Il colloquio dell’esame “di maturità”

Una delle novità più evidenziate a proposito dell’Esame di Stato per le scuole secondarie di secondo grado riguarda le modalità di svolgimento del colloquio. In senso stretto, la novità, rispetto al quadro normativo, è da circoscrivere alla modalità con la quale la Commissione propone al candidato una parte del colloquio, come vedremo. Ma partiamo dai testi.

La sezione del Decreto ministeriale  del 18 gennaio che riguarda il colloquio è costituita dall’articolo 2, in particolare dai commi 1-5. Riporto tutto il testo di seguito, evidenziando in grassetto le parti sulle quali torneremo.

1.Il colloquio è disciplinato dall’articolo 17, comma 9, del decreto legislativo 13 aprile 2017, n.62, e ha la finalità di accertare il conseguimento del profilo educativo, culturale e professionale della studentessa o dello studente. A tal fine, la commissione propone al candidato, secondo le modalità specificate nei commi seguenti, di analizzare testi, documenti, esperienze, progetti e problemi per verificare l’acquisizione dei contenuti e dei metodi propri delle singole discipline, nonché la capacità di utilizzare le conoscenze acquisite e metterle in relazione per argomentare in maniera critica e personale, utilizzando anche la lingua straniera. Nell’ambito del colloquio, il candidato interno espone, mediante una breve relazione e/o un elaborato multimediale, le esperienze svolte nell’ambito dei percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento, previsti dal decreto legislativo 15 aprile 2005, n. 77, e così rinominati dall’articolo 1, comma 784, della legge 30 dicembre 2018, n. 145. Nella relazione e/o nell’elaborato, il candidato, oltre a illustrare natura e caratteristiche delle attività svolte e a correlarle alle competenze specifiche e trasversali acquisite, sviluppa una riflessione in un’ ottica orientativa sulla significatività e sulla ricaduta di tali attività sulle opportunità di studio e/o di lavoro post-diploma. Per il candidato esterno, la commissione tiene conto anche delle eventuali esperienze di cui sopra o ad esse assimilabili che il candidato può presentare attraverso una breve relazione e/o un elaborato multimediale. Parte del colloquio è inoltre dedicata alle attività, ai percorsi e ai progetti svolti nell’ambito di «Cittadinanza e Costituzione», inseriti nel curriculum scolastico secondo quanto previsto all’articolo 1 del decreto legge 1 settembre 2008, n.137, convertito con modificazioni dalla legge 30 ottobre 2008, n.169, illustrati nel documento del consiglio di classe e realizzati in coerenza con gli obiettivi del PTOF.
2. Il colloquio si svolge a partire dai materiali di cui al comma 1 scelti dalla commissione, attinenti alle Indicazioni nazionali per i Licei e alle Linee guida per gli istituti tecnici e professionali, in un’unica soluzione temporale e alla presenza dell’intera commissione. La commissione cura l’equilibrata articolazione e durata delle fasi del colloquio e il coinvolgimento delle diverse discipline, evitando però una rigida distinzione tra le stesse. Affinché tale coinvolgimento sia quanto più possibile ampio, i commissari interni ed esterni conducono l’esame in tutte le discipline per le quali hanno titolo secondo la normativa vigente, anche relativamente alla discussione degli elaborati relativi alle prove scritte.
3. La scelta da parte della commissione dei materiali di cui al comma 1 da proporre al candidato ha l’obiettivo di favorire la trattazione dei nodi concettuali caratterizzanti le diverse discipline. Nella predisposizione degli stessi materiali, da cui si sviluppa il colloquio, la commissione tiene conto del percorso didattico effettivamente svolto, in coerenza con il documento di ciascun consiglio di classe, al fine di considerare le metodologie adottate, i progetti e le esperienze svolte, sempre nel rispetto delle Indicazioni nazionali e delle Linee guida.
4. Per quanto concerne le conoscenze e le competenze della disciplina non linguistica (DNL) veicolata in lingua straniera attraverso la metodologia CLIL, il colloquio può accertarle in lingua straniera qualora il docente della disciplina coinvolta faccia parte della commissione di esame in qualità di membro interno.
5. La commissione d’esame dedica un’apposita sessione alla preparazione del colloquio. Nel corso di tale sessione, la commissione provvede per ogni classe, in coerenza con il percorso didattico illustrato nel documento del consiglio di classe, alla predisposizione dei materiali di cui al comma 1 da proporre in numero pari a quello dei candidati da esaminare nella classe/commissione aumentato di due. Il giorno della prova orale il candidato sorteggerà i materiali sulla base dei quali verrà condotto il colloquio. Le modalità di sorteggio saranno previste in modo da evitare la riproposizione degli stessi materiali a diversi candidati.

I riferimenti normativi

Vediamo di seguito quali siano i riferimenti normativi sui quali è impostata la modalità di proposizione degli argomenti da parte della Commissione, cioè l’elemento che è stato percepito come la maggiore novità.

