. E’ il momento di provarci.

il meriggio di un sogno

Il giovane si accoccolò ai bordi dello specchio d’acqua, sentendo salire per la spina dorsale il calore profumato dell’erba inondata di sole. Era passato tanto tempo dall’altra volta che era stato lì, forse era lui stesso altra cosa. Il giovane fauno si guardò attorno, e tra gli alberi che incorniciavano lo stagno cominciò a distinguere tutti quelli che lo avevano accompagnato da allora. Quelli che gli avevno mostrato amicizia, quelli cui lui l’aveva mostrata. Quelli che gli avevano reso favori, quelli cui lui ne aveva fatti. Quelli che avevano sognato per lui, quelli cui lui aveva insegnato a sognare. Quante cose avevano costruito insieme! Quante ne avevano, da raccontare. Grato, si avvicinò alla prima figura, un amico carissimo e antichissimo, partecipe di gioie dolori e segreti. “Racconta, amico, raccontiamo insieme ciò di cui fummo partecipi.” Ma quello, muto, inespressivo, si manteneva fermo. Il giovane ne fu sorpreso. Si volse allora ad una sicura amica, preziosa portatrice del punto di vista a lui ignoto di chi è donna, e le si rivolse: “Tu, amica, racconta partecipe ciò che sapesti spiegarmi”. Anche lei restò ferma. E fermi gli parvero tutti, lì, di fronte a lui. “Amici, vi prego! Raccontate, dite, mostrate, partecipate!”. Le tempie gli plulsavano, alzò la voce. “Dite qualcosa” e allora, forse di lì, forse dal fondo di un ricordo, s’alzò un mormorio “…osa…osa…”. Riprovò: “Perché tacete? Cosa vi ho fatto'” ed ancora, chissà da dove, “..atto….atto…” Fu attraversato da un dubbio.Gettò, timoroso e memore, uno sguardo nell’acqua, e si vide. Fose, nche, si conobbe. E tornò a guardare verso gli alberi, verso gli altri. E non vide niente.