La struttura dell’orale è fondata, come il Decreto afferma, sull’articolo 17, comma 9, del D.Lgs. 62/2017. Andiamolo a leggere:

Il colloquio ha la finalità di accertare il conseguimento del profilo culturale, educativo e professionale della studentessa o dello studente. A tal fine la commissione, tenendo conto anche di quanto previsto dall’articolo 1, comma 30, della legge 13 luglio 2015, n. 107, propone al candidato di analizzare testi, documenti, esperienze, progetti, problemi per verificare l’acquisizione dei contenuti e dei metodi propri delle singole discipline, la capacità di utilizzare le conoscenze acquisite e di collegarle per argomentare in maniera critica e personale anche utilizzando la lingua straniera. Nell’ambito del colloquio il candidato espone, mediante una breve relazione e/o un elaborato multimediale, l’esperienza di alternanza scuola-lavoro svolta nel percorso di studi. Per i candidati esterni la relazione o l’elaborato hanno ad oggetto l’attività di cui all’articolo 14, comma 3, ultimo periodo. 10. Il colloquio accerta altresì le conoscenze e competenze maturate dal candidato nell’ambito delle attività relative a «Cittadinanza e Costituzione», fermo quanto previsto all’articolo 1 del decreto-legge 1° settembre 2008, n. 137, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2008, n. 169 e recepiti nel documento del consiglio di classe di cui al comma 1.

Come si vede, per quello che riguarda la proposta di testi, documenti, esperienze, progetti e problemi c’è un ulteriore rimando, al comma 30 della legge 107/2015. Andiamo a leggere:

Nell’ambito dell’esame di Stato conclusivo dei percorsi di istruzione secondaria di secondo grado, nello svolgimento dei colloqui la commissione d’esame tiene conto del curriculum dello studente. 

In realtà, però, c’è un altro rimando. Basti prendere l’Ordinanza Ministeriale che, annualmente, regola lo svolgimento degli esami. Leggiamo l’ultima, la 350 del 2018

Art. 21 Colloquio
1. Il colloquio tende ad accertare la padronanza della lingua, la capacità di utilizzare le conoscenze acquisite, di collegarle nell’argomentazione e di discutere ed approfondire sotto vari profili i diversi argomenti. Esso si svolge su temi di interesse multidisciplinare, attinenti alle Indicazioni Nazionali per i Licei e alle Linee guida per gli istituti tecnici e professionali, relativi alle Indicazioni Nazionali e alle Linee Guida e al lavoro didattico dell’ultimo anno di corso. Il colloquio si svolge in un’unica soluzione temporale, alla presenza dell’intera commissione. Non possono sostenere il colloquio più candidati contemporaneamente. 32 2. Il colloquio ha inizio con un argomento disciplinare o pluridisciplinare, scelto dal candidato, anche riferito ad attività o esperienze attuate durante l’ultimo anno del corso di studi secondo quanto previsto dal precedente articolo 14, comma 4. Preponderante rilievo deve essere riservato alla prosecuzione del colloquio, che, in conformità dell’articolo 1, capoverso articolo 3-comma 4, della legge 11 gennaio 2007, n. 1, deve vertere su argomenti di interesse multidisciplinare e con riferimento costante e rigoroso al lavoro didattico realizzato nella classe durante l’ultimo anno di corso. Gli argomenti possono essere introdotti mediante la proposta di un testo, di un documento, di un progetto o di altra questione di cui il candidato individua le componenti culturali, approfondendole. È d’obbligo, inoltre, provvedere alla discussione degli elaborati relativi alle prove scritte.

Come si vede, si richiama l’articolo 3, comma 4 della legge 1/2007, che recita così:

Il colloquio si svolge su argomenti di interesse multidisciplinare attinenti ai programmi e al lavoro didattico dell’ultimo anno di corso.

Riassumendo

Sul fondamento della legge 1/2007, le Ordinanze Ministeriali che si sono annualmente ripetute hanno indicato, per il colloquio, la possibilità d’introdurre argomenti mediante la proposta di un testo, di un documento, di un progetto o di un’altra questione, perché il candidato ne individui e approfondisca le componenti culturali. Il D.Lgs 62/2017, interpretando l’indicazione della legge 107/2015, attribuisce alla Commissione d’esame il compito di proporre al candidato di analizzare testi, documenti, esperienze, progetti, problemi. Il Decreto Ministeriale del 18 gennaio 2019 recepisce alla lettera l’indicazione del D.Lgs 62/2017.

Come si articola il colloquio?

Il Colloquio avrà quindi questa articolazione:

a. l’argomento proposto dalla Commissione, sotto forma dei materiali, precedentemente selezionati dalla Commissione stessa in un’apposita riunione, coerenti con il “documento del 15 maggio”. Il candidato sorteggia i materiali;

b. l’esposizione, mediante relazione e/o materiale multimediale, dell’esperienza nell’ambito di quella che si chiamava “alternanza scuola lavoro” e che ora diventa “percorsi per le esperienze trasversali e l’orientamento”;

c. i progetti ed i percorsi, indicati nel “documento del 15 maggio”, su “Cittadinanza e Costituzione”.

 

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Non basta la versione (extended)

[Questa mattina, su edscuola ho pubblicato alcune note sulla nuova prova mista di greco-latino per l’esame di Stato (o, come piace ancora a molti dire, di “maturità”): le riprendo e le approfondisco.]

Con la proclamazione, nella diretta Facebook del Ministro Bussetti, delle materie oggetto della seconda prova scritta, si presenta una nuova occasione mediatica per accorgersi che l’esame di Stato del secondo ciclo è cambiato in alcune parti fondamentali, e per dare evidenza ad alcuni di questi cambiamenti. Il Decreto del Ministro, che ha accompagnato l’annuncio, introduce importanti e nuove modifiche per la conduzione dell’orale; erano già previsti, invece, i cambiamenti nella prima prova scritta, quella d’italiano, e quelli riguardanti la seconda prova scritta.

Vorrei dire, prendendola forse alla lontana, due parole sulla seconda prova scritta per il Liceo classico.

Che la versione di un brano, scelto in piena arbitrarietà e senza alcuna forma di contestualizzazione, fosse il modo migliore per dar conto del percorso di formazione liceale nella conoscenza della lingua greca e latina, la scuola italiana se lo è chiesto da parecchio tempo: una domanda, del resto, connessa con le stesse caratteristiche dei percorsi formativi, segnati da ore e ore di grammatica prescrittiva al biennio iniziale e dal rito della versione per casa al triennio (cui si aggiungevano le ore dedicate ai testi letterari, gli “autori”). Due piccoli esempi personali: mi è capitato due volte che mi siano state richieste prestazioni più articolate della versione, e -non per caso- si è trattato anche delle occasioni più importanti, per varie ragioni e in diverse stagioni. La prima volta è stata – ero studente all’ultimo anno del Liceo – al Certamen Classicum Florentinum, quando, oltre che la traduzione dal greco al latino, svolsi anche un libero commento al testo; la seconda volta, qualche anno più tardi, fu al concorso ordinario, dove pure mi fu chiesta la versione dal greco al latino con commento, e, per latino, una traduzione con commento. In entrambi i casi qualcuno supponeva che ci fosse da andare oltre la traduzione, per vedere cosa effettivamente sapessi dei testi che mi venivano proposti.

Nei miei primi anni d’insegnamento, poi, nell’ambito dell’insieme di sperimentazioni “Brocca” per i Licei classici (argomento, quella stagione di sperimentazioni al Classico, che meriterebbe riflessioni a sé stanti), la seconda prova scritta dell’esame (prima della riforma del 1998/99), molto cautamente peraltro, prevedeva una sezione (aggiuntiva) di commento, oltre alla versione. Non si è andati più in là, però, mentre nel frattempo tante cose sono cambiate. Nella pratica didattica, la necessità di pensare ad un curricolo quinquennale nel percorso sulle lingue classiche è andata insieme con la possibilità di costruire percorsi fondati su presupposti diversi rispetto alle grammatiche prescrittive (anche se in questo senso c’è tantissimo da fare, ed è un tantissimo che consentirebbe di ravvivare i percorsi formativi alla luce dei risultati della ricerca linguistica: su questo mi permetto di rimandare ad una mia esperienza didattica ispirata da un lavoro di Renato Oniga); le Indicazioni nazionali del 2010 hanno poi dato una cornice di riferimento condiviso al ripensamento del percorso quinquennale in latino e greco. In tutto questo, negli ultimi anni si sono moltiplicate le possibilità di lavoro, ma anche quelle di scorciatoia (alzi la mano chi non ha visto passare su Whatsapp o altri social le traduzioni delle “versioni per casa”) legate alle nuove tecnologie.

Ma la versione, lei, è sempre rimasta: più o meno lunga, più o meno di autore noto, più o meno difficile.

Fino ad oggi, almeno: perché a giugno ci sarà la nuova prova, che mediaticamente è definita “mista”, e che potremmo definire “traduzione con contestualizzazione”. A tal riguardo, alcuni primi esempi sono stati forniti dal Ministero a dicembre. Vediamoli.

La prima traccia è di greco-latino: in greco, dunque, il testo da tradurre ed in latino (con traduzione in calce) il testo del secondo. Il teso greco è preso dal trattato, attribuito a Plutarco, Sull’educazione dei figli; quello latino è un passo della Lettera 9 a Lucilio di Seneca.

Il testo greco è preceduto da alcune brevi annotazioni sull’opera e l’autore. Il passo da tradurre è preceduto e seguito dalla traduzione italiana di quelli che sono chiamati “pre-testo” e “post-testo”, che servono alla sua contestualizzazione. Le righe da tradurre sono poco più di 9 e richiedono un certo impegno specialmente in ambito sintattico.

A seguire, è fornito in originale e poi in traduzione italiana il testo di confronto.

Vengono infine i tre quesiti, per i quali si chiede uno sviluppo di 10/12 righe ciascuno (o 30/36, se rifusi in un’unica trattazione): il primo detto di “comprensione/interpretazione” (un confronto sul tema “frasi esemplari” dei due testi); il secondo di “analisi linguistica e/o stilistica” (quesito generico sulle modalità di narrazione, per il quale vengono forniti alcuni spunti di sviluppo); il terzo, di “approfondimento e riflessioni personali” (a partire dal lessico della serenità).

I tre quesiti sono proposti sul modello di tracce di riflessione sui brani degli autori, che accompagnano i libri di testo in adozione nei Licei: rileviamo che essi puntano su aspetti complessivi d’interpretazione, con qualche elemento più puntuale richiesto in ambito lessicale e (volendo) retorico, ma senza particolare approfondimento sulle questioni sintattiche del passo attribuito a Plutarco.

La seconda traccia è di latino-greco, e non ne abbiamo da dir molto, perché si tratta degli stessi testi di cui si è discusso sopra, solo che qui il passo da tradurre è quello di Seneca. Diciamo solo che il testo da tradurre è di 9 righe, è preceduto da alcune informazioni sull’opera (peraltro una delle più note di un autore cui molto tempo è dedicato nell’ultimo anno di corso) ed è seguito dalla traduzione in italiano della sua continuazione. Aggiungiamo che, nel complesso, si tratta di un testo di un certo impegno sintattico.

Riassumendo: questa traccia mista, per svolgere la quale sono assegnate sei ore (e non più quattro) si compone di:

a) sezioni d’inquadramento iniziale e finale del testo;

b) un testo da tradurre, lungo circa la metà delle tradizionali versioni d’esame;

c) un testo dell’altra lingua, in originale e con traduzione;

d) quesiti di comprensione, analisi e interpretazione personale.

E dunque? Si può dire che le varie sezioni di cui si compone la “nuova” prova permettono di disporre di più indicatori di competenze, linguistiche e non solo, valutabili e, soprattutto, valorizzabili, rispetto alla tradizionale versione. I tre quesiti, in particolare, possono consentire anche a chi non abbia reso puntualmente il testo di dare ragione di alcune sue caratteristiche, di contenuto e di stile. Aggiungiamo che la traduzione stessa, attraverso lo sviluppo dei quesiti di riflessione e commento, può diventare oggetto di un pensiero ulteriore da parte dello studente. Abbiamo notato anzi come manchino quesiti specificamente linguistici, che potrebbero risultare utili per aiutare lo studente a focalizzare meglio il suo lavoro sul testo.

Diciamo dunque che la prova, così congegnata, mette meglio in evidenza i fattori che caratterizzano il curricolo sui testi di uno studente di Liceo classico. Rimane, certo, intatta la questione del modo con cui far meglio incontrare i frutti della linguistica contemporanea anche con il percorso liceale sugli studi classici. Ma il passo in avanti è evidente.

Luigi, la diastole e la sistole (un racconto per il cambio d’anno)

Luigi si è destato.

Fuori, buio, notte fonda. Luigi si è svegliato mentre nel suo sonno leggero gli sembrava di aver compreso qualcosa d’importante a proposito della cattiveria. Luigi accende la luce, cerca le ciabatte, si alza e va in bagno, passa in cucina e beve un bicchiere d’acqua, e ancora gli resta quell’impressione. Non si chiede perché la cattiveria, e non altro. Torna a letto, cerca di riafferrare il quel sonno leggero, caso mai gli rivelasse qualcosa.

Poi si addormenta.

E poi, qualche ora dopo, si sveglia.

Oggi è giorno di vacanza, Luigi fa le cose della sua vita, le solite cose che fa in giorni come questo, e si dice che tornerà a pensare a quello che gli pare di avere compreso prima di cena, quando sarà solo a casa.

E così fa, quando la sera, come che sia, in capo alla giornata che è stata come è stata, è arrivata.

Luigi pensa che la cattiveria è un argomento su cui ha poco riflettuto, nella sua vita (e qualche anno Luigi ce l’ha).

Luigi ha riflettuto sul senso di colpa, in più di un’occasione. Ha riflettuto perché gli è successo di sentirsi in colpa, per qualcosa, o di fronte a qualcuno: per azioni, od omissioni. Alcune di queste azioni, ed omissioni, possono essere definite cattive, ma non tutte: Luigi ha avvertito colpa, per cose fatte, o non fatte, di certo non improntate a malizia. Luigi pensa che per la questione dei sensi di colpa ci sono persone in gamba, che hanno studiato come si conviene, e per anni, questa cosa.

Luigi ha ricevuto un’educazione cattolica -non ci chiediamo qui cosa ne sia, di questa sua educazione. Luigi comunque sa qualcosa del peccato, ha fatto per anni l’esame di coscienza, prima della confessione, ed i peccati che gli vengono in mente hanno per lo più a che fare col sesso, ma non sa dire come stia la faccenda tra il peccato e la cattiveria, non gli pare siano la stessa cosa: almeno, non proprio, non esattamente la stessa cosa; il peccato accade, la cattiveria, pensa Luigi, è una tonalità costante, che accompagna ogni azione.

Luigi ha compiuto studi filosofici, pertanto tiene in mente alcuni testi dell’etica, soprattutto quella classica, coi quali, per come ha potuto, si è confrontato in anni passati, riflettendo sull’agire umano, in generale, e qualche volta, con modesti esiti, sul proprio. Gli torna in mente soprattutto l’Etica a Nicomaco di Aristotele, che peraltro parla più della virtù, l’aretè, che della cattiveria, la kakòtes. Aristotele sbriga la questione dicendo che la virtù è una disposizione che l’uomo apprende facendo, e facendo, e continuando a fare, azione buone, e questo apprendimento Aristotele chiama exis, che deriva dal verbo echo, che vuol dire “avere”: insomma, la virtù è qualcosa che tieni, ed i latini hanno tradotto questa cosa con habitus.

Luigi pensa che questo Aristotele gli torni buono, anche se la cosa che ha capito stanotte, a proposito della cattiveria, è un po’ diversa.

A Luigi è parso questo, dentro il suo sonno leggero: che la cattiveria sia non un abito, ma una nervatura, che attraversa tutto il corpo, si avverte nelle mani, nelle braccia, nelle gambe e nella pancia; Luigi l’ha sentita, questa tensione di nervi, che con la testa ha poco o nulla a che fare -ma anche la testa, è parso a Luigi, ha poco o niente a che farci. Luigi ha sentito che il groviglio di questa nervatura converge verso un centro, e questo centro è il suo cuore, duro e pesante come un pugno. Luigi può dire che la cattiveria, per come l’ha conosciuta in sé durante il sonno, è una contrazione delle membra e del cuore. In questo senso, si dice Luigi, la cattiveria è exis: non perché la tengo, ma perché, in realtà, mi tiene, m’impalca.

Mentre pensa queste cose, Luigi è seduto sul divano. Luigi non pensa queste cose tutte in una volta, è arrivato a mettere insieme la sua riflessione con parecchie pause, dovute all’accendere e spegnere la televisione, al controllare le mail, allo sbirciare Whatsapp, allo scorrere Facebook, all’andare a far pipì. Luigi sa che il meglio, delle sue capacità intellettuali, lo ha già dato -cosa abbia fatto di queste capacità, non ci chiediamo qui-, e accetta con pazienza che i pensieri s’inceppino, che il loro corso divaghi.

In una di queste divagazioni, capita a Luigi di guardarsi la pancia. A Luigi pare che la sua pancia si sia dilatata, quest’anno; la pancia viene fuori nelle foto di questi ultimi mesi, dappertutto; i maglioni che indossa la sottolineano; le giacche, non c’è verso di tenerle chiuse. A Luigi non piace molto guardare la sua pancia, ma adesso gli è capitato, e la guarda pensando che si è fatta proprio invadente. Sotto questo pensiero Luigi ne sente altri, li ha del resto fatti tante volte, considerando la sua pancia, essi suonano così: mangia più frutta, fai palestra, vai in bici.

E, da tempi lontanissimi: Petto in fuori, pancia in dentro. Luigi espira con forza, contrae i muscoli -chiamiamoli così- dello stomaco, e le dimensioni della pancia tornano entro limiti accettabili, quelli della figura di sé cui Luigi si è abituato. Dura poco: Luigi inspira, la pancia si dilata.

Inspirazione, espirazione: Luigi ha avuto, negli anni, le sue curiosità ed i suoi crucci esistenziali, ha letto, non sa con quanto criterio, con quale modesto frutto, testi di filosofie orientali, si è interessato alla Filocalia, ha rimuginato sul Pellegrino russo: a Luigi è noto che sistemi di sapienza sono costruiti tutti sull’inspirare ed espirare, ma non prova neanche a seguire questo nuovo pensiero, sa che s’impunterebbe di fronte alla mole di cose da leggere e studiare (e passi pure), e capire (e per quello non si sente più capace).

Luigi torna  a pensare al cuore contratto e teso, alla contrazione, che lui chiama anche, dopo stanotte, la concretezza della cattiveria: questa contrazione, che ha l’intento di afferrare, tenere le cose, bloccarle ben strette. Luigi pensa che, sì, questa è la sua esperienza dell cattiveria, della sua, beninteso, perché non saprebbe dire degli altri: muscoli e cuore serrati sul possesso di qualcosa; o sul possesso di qualcuno. A Luigi si succedono in mente, rapide, immagini a conferma -ma di queste immagini, delle storie che a queste immagini si collegano, qui non parliamo.

Questo contrarsi del cuore, pensa Luigi, ha un nome, che lo riporta agli studi liceali di scienze; questo nome è sistole. A Luigi viene in mente che è una contrazione paradossale, perché stringe, ma non tiene niente: serve, anzi, a mandare il sangue in giro per il corpo, se si ricorda bene. Questa contrazione del cuore, pensa Luigi: non tiene niente, non afferra un bel niente; tenere, afferrare, sono illusioni.

L’altro movimento -ma adesso a Luigi torna in mente che la cosa è molto più complicata, c’entrano anche gli atri ed i ventricoli; questo gli torna in mente bene, perché gli è piaciuto studiare l’argomento, al Liceo- si chiama diastole: il cuore, immagina Luigi, si dilata, e riceve sangue. Nel momento in cui il cuore si distende -si rilassa, in un certo senso-; ecco, in quel momento riceve. Senza afferrare, senza contrarre. E quello che riceve, poi dà.

Luigi pensa che ci sia qualcosa di buono, in questi pensieri che sta facendo; non sa se questi pensieri lo renderanno, anche, più buono; forse, sono l’inizio per qualcosa attraverso cui potrà essere più buono.

Luigi non lo sa, ma lo spera.

Se lo augura.

 

 

 

 

 

 

una sera di marzo, Gianni Mura, il nodo d’amicizia ed un concorso di scrittura

Andando avanti con gli anni, ci sono cose che si scoprono “dopo”, dopo che le hanno scoperte altri, dopo che sono diventate importanti o urgenti -grandi o piccole che siano. Io avevo sì ascoltato qua e là le canzoni di Gianmaria Testa, ma per fermarmici sopra, apprezzarle, comprare i CD e metterli in auto -per quello, c’era voluta un’occasione in cui qualcuno ne aveva parlato e mi ci aveva introdotto: del resto è sempre così, anche a scuola, uno che abbia la pazienza di raccontarti una sua passione qualcosa ti lascia.

L’occasione era in realtà un tardo pomeriggio di inizio marzo nel quale, invitato da Franco Calabretto, Gianni Mura parlò al pubblico del Ridotto del Verdi del suo rapporto con la musica, con i cantautori soprattutto, facendo ascoltare brani di canzoni e poi riflettendoci sopra; tra gli altri pezzi, ad un certo punto ci propose I seminatori di grano di Testa, e di lì nacque il mio più attento interesse (una canzone che fece nelle settimane successive da contrappunto -ancora non lo sapevo, quella sera-  alla mia progressiva comprensione di un mutamento fondamentale nella mia vita).

Eravamo lì, ad ascoltare Mura -che parlò al pubblico quasi due ore e che avrebbe potuto benissimo tenere il pubblico altrettanto tempo, quella sera- per proporgli di fare da Presidente di Giuria ad un concorso di scrittura creativa che era appena nato, e che per quelli che eravamo lì (e dopo dirò chi eravamo)  significava molto. Il concorso si chiama Scendincampo: Raccontare di sport, e dico si chiama perché c’è ancora, è ancora organizzato dal Liceo Leopardi-Majorana di Pordenone.

Insomma, ci eravamo riproposti di parlarne a cena, e sotto una classica pioggia marzolino-naoniana io, Sergio Bolzonello, Franco Calabretto, Roberto Vicenzotto [n.d.r.: Roberto ha letto il post e mi dice che quella sera non c’era; è vero, in effetti, ma per tante ragioni che sappiamo è come se ci fosse stato] e Stefano Basso accompagnammo Mura al Favri di Rauscedo.

Della sera potrei dire diverse cose, che si mescolarono: lo stupore di Mauro D’Andrea nell’accoglierci e la visita in cantina che Mura fece con lui (per me fu la sera in cui capii definitivamente perché Gravner è Gravner, e non c’è altro da aggiungere); le notizie che ci giungevano dell’ennesima figura barbina dell’Inter manciniana in Champions; le gare a chi ricordava più località della nostra regione terminanti in -acco, poi in -icco, poi in consonante finale (Mura le vinse tutte); i dubbi di sostenibilità sul mercato  del  nuovo quotidiano sportivo che stava per nascere in Italia; le riflessioni sulla vicenda di Marco Pantani…

…ma la cosa più importante fu l’accettazione, spontanea e immediata, della proposta che facemmo a Mura. Da quella sera Gianni Mura divenne, ed ancora è, Presidente di Giuria di quel concorso. Ci tenevamo, quelli lì che eravamo lì, perché quel concorso -scrivere un testo narrativo legato allo sport, l’argomento- era un modo per ricordare un amico che non c’era più, un amico che si chiamava Paolo Lutman.

Oggi c’è stata la premiazione dei vincitori dell’undicesima edizione del concorso; molte cose sono cambiate negli anni -immutata è la squisita disponibilità dei Dirigenti del Liceo, prima Sergio Chiarotto ed ora Teresa Tassan Viol-, molto siamo cambiati noi, quelli che eravamo lì, quella sera di marzo: ma resta la forza di quello che significa, e fa fare, quel nodo essenziale e pulsante dell’esistenza, che è l’amicizia.

E Gianmaria Testa lo ascolto sempre.

 

Odisseo, Penelope, un po’ di scuola e la durata

Tempo di riletture, quest’estate l’Odissea nei bei volumi, retaggio dei tempi tra Liceo e Università, della Fondazione Lorenza Valla. Come sempre capita nelle riletture, attenzione nuova a passaggi che, in tempi passati, meno avevano stimolato curiosità, riflessione, bisogno di approfondimento.

In particolare, mi ha dato motivo di qualche riflessione l’episodio centrale del ventitreesimo libro (uno degli snodi di tutta la vicenda), quello del laborioso riconoscimento di Odisseo da parte di Penelope.

Anzitutto, lei si aspetta che lui sia ben pulito e sistemato, anche se lo ha in fondo già riconosciuto (e ci sta tutta: la cura per l’incontro con l’altro e per ciò che di noi mostriamo in ogni incontro, anzi, in generale andrebbe rivalutata); poi, lo sottopone al famoso quiz sul segreto del talamo nuziale. A questo punto, gli Dei allungano la notte oltre misura per dare ai due il tempo di fare le loro cose -soprattutto di raccontarsi.

(En passant: rileggendo l’episodio, mi è parso di capire meglio una delle quartine di Patrizia Valduga, quella che conclude la prima centuria:

«Vuoi che tutto finisca e niente duri?
che ognuno vada a fare i fatti suoi?
stacco il telefono, chiudo gli scuri:
e che la notte ricominci! Vuoi?»

Ci sono Penelope e Odisseo, dietro, ho idea.)

La cosa che mi ha dato da pensare è proprio quest’ultima; non è ovviamente (come tutte le cose che penso) niente di che, ma è anche una cosa che mi è parsa sfuggirmi (o meglio: che mi è sfuggita senza accorgermene) spesso, quest’anno.

(Apro un altro inciso: quest’anno scolastico. Anno fatto di tantissime cose, di tantissime novità, tra la scuola di titolarità e la scuola di reggenza -l’anno vissuto da tanti dirigenti scolastici, insomma, una successione di impegni importanti e frenetici; se a qualcuno interessa, potrei anche, senza lamentazione, raccontarli.)

La cosa che ho pensato è: le cose degli uomini hanno bisogno di durata. Di tempo per svolgersi, dipanarsi, sedimentarsi, semplificarsi o complessifarsi (passatemela); di tempo per il racconto. Durata: aria, respiro, tempo e spazio. E niente fretta, banalizzazione, niente istantanee.

E non ci sono scorciatoie.

 

 

 

 

La cura del fragile equilibrio

Il.posto dove è stata scattata la foto è il Museo Archeologico Nazionale di Metaponto (che è già nel nome cosa su cui riflettere: “Oltre il mare”, la terra che tu,  miceneo,  acheo,  tessalo e altro ancora, trovi dopo essere sbarcato venendo via da carestie guerre contrasti politici) . Ci si arriva uscendo dalla Statale 106, passando in mezzo a casolari abitati da giovani africani che son qui per lavorare la terra, e tra le case anni Settanta figlie di una stagione di ottimismo di turismo da vacanza al mare.  

Il Museo è moderno e ben tenuto e le sale sono climatizzate; pure gli scavi archeologici di Metaponto e di Tavole Palatine sono ben in ordine. Gli scavi non hanno vigilanza,  il Museo non ha nessuna pubblicazione da fornire o vendere, salva la squisita cortesia dei bigliettai. Insomma, si fa il massimo con risorse palesemente limitate: ma si fa. Naturalmente di app per le visite non se ne parla (non ho fatto la prova dei PokemonGo): dico questo per segnalare delle possibilità, dato che Museo e scavi sono davvero straordinari. E in fondo Matera -quella che giustamente sarà capitale europea della Cultura nel 2019- dista poco più di mezz’ora.

E dico questo anche per dire che queste due cose -museo, scavi-, che a un classicista come me danno entusiasmi di vario tipo, le abbiamo raggiunte non già astraendo dal mondo (come una certa e bamboleggiante idea di classicismo ancora suggerirebbe), ma standoci ben dentro: dentro i difficili collegamenti stradali,  dentro le colate di cemento anni Settanta, dentro i raccoglitori senegalesi e i tagli ai fondi per i beni archeologici.

E tra le meraviglie esposte a Metaponto c’è il vaso di cui vedete sopra un’immagine. Sta nella sezione dedicata alle cose di vita quotidiana -qui è la sezione sul corteggiamento. Ma la metafora mi pare valga più in generale.

I due Eroti che vedete stanno su una specie di altalena appoggiata, si direbbe, sul niente.  Però, su questo niente stanno in equilibrio, guardandosi e tenendosi con un drappo: sottile e fragile, ma necessario.

È -per me- una bellissima immagine dell’amore di coppia, ma -appunto- la vedo anche come una metafora del nostro vivere umano: i rapporti, che ci danno un senso nel fragile equilibrio su qualcosa di ignoto, vanno curati. Guardandosi. Insieme.

Fare i bagagli

Carichi la macchina constatando riti che si mantengono -mettere in borsa meno roba possibile, per lasciare lo spazio a più libri possibili- e nuove attenzioni -le medicine ci son tutte? Il modem, i cavi, le batterie?-. Chiudi acqua gas luce secondo le consuetudini (di cui sorridevi) prese da tua madre; getti, prima di uscire, un’occhiata a una casa che senti provvisoria -come molte cose di questi anni-; ma l’ultima occhiata è ai libri sugli scaffali, e lì ti riconosci in tempi pensieri e attitudini che vengono da prima di adesso, e che sono molto più presenti (anche se spesso in silenzio) di quello che chiami presente.

Vai dai tuoi figli, che caricano borse che, col loro contenuto, raccontano meglio di ogni altra cosa l’anno che è passato dall’altro viaggio. Un’occhiata in controluce alla vetrata del portone d’ingresso della loro casa ti convince che bisogna fare qualcosa per questa inattesa panzetta. 

Ma è ora di muoversi; ti aspettano mare e cielo e sole, carichi di tutta la storia di gioie e dolori del mondo, di un pezzo della storia della tua famiglia, e di un punto di vista antico, che ti si è radicato dentro e che fiorisce nel tempo in cui ti muovi.

E comunque hai portato anche stavolta gli orsetti.

Non ci si arriva da soli (la città e il voto)

La parola voto viene dal latino votum, che è una promessa fatta agli Dei. Nell’esperienza occidentale,  però, dobbiamo andare più indietro, a scuola -come accade sovente in questi ambiti- dei Greci del V secolo: degli Ateniesi, per essere più precisi (e non ė una novità). Lì, voto è psephos, cioè il sassolino messo dai cittadini (bianco o nero), quand’erano chiamati a decidere, in contesti elettorali o giudiziari. 
L’esercizio del voto da parte del demos è  il frutto di un processo lungo e tutt’altro che lineare, che si consuma tra guerre persiane e guerra del Peloponneso; un Ateniese, che combatté a Maratona contro i Persiani, ad un certo punto della sua vita (era già avanti negli anni) ci volle riflettere sopra ed estendere le sue considerazioni a tutti i suoi concittadini.
Quell’Ateniese si chiamava Eschilo, il frutto della sua riflessione è la trilogia tragica che chiamiamo Orestea, che fu rappresentata agli albori della primavera del 458.
Eschilo mette a parte i suoi spettatori di questo suo convincimento: se gli uomini se la devono vedere tra di loro seguendo le ragioni del ghenos, cioè dell’appartenenza di sangue, non se ne verrà mai fuori: sangue chiamerà sangue, offesa chiamerà offesa, di generazione in generazione, intrappolando ogni singolo individuo.  Ci si salva, dice Eschilo nell’ultimo a tappa trilogia (le Eumenidi), mettendosi insieme in quella cosa che si chiama polis, nella quale le ragioni immediate del ghenos, il desiderio di farsi  giustizia per le spicce,  insomma, cedono di fronte ad uno spazio più ampio e articolato, la città, con le sue istituzioni, quali i tribunali.
Eschilo rappresenta tutto questo nel processo che le Erinni  (le divinità antiche, portatrici della vendetta del sangue) gli intentano di fronte all’Areopago (il tribunale nobiliare di Atene), sotto la presidenza della divinità eponima della polis, Atena appunto. Le vicende del processo mostrano quale sia la forza della polis: cambiare il nome delle cose -collocare, appunto,  in un contesto più ampio: al termine della vicenda, mandando (col proprio voto decisivo: lo spazio degli Dei, detto in altro modo, lo spazio che gli uomini non possono pretendere di occupare per intero) assolto Oreste,  Atena cambia il nome alle Erinni e le trasforma in Eumenidi (benevole), garanti dei valori della polis, che sono dike (la giustizia, appunto) e aidos, che è il rispetto.
E dunque: la città è quella cosa, sempre provvisoria e mai statica,  nella quale siamo invitati a cercare un contesto più ampio, e a guardarci, anzi, a riconoscerci, nel sensi del rispetto.
E non è una passeggiata: c’è voluto il tempo di una trilogia per arrivarci -come per noi, oggi, ci vuole la pazienza della lettura della complessità per capire qualcosa del mondo.
E non ci si arriva da soli.

La geografia, una sera di maggio e la finale di coppa

Il piano di studi della mia laurea in lettere (che, mica pochi anni fa, ho trovato definita di “vecchio ordinamento” -ora quindi cosa sarà: vecchissimo? vintage? antiquariato?)   prevedeva che, qualunque indirizzo (moderno o classico che fosse) si scegliesse, per poter accedere all’insegnamento un esame in particolare era ineludibile, quello in geografia.
La vulgata che lo accompagnava lo faceva impegnativo e minuzioso e quindi non collocabile tra le più immediate priorità dei giovani letterati storici e filosofi. E mi regolai di conseguenza, rinviandolo tra gli ultimi del mio percorso.

Dopo che il nuovo Preside della Facoltà, interpellato in merito, escluse che per “Geografia” si potessero intendere gli esami di “Geografia turistica” e “Geografia politica”, i cui programmi apparivano più accattivanti, all’inizio del terzo anno di corso, orari delle lezioni alla mano, decisi che fosse il tempo di affrontare quell’esame.
Le lezioni erano pomeridiane -di precoce pomeriggio, di postprandiale pomeriggio-, in una grande aula al Dipartimento di Geografia, cioè per noi fuori casa, a Scienze Politiche (effetti collaterali di quelle lezioni in partibus, convivenze matrimoni figliolanze e divorzi tra letterati e politologi). In aggiunta alle ore della titolare, erano previsti dei settimanali approfondimenti di cartografia e climatologia da parte di una sua assistente; caratteristica interessante di queste ore era che la loro frequentazione avrebbe consentito di accedere al preappello di fine maggio, che si favoleggiava essere un po’ meno arcigno degli altri.  in più, per chi volesse, c’erano pure dei gruppi di lavoro detti “seminari” i cui partecipanti avrebbero (si diceva) goduto di trattamenti vieppiù agevolati in sede d’esame.
Affidandomi a un saggio intendimento -affrontare per prime le incombenze più moleste- di cui non sempre (anzi quasi mai) ho dato prova nella mia vita, e al mio nerdico senso del dovere, mi accomodai a frequentare lezioni e seminari, in vista del preappello. Capitò dunque che, leggendo il primo romanzo di Ellis, fui presente nei due pomeriggi di approfondimento in cui si presero le firme da far valere per il diritto di preappello (il secondo coincise con lo scioglimento, nel libro del giovane prodigio statunitense, del mistero della terza superbugia – la più tremenda di tutte, e non ve la dico per non rovinarvi la lettura o la rilettura di quelle pagine di Less than Zero).
(Il corso come fu? Lezioni un po’ scialbe,  ma bei libri da studiare, che mi fecero capire bene la geografia fisica e scoprire una passione, quella per la cartografia delle tavolette IGM comprate da Draghi-Randi, là, dove un tempo si ordinavano le edizioni oxoniensi ed ora si comprano profumi)
Insomma: il pomeriggio del 27 maggio di quella mia era antica mi presentai per quell’esame, un esame strano ed eccentrico, ma che andava fatto. La leggenda si rivelò non fondata, a riguardo delle facilitazioni per i frequentatori del seminario, molti dei quali furono tartassati; io me la cavai, meglio di quanto pensassi, grazie al fatto di aver capito le coordinate azimutali e a una lettura della tavoletta IGM delle risorgive naoniane. Me la cavai con l’impressione continua di essere in un terreno affatto diverso rispetto a quello cui ero abituato e cui avevo legato interessi, sogni e aspettative; e tuttavia, me la cavai attingendo a risorse che mi ero ritrovato tra le mani seguendo, e faticato su, interessi, sogni e aspettative.
Ma era proprio una giornata strana,  di quelle inafferrabili. Del resto, quella sera il Porto vinse la Coppa dei Campioni con un gol di un giocatore scartato dall’Inter, Juary. 
Non lo sapevo ancora, ma proseguendo negli anni scoprii che associare l’Inter alle bizzarrie sarebbe stato frequente.

Aristotele sulla panchina

Una vita fa, ai tempi dell’Università,  di rientro da Padova, ricordo che lungo la banchina del binario 2 della stazione di Mestre, mentre attendevo la coincidenza, mi sedetti su una panchina e mi misi a leggere l'”Etica nicomachea”, nell’edizione Bompiani -volume su cui stavo preparando l’esame di filosofia morale. Nella panchina a fianco, dopo un po’, si sedette quella che doveva essere una mia coetanea e tirò fuori, e si mise a leggere, lo stesso libro.
Non l’avevo mai notata a lezione,  ma non voleva dire. Da bravo nerd, fantasticai sull’improbabilità della coincidenza (molto più improbabile di quella, prevista invece dall’orario delle Ferrovie, di cui di lì a poco mi sarei servito) e mi dimenticai la cosa che avrei dovuto e voluto fare, cioè attaccare bottone con la ragazza.
Adesso sto pensando che quando ci si siede ad aspettare un treno o una corriera, è molto più facile veder persone che scorrono o leggono qualcosa sui telefonini.
E sono certo che a ben guardare si trova qualcuno, e qualcuna, che al telefonino legge Aristotele. Fanno più fatica a riconoscersi e ad attaccare bottone, però. Ma magari,  con una app che geolocalizzi le letture in corso (beninteso,  la fatica di trovare il coraggio di attaccare bottone: quella, non gliela leva nessuna app)…